“Si ribadisce che nell’ambito del G.O.S dello stadio Olimpico è permanentemente attivo uno sportello dedicato alle relazioni con i tifosi attraverso il quale è possibile presentare mediante lo S.L.O. (supporter liasion officer) progetti di coreografia e tifo appassionato che possono, in un rinnovato spirito di collaborazione ed in una cornice di legalità, riportare allo stadio il colore e la passione da tutti auspicati”. È la parte finale del comunicato con cui la Questura di Roma ha reso noto, la scorsa settimana, l’emissione di 45 sanzioni amministrative (da 167 Euro cadauna) a tifosi di Roma, Lazio, Juventus e Udinese, rei di aver occupato indebitamente le vie di fuga allo stadio Olimpico durante manifestazioni sportive, “determinando situazioni di pericolo per l’incolumità degli spettatori”. Una contraddizione in termini, che di certo non favorisce il ceruleo richiamo allo “spirito di collaborazione ritrovato” né tanto meno il ritorno al “colore e alla passione da tutti auspicati”, foraggiando invece l’ulteriore fuga da un luogo ormai ritenuto da buona parte dei romani scomodo, inospitale e ghettizzante. Al contrario di quanto vorrebbero far credere deliranti veline propagandistiche. Oltre che cartina al tornasole di un’eccessiva e invasiva burocratizzazione, che dopo aver ucciso lo storico tifo della Capitale, sta pian piano svuotando completamente l’impianto di Viale dei Gladiatori.

Ma c’è dell’altro. “Nel corso di questi interventi – si legge nella nota – sono state anche identificate 2 persone con a carico nell’ultimo quinquennio, gravi precedenti per rapina, porto d’armi e spaccio di stupefacenti. Gli stessi pur non avendo partecipato ad episodi di violenza durante la partita sono stati sottoposti a Daspo”. Si tratta del Daspo preventivo, voluto dall’ineffabile coppia Renzi-Alfano sull’onda emotiva del caso Ciro Esposito, assieme al Daspo di gruppo, poi caduto nel dimenticatoio in seguito ad alcuni ricorsi accolti dal Tar (uno su tutti vide coinvolti i tifosi del Bari a Frosinone, un paio di anni fa), e a un’eloquente sentenza della Cassazione, datata luglio 2016, che ha annullato l’obbligo di firma contenuto nel provvedimento della Questura di Catania nei confronti di 21 tifosi bolognesi (nel cui pullman furono rinvenuti alcuni oggetti contundenti). “Non è la presenza nel gruppo a rilevare ai fini dell’applicazione del Daspo, bensì la partecipazione individuale all’azione del gruppo”, avevano sottolineato gli ermellini. “La responsabilità è individuale”, in soldoni. Con un neanche tanto velato cenno al regime nazista. Nella medesima sentenza infatti si legge: “Va respinta un’interpretazione declinata nell’ottica del “diritto penale d’autore” secondo la logica del “tipo normativo d’autore” (il Tätertyp, elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca)”.  Provvedimenti in parte annullati anche nel caso dei Daspo comminati a ragazzi e ragazze scesi in piazza durante contestazioni politiche/sociali e già conosciuti come frequentatori degli stadi (esempi sono quelli emessi a Pisa, in diverse occasioni, a Livorno, a margine di una manifestazione contro Salvini, e proprio a Roma ai danni di esponenti di Casapound, dopo i fatti di Casale San Nicola). Pisa è forse il luogo più colpito, tanto che all’ombra della Torre è sorto il comitato No Daspo di Piazza. Va ricordato che tutto questo vortice perverso di provvedimenti, ricorsi e assoluzioni ha un costo ben definito e che è la collettività a pagare le arzigogolate idee di taluni legislatori, quasi sempre foraggiati dalla voracità mediatica che si ciba di sensazionalismo a ridosso di eventi eclatanti per l’opinione pubblica. Su questo salto di qualità dello strumento Daspo, dettagliate e minuziose le spiegazioni fornite sul sito dell’Avv. Lorenzo Contucci.

