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Giochi di palazzo

Multe e Daspo preventivo: ma Roma è ancora Italia?

Simone Meloni

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“Si ribadisce che nell’ambito del G.O.S dello stadio Olimpico è permanentemente attivo uno sportello dedicato alle relazioni con i tifosi attraverso il quale è possibile presentare mediante lo S.L.O. (supporter liasion officer) progetti di coreografia e tifo appassionato che possono, in un rinnovato spirito di collaborazione ed in una cornice di legalità, riportare allo stadio il colore e la passione da tutti auspicati”. È la parte finale del comunicato con cui la Questura di Roma ha reso noto, la scorsa settimana, l’emissione di 45 sanzioni amministrative (da 167 Euro cadauna) a tifosi di Roma, Lazio, Juventus e Udinese, rei di aver occupato indebitamente le vie di fuga allo stadio Olimpico durante manifestazioni sportive, “determinando situazioni di pericolo per l’incolumità degli spettatori”. Una contraddizione in termini, che di certo non favorisce il ceruleo richiamo allo “spirito di collaborazione ritrovato” né tanto meno il ritorno al “colore e alla passione da tutti auspicati”, foraggiando invece l’ulteriore fuga da un luogo ormai ritenuto da buona parte dei romani scomodo, inospitale e ghettizzante. Al contrario di quanto vorrebbero far credere deliranti veline propagandistiche. Oltre che cartina al tornasole di un’eccessiva e invasiva burocratizzazione, che dopo aver ucciso lo storico tifo della Capitale, sta pian piano svuotando completamente l’impianto di Viale dei Gladiatori.

Ma c’è dell’altro. “Nel corso di questi interventi – si legge nella nota – sono state anche identificate 2 persone con a carico nell’ultimo quinquennio, gravi precedenti per rapina, porto d’armi e spaccio di stupefacenti. Gli stessi pur non avendo partecipato ad episodi di violenza durante la partita sono stati sottoposti a Daspo”. Si tratta del Daspo preventivo, voluto dall’ineffabile coppia Renzi-Alfano sull’onda emotiva del caso Ciro Esposito, assieme al Daspo di gruppo, poi caduto nel dimenticatoio in seguito ad alcuni ricorsi accolti dal Tar (uno su tutti vide coinvolti i tifosi del Bari a Frosinone, un paio di anni fa), e a un’eloquente sentenza della Cassazione, datata luglio 2016, che ha annullato l’obbligo di firma contenuto nel provvedimento della Questura di Catania nei confronti di 21 tifosi bolognesi (nel cui pullman furono rinvenuti alcuni oggetti contundenti). “Non è la presenza nel gruppo a rilevare ai fini dell’applicazione del Daspo, bensì la partecipazione individuale all’azione del gruppo”, avevano sottolineato gli ermellini. “La responsabilità è individuale”, in soldoni. Con un neanche tanto velato cenno al regime nazista. Nella medesima sentenza infatti si legge: “Va respinta un’interpretazione declinata nell’ottica del “diritto penale d’autore” secondo la logica del “tipo normativo d’autore” (il Tätertyp, elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca)”.  Provvedimenti in parte annullati anche nel caso dei Daspo comminati a ragazzi e ragazze scesi in piazza durante contestazioni politiche/sociali e già conosciuti come frequentatori degli stadi (esempi sono quelli emessi a Pisa, in diverse occasioni, a Livorno, a margine di una manifestazione contro Salvini, e proprio a Roma ai danni di esponenti di Casapound, dopo i fatti di Casale San Nicola). Pisa è forse il luogo più colpito, tanto che all’ombra della Torre è sorto il comitato No Daspo di Piazza. Va ricordato che tutto questo vortice perverso di provvedimenti, ricorsi e assoluzioni ha un costo ben definito e che è la collettività a pagare le arzigogolate idee di taluni legislatori, quasi sempre foraggiati dalla voracità mediatica che si ciba di sensazionalismo a ridosso di eventi eclatanti per l’opinione pubblica. Su questo salto di qualità dello strumento Daspo, dettagliate e minuziose le spiegazioni fornite sul sito dell’Avv. Lorenzo Contucci.

