5 e 167. Non sono due numeri da giocare sulla ruota di Roma per una nuova lotteria nazionale, ma le cifre con cui la Questura di Roma ha prepotentemente ribadito la propria linea all’interno e all’esterno dello stadio Olimpico. Cinque sono i tifosi della Curva Sud sanzionati per non aver rispettato il proprio posto durante Roma-Porto (playoff di Champions League) e 167 sono gli Euro che dovranno pagare per l’estinzione della stessa misura. Un altro colpo, che rischia di essere mortale, al tifo della Roma, già dilaniato dalle cervellotiche misure repressive che da un anno hanno causato una vera e propria diaspora dei tifosi, trasformando l’Olimpico in un costante e freddo acquario.

Multa

Ci sono certamente dei punti non casuali in questa vicenda. Di multe non si era più parlato da quel famoso Roma-Juventus dell’agosto 2015, ultima partita con i gruppi organizzati all’interno dell’impianto di Viale dei Gladiatori. D’allora in poi una protesta trasversale, che ha coinvolto anche i sostenitori laziali (da quest’anno rientrati ufficialmente in Curva Nord). In questi mesi Questura e Prefettura, tra uno sbilenco comunicato e una dichiarazione autoritaria rilasciata mezzo stampa, hanno sottolineato come il primo elemento per l’abbattimento delle barriere fosse il ritorno in curva dei tifosi. Un invito chiaro, ben preciso. Evidenziato ancor più dalla promessa, maturata dopo diversi incontri con le società capitoline (e in particolar modo con quella giallorossa) di tendere una mano ai tifosi, evitando multe per cambi posto e facilitando le procedure di afflusso e deflusso. Promesse, a quanto pare, ampiamente disattese. Stranamente proprio nell’anno in cui un gruppo della Sud ha deciso di rientrare. E, sempre stranamente, le sanzioni sono state indirizzate proprio nei confronti di persone stazionanti nella zona occupata dallo stesso gruppo. Casualità? Ci crediamo poco. Sembra invece molto più semplice e chiaro il concetto per il quale questa politica, questa macchina repressiva e questo assurdo dispiego di forze e denaro pubblico abbia come unico fine quello di eliminare il tifo organizzato. Di annullare qualsiasi forma di fenomeno aggregativo relativa allo stadio. E lo può fare, evidentemente.

Roma continua a essere una “non città”, dove vige la legge del taglione. Un posto dove la politica non riesce a riprendere il comando delle operazioni, troppo impegnata nelle beghe personali e tra partiti. Troppo indaffarata nel correre dietro business e interessi che la stanno mandando sul lastrico. I tifosi, i cittadini, e lo scriviamo per la centesima volta, non hanno evidentemente diritto di essere tutelati, ascoltati e supportati. La loro permanenza in un luogo pubblico è divenuta ormai oggetto di studio. Un laboratorio che a breve giro di quadrante è riuscito a distruggere tutto quello che per anni era stato il sale di una città sportivamente povera. Una città che ha anche l’ardore di parlare di Olimpiadi e grandi manifestazioni, attraverso i suoi caporioni che da anni si cibano di grandi opere favorendo proprio lo sciacallaggio sceriffesco sul pubblico calcistico, usato da cavia e chiamato in ballo quando deve tornar utile per dare al mondo un’immagine bella e folkloristica dell’Italia. Ci abbiamo provato, anche attraverso queste umili colonne, a chiedere l’intervento della neo sindaca Raggi e della sua giunta. Memori delle “spallucce” fatte dal suo predecessore e testimoni di quanto accaduto nel lasso tempo in cui Roma è stata in mano al trittico Gabrielli-Tronca-D’Angelo. Serve un intervento politico. Bisogna ripristinare la normalità all’interno di un luogo pubblico e di una comunità ormai adibita a cittadella militare a tutti gli effetti. Occorre mettere il freno a uno scempio tutto romano che sembra non conoscere fine. Cosa devono subire ancora i tifosi di Roma perché avvenga una presa di coscienza pubblica e comune?

