Schedati con foto segnaletiche. Sequestrati per oltre due ore all’interno dello stadio. Privati dell’acqua, provocati e ammassati in autobus come bestie. Non è lo scenario dell’ingresso di un carcere di massima sicurezza, ma un’ordinaria giornata di trasferta per un tifoso italiano. In questo caso per i supporter del Frosinone, alle prese con l’ultima gara della loro Serie A in quel di Napoli.

È la mezzanotte di sabato sera, quando in rete cominciano a circolare video che mostrano la polizia partenopea impegnata a fotografare ogni singolo componente dei pullman provenienti dalla Ciociaria. Tutti rigorosamente con documento o tessera del tifoso in mano, esattamente come si usa per i più pericolosi criminali al momento della loro schedatura. Abbiamo voluto approfondire l’accaduto, ascoltando chi era sui torpedoni. Ciò che si evince è l’ennesima prova del fallimento di un sistema composto da tessere del tifoso, divieti, repressione e, al contrario di quanto si dica, nessuna voglia di riportare le famiglie allo stadio ma soltanto di instaurare un clima di tensione.

“Il trattamento ricevuto sabato dalle forze dell’ordine – esordisce Gerardo D’Aprile, presidente del Centro Coordinamento Club Frosinone Calcio è forse la cosa più offensiva del nostro campionato di Serie A. Azioni vergognose che con lo sport non c’entrano nulla. Una volta arrivati alla barriera di Napoli, i nostri quattro pullman sono stati fermati oltre mezz’ora, per poi essere condotti in una piazzola dove ci hanno fatto scendere uno ad uno, sotto la pioggia che cominciava a scendere battente (ad altri due pullman provenienti da Frosinone era stato riservato lo stesso trattamento poco prima). Documenti o tessera del tifoso alla mano – continua – siamo stati fotografati. Esattamente come terroristi. Nonostante la nostra tifoseria sia tra le più corrette e, proprio nelle ultime settimane, sia stata spesso incensata per i suoi atteggiamenti positivi. I funzionari presenti volevano schedare anche con mio figlio di quattordici anni. Mi sono opposto, dicendo che avrei sporto denuncia contro di loro. Anche se purtroppo è inutile, tenteremo comunque di adire alle vie legali per quanto accaduto”. (VIDEO ALLA FINE)

Ai presenti è apparsa in tutto e per tutto una provocazione. “La cosa più sgradevole – continua – è stata quando gli agenti sono saliti all’interno dei pullman con fare intimidatorio, usando modi e termini a dir poco inappropriati alla situazione. Agli uomini sono state tolte tutte le cinte. Ci sono stati perquisiti tutti gli zaini, con tutte le bottiglie d’acqua sequestrate. Siamo rimasti per ore senza bere. La cosa curiosa è che all’interno dello stadio – racconta – sulla rete di protezione sono piovute proprio diverse bottigliette. Anche se, lo voglio sottolineare, questo gesto è stato stigmatizzato dalla stessa curva del Napoli, che ha rimbrottato gli autori del gesto”. Anche il deflusso è stato alquanto problematico. “Dopo il fischio finale, alle 22,30, siamo stati fatti uscire quasi all’una di notte. Io ho partecipato a tutte le trasferte quest’anno, e questa è stata sicuramente l’esperienza più brutta”.

Un clima da guerra. Ingiustificato considerata l’indifferenza tra le tifoserie, nonostante in settimana l’Osservatorio avesse segnalato l’incontro “ad alto rischio”. “Siamo anche partiti in anticipo – racconta D.L., altro tifoso in trasfertavenendo subito fermati all’entrata dell’autostrada, a Frosinone. Siamo stati là 45 minuti, per poi ripartire alla volta di Napoli, dove ci hanno nuovamente fermato. I tifosi con le macchine sono stati fatti andare con le navette, mentre noi siamo scesi e siamo stati schedati uno alla volta. Infine ci siamo avviati verso lo stadio per le 20,40, perdendo venti minuti buoni di partita. Per concludere la serata – aggiunge – le forze dell’ordine non volevano che la squadra venisse a salutarci sotto al settore, trattenendoci fino a tarda notte prima di tornare a casa. Sembrava di essere in guerra, mancavano soltanto i carri armati. Di fatti siamo stati trattati alla stregua dei mafiosi”.

Inquietante anche la testimonianza di Marco Bracaglia, altro supporter giallazzurro partito per Napoli: “Voglio sottolineare quanto accaduto ai tornelli del San Paolo. Mentre io entravo con uno stendardo a due aste di plastica della misura di due metri, senza subire controlli – racconta – di fianco a me, mio nipote di nove anni veniva aggredito da uno steward, che gli strappava di mano una bandiera perché composta da un’asta di settanta centimetri. Solo l’intervento rabbioso e gli improperi degli altri tifosi permettevano la restituzione del maltolto al bambino, evidentemente spaventato e scosso dal gesto inconsulto. Così come inconsulto – continua –  è l’ammassare oltre duecento tifosi in autobus che potrebbero contenere quaranta persone e perquisire con modi pedanti donne e anziani, come ho visto fare agli agenti di polizia. Personalmente credo sia il modo migliore per educare sin da subito i tifosi di domani a essere aggressivi, così come le autorità probabilmente vogliono”.

La serata del San Paolo, purtroppo, non è un qualcosa di unico. Le autorità partenopee non sono nuove a simili comportamenti, basti pensare al pari trattamento riservato ai tifosi del Verona nelle ultime due occasioni (https://www.hellasverona.it/2016/04/13/nota_ufficiale) e, nel recente passato, al “sequestro” di quelli romanisti (http://www.sportpeople.net/ordine-pubblico-allitaliana-never-ending-story/). Una gestione dell’ordine pubblico che, oltre a non riguardare soltanto il capoluogo campano ovviamente (di esempi se ne potrebbero fare a iosa, chiedere ai tifosi dell’Avellino a Catania lo scorso anno), sembra ormai essersi consolidata, tanto da non suscitare scalpore.

Atteggiamenti che vanno in senso diametralmente opposto a quanto auspicato, ipocritamente, dai media mainstream, che sovente parlano di ritorno delle famiglie allo stadio e “normalizzazione” di un sistema che, anno dopo anno, mostra tutte le sue falle e i suoi insuccessi mascherati solo da un’arguta propaganda che lascia morire ogni singola libertà dell’individuo ad appannaggio di un’artefatta sicurezza, per nulla interessata a uno sviluppo e un miglioramento della vivibilità negli stadi italiani.

“Sicurezza” non vuol dire azzeramento di ogni regola sociale e del rispetto per le libertà basilari. Non si può continuare a usare la scusa del tifo violento per giustificare un modo di fare da Paese quattrocentesco. Non crederete certo che atteggiamenti violenti collegati a manifestazioni sportive si combattano in questo modo? Perché se legalità vuol dire ciò, anche i regimi di Hitler e Pol Pot lo erano. Ma non per questo li riteniamo giusti. Il problema è proprio questo: la tendenza dell’Italia all’abituarsi a quasi ogni tipo di sopruso. Una malleabilità che ha favorito, negli ultimi anni, una netta chiusura mentale e di vendute su tutto il territorio nazionale. E situazioni come queste, sono proprio il frutto massimo dell’accettazione tacita e rassegnata delle precedenti “puntate”. Quelle dove si sono gettate le basi per uno Stato di Polizia camuffato da progresso, modernità e, per l’appunto, sicurezza. La parola chiave dei nostri giorni.

 

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