Come sottolinea Il Manifesto nell’articolo di ieri “La curva al patibolo”, in un Paese normale una misura del genere farebbe gridare allo scandalo. Invece quasi nessuno sembra scomporsi di fronte all’ennesimo utilizzo dello stadio a mo’ di laboratorio sociale. Questo folle marchingegno giuridico permette quindi di estromettere da un luogo pubblico cittadini che non si sono macchiati di reati durante manifestazioni sportive, ma hanno scontato in precedenza pene non connesse alle gradinate. In totale conflitto con quel principio che muove ogni società civile e che dovrebbe riabilitare e reintegrare nel migliore dei modi chi ha infranto la legge pagandone appieno le conseguenze. Per intenderci: se da giovincello sono stato denunciato per un piccolo reato, ma nel frattempo sono cresciuto, diventando un onesto lavoratore e padre di famiglia, rischio di non vedere più lo stadio anche, potenzialmente, essendo un tranquillo frequentatore della Monte Mario Top. Inoltre, paradossalmente, questa sanzione metterebbe fuori gioco molti politici e personaggi istituzionali notoriamente frequentatori delle gradinate ma dalla fedina penale tutt’altro che linda. Populismo? Può darsi, ma basta dare un’occhiata a questa lista per accorgersi che si tratta di un dato ineccepibile. E questo implica un’altra domanda: la Questura di Roma vuol essere davvero integerrima, oppure ha intenzione di colpire soltanto determinati settori e determinati soggetti, applicando il solito metro di giudizio all’italiana “forti coi deboli, deboli coi forti”? Questo modus operandi è credibile per un organo davanti a cui tutti i cittadini dovrebbero avere egual peso (sic!)?

Del resto, di concerto con l’ex Prefetto Franco Gabrielli, il Questore Niccolò D’Angelo (ormai a tutti gli effetti padre e balia della politica repressiva nella Capitale) si è sempre giustificato con il rispetto di una direttiva nazionale pervenuta dal Ministero dell’Interno, quella Task force sulla manifestazioni sportive che in passato abbiamo già analizzato e che, tuttavia, sostiene l’esatto contrario di quanto coattivamente esercitato a Roma. Secondo quel documento le barriere vanno abbattute e i controlli snelliti, favorendo una lenta diminuzione della polizia negli stadi, ad appannaggio di un implemento di steward e sicurezza privata. E non possiamo neanche dire che tale invito sia stato inascoltato. Negli ultimi anni barriere, divisori e cancellate sono state abbattute in impianti di Serie B come Trapani e Latina, ma anche in A, a Firenze, ed ora Genova si prepara a “liberare” Marassi da tutte le gabbie che lo avvolgono. Mentre a Roma succede l’esatto contrario. Altro giro, altra domanda: ma Roma è ancora Italia? O si vuole semplicemente rendere questa città un grande esperimento sociale a cielo aperto, dove vessare i tifosi/cittadini in ogni modo e maniera con la scusa della sicurezza? “Scusa”, sì. Non uso questa parola a caso. Basta vedere quanto accaduto nella gara contro la Sampdoria, con vie di fuga ostruite dall’acqua, scale impraticabili, gocce che filtravano ovunque rendendo i seggiolini pericolosamente scivolosi, per capire che la “sicurezza” è veramente l’ultimo dei pensieri per lor signori.