Una domanda che, indirettamente, va girata anche alla società. Se è vero che l’AS Roma ha provato a intavolare una discussione con le istituzioni per riavere i propri tifosi al suo fianco, è altrettanto vero che forse questo non è bastato. I dirigenti giallorossi sono stati raggirati dalla Questura e dalla Prefettura, che hanno detto una cosa facendone un’altra? Non stentiamo a crederci. Se così fosse, però, non è il momento di prendere anche pubblicamente una posizione netta? È ovvio che un club calcistico non può mutare o cambiare le scelte e le decisioni di chi ha dalla propria parte l’ordine costituito, ma è altrettanto vero che un passo del presidente Pallotta verso i tifosi della Sud, una dichiarazione forte e decisa contro tutto questo, sposterebbe gli equilibri. E potrebbe anche riavvicinare buona parte della tifoseria che al momento vede l’attuale proprietà come un corpo estraneo alla squadra che ha sempre tifato. Una reggenza che, oltre a non portare successi (come quasi tutte dal 1927 a oggi, sia chiaro) ha anche minato fortemente le basi dell’identità romanista. Purtroppo tutti i miglioramenti relativi all’Olimpico, sbandierati ai quattro venti, rischiano di essere uno specchietto per le allodole, una flebile facciata di una realtà che di mese in mese diventa insostenibile. Forse a livello societario bisognerebbe finalmente rendersi conto di quanto associazioni come MyRoma possano essere importanti. Tempo fa si parlava di standing area per il nuovo stadio. Bene, e se fosse già adesso il momento per inaugurare un percorso che vada in quella direzione, assieme alle politiche per un prezziario calmierato e una salvaguardia delle tradizioni? E se provocatoriamente si chiedesse di spostare la sede di gioco della Roma in un’altra città? Oggi come oggi siamo certi che un Roma-Crotone giocato a Rieti farebbe il doppio degli spettatori di un Roma-Crotone giocato all’Olimpico. Basta guardare i numeri in trasferta e fare le dovute proporzioni con il pubblico che segue i giallorossi tra le mura amiche.

D’altro canto anche i tifosi stessi devono fare quadrato, includere in questa battaglia anche chi li vede come dei reietti per partito preso e ragiona con il melenso concetto “io non ho nulla da nascondere, quindi sono problemi loro che se le cercano”. Perché va fatto capire che dietro a quel “loro” non si nascondono lupi famelici pronti a sbranare bambini, ma ragazzi, ragazze, uomini e donne che vogliono vivere la propria passione saltando, cantando e divertendosi come hanno sempre fatto. Perché entrare nelle coscienza altrui, far capire il sopruso che si sta subendo è soltanto una delle maniere per convogliare la ragione e il sacrosanto (e pacifico) diritto con cui si è agito sinora. Lo stadio non è un cinema o un teatro, e questo non mette in cattiva luce né l’uno, né l’altro. Sono semplicemente luoghi differenti dove vivere le proprie passioni. Lo stadio ti dà l’opportunità di farlo in differenti modi. Dov’è il problema nel seguire una partita in piedi, tifando con bandiere, striscioni, tamburi e megafoni? Si è sempre fatto, non è mai morto nessuno. Si fa persino nei Paesi che spesso vengono utilizzati come esempi virtuosi (persino nel Regno Unito, dove man mano si stanno reintroducendo le standing area e dove non esisterebbe per nessuna ragione al mondo la nostra concezione di ordine pubblico legata alle manifestazioni sportive). E se qualcuno sbaglia siate certi che viene punito, siamo la città con il più alto numero di diffidati e denunciati per reati da stadio in Italia (di cui il 40 percento viene assolto). Piuttosto si deve capire quanto questo modus operandi delle istituzioni sia volto a dividere, frazionare e mettere gli uni contro gli altri i tifosi oggi, i cittadini domani. Bravi contro cattivi. E spesso per cattivi si fanno passare quelli che contestano civilmente una legge, un regolamento o un’imposizione sbagliata. Sì, perché anche legiferando si può sbagliare. E anche lo Stato può sbagliare.

Pensate se, proprio grazie al rilevamento biometrico di cui abbiamo parlato qualche settimana or sono, si fotografassero le facce di tutti gli spettatori durante la partita e ogni volta si sanzionassero quelli che non rispettano il posto. Sappiamo bene che pioverebbero migliaia di multe e che ciò (fortunatamente) per ora non avviene perché queste “attenzioni” sono ben mirate e studiate evidentemente a tavolino. Ma vogliamo rischiare di arrivare a questo punto per renderci conto della gravità di quanto sta accadendo? In Italia abbiamo sempre bisogno che venga calpestato il nostro orticello per difendere quello ormai trucidato del vicino?  Un ultimo appunto è, come sempre mi duole dire, per il mondo dell’informazione. Supino, spesso deviato e quasi sempre non a conoscenza dei fatti. Qualcuno ha avuto persino il coraggio di parlare di aumento degli spettatori negli stadi, portando l’improbabile esempio dello Juventus Stadium sold out (se non riempi uno stadio dopo 5 scudetti vinti e una campagna faranonica, quando lo devi riempire? Forse ci si dimentica che il Delle Alpi venne abbandonato e abbattuto perché era quasi sempre semivuoto) e dei tanti abbonamenti realizzati a Pescara e Crotone (due neopromosse, dato pertanto fisiologico). Ma quando? Dove? Come? Una ricerca di Repubblica uscita questa settimana ci mostra tutt’altro. E basterebbe solo questo per dimostrare come il lavoro di distruzione operato dalla micidiale combo Ministero dell’Interno/Osservatorio/Questure/Prefetture qualcosa l’abbia sbagliata in questi anni. E se un tifoso si sente perseguitato per esser stato multato causa il non rispetto di un posto allo stadio, forse tutti i torti non li ha…

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