Napule è. Se ascolti questa canzone di Pino allo stadio San Paolo, ti viene spontaneo cantarla, anche se sei tifoso avversario, anche. Napoli è un ventre molle a metà tra rassegnazione e resistenza. Un posto del sud, spesso essendo anche io meridionale, gioco sul fatto che se al nord sono nordici, al sud siamo sudici. Noi ci sporchiamo le mani, per la fatica, per le cose poco chiare, non abbiamo colori netti, nella vita. Però nelle maglie sì. Le nostre maglie richiamano cielo, e dolcezza netta. Rosanero e azzurri. Palermo e Napoli, si incontrano in una partita che ormai sembra decisa. Il Palermo viaggia nella confusione societaria, sembra chiaro soltanto che si attende la B quasi come una liberazione, sperando che a prezzo di costo, qualcuno rilevi la società. Eppure ecco un cambio di allenatore, che ci fa aggrappare all’ultima speranza di una parvenza di assetto da voler trovare. Il Napoli con Sarri, ha accentuato l’aspetto spagnolo, sembra una squadra iberica per grinta, ma affidata ad un gruppo di piccoletti che ormai hanno di fatto preso di peso la squadra. In attesa di Milik.

Stavolta chiedo una descrizione molto atipica di questa partita. Ho un amico scrittore che è un illuso, uno di quelli che ti consola, perchè sai di non essere il solo a frequentare il club dei sognatori che non si arrendono mai, nemmeno quando tutto è degradante. Un pescatore di perle di periferia, capace di descrivere la poesia della sua Napoli, come pochi. La vive da sbirro, forse questo continuo equilibrio tra bene e male, lo coglie in nome di quello che è. Lui è Francesco Paolo Oreste. Poliziotto, laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Criminologia,  attivo sul tema della legalità, in particolare in ambito ambientale. Curatore del Premio letterario Sandor Marai, è autore di “Mi sono visto di spalle che partivo” (Pensa Multimedia, 2010), di “Dieci storie sbagliate, più una” (Il Quaderno Edizioni, 2014) e di “Il Cortile delle statue silenti” (Edizioni Pensa Multimedia, 2015). A lui chiedo di parlarmi del Napoli, ma non si può parlare del Napoli senza parlare DI Napoli.

Ettore bello, e che ti scrivo, “di pancia”, su Napoli?
Io che sono anni che la vivo solo di pancia e che, se provo a risalire e a spingermi verso un pensiero, al massimo, mi fermo al cuore.
Posso provare a dirti che Napoli è mezza viva e mezza morta.
E che la parte che è viva prova a brillare, come per non bastare soltanto a se stessa.
Ma quella che langue è un urlo di rabbia e di dolore. E si sente. E ti prende. Allo stomaco e al cuore.
Mezza viva e mezza morta (ammazzata).
E noi in mezzo.
Con un amore disperato.
Con questa cosa testarda e maledetta che sopravvive perfino alla speranza.
Un amore che può fare a meno perfino dell’ultima Dea.
Un amore che scava. Anche quando sembra inutile.
Che cerca la via. E intanto cammina.
Tra l’inferno e il cielo.
E il mare.
E l’azzurro. Come la maglia di un squadra, una ragione e una scusa per mostrarsi.
E la paura del gigante diventa l’orgoglio di essere “figli del Vesuvio”.
E la paura della morte diventa “oje vita mia”.
E un giorno qualsiasi, un giorno all’improvviso, mi innamorai di te.
Perché l’amore può cambiare le cose.
Perché l’amore, se è amore, non è mai disperato, perché l’amore è esso stesso speranza.
Per la pancia e per il cuore.
Più in alto non so.

Guardo con nostalgia e malinconia da tifoso rosanero e da palermitano la sua passione radicata nel territorio, io lontano ed emigrato. E lontano in classifica da un Napoli che frequenta le vette alte. E con che dignità lo fa. Però sono convinto che alla fine per l’impegno degli onesti, di gente come lui e spero, come me, qualcosa potrebbe cambiare. Potrebbe.

Chissà, magari un giorno si torna a vincere, magari uno scudetto, ma non nel calcio, nella vita. Ancora più difficile, per chi vive a colori netti. Rosa, Nero, Azzurro. Napule è. Ascoltatela allo stadio.

 

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