Ma forse per avere il polso della situazione e capire l’aria che si respira nell’Urbe, è sufficiente sapere quanto accaduto a dei ragazzi che seguono le sorti di una piccola squadra di Eccellenza: il Tor Sapienza. Da anni portano avanti un progetto di “calcio popolare”, con l’intento di avvicinare allo sport una delle zone più popolose e problematiche di Roma. Anche e soprattutto attraverso l’aggregazione sulle gradinate. Mai problemi, mai un’intemperanza. Di tifoserie ospiti se ne vedono poche e il pubblico non è certo tra i più numerosi. Domenica mattina volevano salutare l’ingresso in campo dei propri beniamini con dei fumogeni colorati di verde, bianco e giallo (abbinamento cromatico del club). Si sono ritrovati braccati da agenti in borghese che, armati di telecamera, gli hanno detto a chiare lettere che sarebbero stati ripresi per tutta la partita e che qualora i fumogeni fossero stati accesi sarebbero incorsi in denunce e diffide. La loro risposta è stata semplice: hanno fatto marcia indietro e hanno “consumato” la coreografia per le strade del quartiere. Ecco, forse è proprio l’emblema del “modello Roma”. Disgregare, disunire, mettere contro e annientare qualsiasi punto d’incontro per i giovani e i meno abbienti. Ovviamente tutto questo ha un costo. E a finanziarlo sono proprio i romani. Gli stessi che quotidianamente vedono le istituzioni assenti in tante zone di una città che sprofonda su se stessa. Quasi volontariamente a quanto sembra.

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4 Commenti

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  1. Alberto

    settembre 14, 2016 at 3:43 pm

    finalmente un bell’articolo veritiero sulla situazione dello stadio a Roma…che è un vero e proprio schifo.
    Grazie per averne parlato in modo onesto.

  2. cb

    settembre 14, 2016 at 3:55 pm

    il questore d’angelo non il polso della situazione perché ….al polso ci sono una serie di braccialetti da adolescente.
    Inappropriato per una ruolo istituzionale.
    Lo stato dovrebbe scegliere meglio i propri dipendenti

  3. Lorenzo

    settembre 14, 2016 at 4:29 pm

    Finalmente leggo un articolo che “eseplifichi” correttamente la situazione paradossale che si vive nello stadio Olimpico di Roma. Sottolineo soprattutto il punto nel quale si dichiara che c’è gente (Vedi Gabrielli) che con la gestione (repressione) inadeguata del tifo romano ha fatto la sua bella carriera. Dall’episodio della monetina all’arbitro Frisk (proveniente dalla Monte Mario tra l’altro) non ci sono episodi di rilievo all’interno dell’Olimpico. Tutti gli accadimenti gravi, accoltellamenti ed altro, si verificano sempre in zone limitrofe e principalmente la zona di Ponte Milvio; ergo a cosa servono tutte le misure di repressione allo stadio se poi nei dintorni è zona franca?

  4. mauro

    settembre 15, 2016 at 10:33 am

    E’ inaudito che nella partita roma sampdoria sotto un diluvio eccezionale di particolare violenza tanto da bloccare la partita per un ora, siano stati multati una cinquantina di tifosi che si sono andati a riparare sotto i sottopassaggi di ingresso rei di aver sostato in posto pericoloso e non autorizzato e di aver abbandonato il loro posto numerato e anche alcuni che hanno sostato per piu di un minuto vicino all’ingresso per parlare o salutare un amico per lo stesso motivo. Anche andare al bagno bisogna farlo celermente perche’ e’ abbandono del posto e senza mai fermarsi. Tra l’altro queste misure si applicano solo a Roma mentre in altri stadi e città con precedenti violenti di tifo anche loro non incorrono ne in queste misure ne provvedimenti disciplinari come se Roma fosse l’unico città e stadio d’Italia dove avvengono fatti incresciosi legati al tifo, Da notare che le multe sono state commissionate agli spettatori della curva soltanto. Facciamo che nel posto assegnato ci siano delle manette in futuro, in modo di impedire il normale deambulare umano Molti sapendolo sono rimasti sotto il diluvio, Per la cronaca questi ” delinquenti potenziali ” pagano il biglietto. E’ una vergogna o si applicasse a tutti gli stadi e città che roma che poi ne vedremmo delle belle. Assieme alla multa e’ stato anche elargita la daspo ai multati. Sono senza parole.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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Calcio

Ci vuole un “Fisco” bestiale. CR7 alla Juve grazie ad una norma giuridica?

Emanuele Sabatino

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Ormai è ufficiale CR7 al secolo Cristiano Ronaldo è un nuovo giocatore della Juventus. Mister Champions League ha trovato l’accordo col presidente bianconero Agnelli volato sino in Grecia per non farsi sfuggire il numero uno sulla piazza in questo momento. 105 mln di euro il costo del suo cartellino, più 12 mln di spese accessorie ed un contratto di  4 anni a 30 mln di euro per l’ex asso del Real Madrid. Grazie ad una norma giuridica CR7 potrebbe non essere l’unico campione a sbarcare nello stivale. Il furbo calcio italiano si aggrappa ai cavilli per portare le superstars e dare di nuovo lustro e risalto ad una competizione, il campionato di Serie A, caduta negli ultimi posti delle preferenze.

 MA COME E’ POSSIBILE?

Tutto è stato reso possibile anche grazie ad una norma “acchiappa miliardari” introdotta dalla legge di stabilità del 2017 che permette una tassazione agevolata, un’imposta sostitutiva, di soli 100.000 euro all’anno per i redditi prodotti all’estero. Anche le squadre di calcio, Juve in primis, se ne sono accorte e stanno facendo le loro mosse. L’unica condizione per poter utilizzare questa imposta sostitutiva è quella di non essere stato residente in Italia in almeno 9 degli ultimi 10 anni. I redditi prodotti sul territorio italiano sono soggetti ad IRPEF, quelli esteri vengono tutti regolati dall’imposta sostitutiva.

IL PRECEDENTE DELLA “LEGGE BECKHAM”

 Ve lo ricordate Adriano Galliani quando, prima di diventare Senatore della Repubblica italiana, da A.D. del Milan si lamentava del fatto che i giocatori migliori preferivano andare in Spagna per una tassazione troppo agevolata? Ecco ora siamo noi la Spagna.

La famosa Legge Beckham, approvata nel 2005, permetteva ai giocatori che andavano in Spagna di pagare un’aliquota fissa del 24%, invece del 43% per chi guadagnava più di 600.000 euro all’anno, e soprattutto nessuna imposta sui redditi prodotti fuori dalla Spagna. Questa norma venne prima modificata e poi abrogata nel 2010. Inizialmente pensata per favorire il soggiorno di medici e scienziati in Spagna è invece stata poi sfruttata principalmente dai club calcistici per attirare fuoriclasse stranieri. Grazie alla legge Beckham i club spagnoli hanno potuto beneficiare di una tassazione estremamente favorevole se paragonata a quella degli altri campionati europei. Infatti in Inghilterra l’aliquota sugli stipendi dei calciatori è al 50%, in Bundesliga al 45%, in Serie A al 43% e in Ligue 1 al 40%.

CHI PAGA LO STIPENDI O DI RONALDO?

Negli scorsi giorni si è parlato molto di come verrà pagato lo stipendio di CR7 che ammonterà a circa 30 mln di euro all’anno. Bene, se le ipotesi fatte negli ultimi giorni fossero veritiere, ovvero una parte di stipendio pagata dalla Juventus ed una parte dalla FCA o dalla Exor, la Juventus avrebbe messo in moto un altro trucchetto niente male per convincere il cinque volte pallone d’oro a sbarcare a Torino.

Se una parte dello stipendio venisse ad esempio elargito da Exor o FCA, la prima con domicilio fiscale ad Amsterdam e la seconda a Londra, ecco che questi soldi, si immagina sotto forma di contratti di sponsorizzazione, sarebbero redditi prodotti all’estero e fuori dai confini italiani ed ecco quindi che le tasse che Cristiano pagherà su questi rientrerebbero nell’imposta unica sostitutiva di 100.000 euro all’anno.

VEDREMO ALTRI CAMPIONI QUI?

La Juventus è stata la squadra più furba di tutte ad usare una norma giuridica per portare a casa il campionissimo Ronaldo. La regola ovviamente vale per tutti ma non sarà solo la fiscalità agevolata a convincere altri campioni a venire in Italia. Ci vogliono i soldi per il cartellino, quelli per l’ingaggio, anche se suddivisi tra varie aziende, e soprattutto un progetto tecnico-sportivo molto serio e ambizioso. La Juve tutto questo ce l’ha mentre le altre, anche perchè senza uno stadio di proprietà e con fatturati minori, faranno un po’ più di fatica.

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