Come sottolinea Il Manifesto nell’articolo di ieri “La curva al patibolo”, in un Paese normale una misura del genere farebbe gridare allo scandalo. Invece quasi nessuno sembra scomporsi di fronte all’ennesimo utilizzo dello stadio a mo’ di laboratorio sociale. Questo folle marchingegno giuridico permette quindi di estromettere da un luogo pubblico cittadini che non si sono macchiati di reati durante manifestazioni sportive, ma hanno scontato in precedenza pene non connesse alle gradinate. In totale conflitto con quel principio che muove ogni società civile e che dovrebbe riabilitare e reintegrare nel migliore dei modi chi ha infranto la legge pagandone appieno le conseguenze. Per intenderci: se da giovincello sono stato denunciato per un piccolo reato, ma nel frattempo sono cresciuto, diventando un onesto lavoratore e padre di famiglia, rischio di non vedere più lo stadio anche, potenzialmente, essendo un tranquillo frequentatore della Monte Mario Top. Inoltre, paradossalmente, questa sanzione metterebbe fuori gioco molti politici e personaggi istituzionali notoriamente frequentatori delle gradinate ma dalla fedina penale tutt’altro che linda. Populismo? Può darsi, ma basta dare un’occhiata a questa lista per accorgersi che si tratta di un dato ineccepibile. E questo implica un’altra domanda: la Questura di Roma vuol essere davvero integerrima, oppure ha intenzione di colpire soltanto determinati settori e determinati soggetti, applicando il solito metro di giudizio all’italiana “forti coi deboli, deboli coi forti”? Questo modus operandi è credibile per un organo davanti a cui tutti i cittadini dovrebbero avere egual peso (sic!)?

Del resto, di concerto con l’ex Prefetto Franco Gabrielli, il Questore Niccolò D’Angelo (ormai a tutti gli effetti padre e balia della politica repressiva nella Capitale) si è sempre giustificato con il rispetto di una direttiva nazionale pervenuta dal Ministero dell’Interno, quella Task force sulla manifestazioni sportive che in passato abbiamo già analizzato e che, tuttavia, sostiene l’esatto contrario di quanto coattivamente esercitato a Roma. Secondo quel documento le barriere vanno abbattute e i controlli snelliti, favorendo una lenta diminuzione della polizia negli stadi, ad appannaggio di un implemento di steward e sicurezza privata. E non possiamo neanche dire che tale invito sia stato inascoltato. Negli ultimi anni barriere, divisori e cancellate sono state abbattute in impianti di Serie B come Trapani e Latina, ma anche in A, a Firenze, ed ora Genova si prepara a “liberare” Marassi da tutte le gabbie che lo avvolgono. Mentre a Roma succede l’esatto contrario. Altro giro, altra domanda: ma Roma è ancora Italia? O si vuole semplicemente rendere questa città un grande esperimento sociale a cielo aperto, dove vessare i tifosi/cittadini in ogni modo e maniera con la scusa della sicurezza? “Scusa”, sì. Non uso questa parola a caso. Basta vedere quanto accaduto nella gara contro la Sampdoria, con vie di fuga ostruite dall’acqua, scale impraticabili, gocce che filtravano ovunque rendendo i seggiolini pericolosamente scivolosi, per capire che la “sicurezza” è veramente l’ultimo dei pensieri per lor signori.

Ma forse per avere il polso della situazione e capire l’aria che si respira nell’Urbe, è sufficiente sapere quanto accaduto a dei ragazzi che seguono le sorti di una piccola squadra di Eccellenza: il Tor Sapienza. Da anni portano avanti un progetto di “calcio popolare”, con l’intento di avvicinare allo sport una delle zone più popolose e problematiche di Roma. Anche e soprattutto attraverso l’aggregazione sulle gradinate. Mai problemi, mai un’intemperanza. Di tifoserie ospiti se ne vedono poche e il pubblico non è certo tra i più numerosi. Domenica mattina volevano salutare l’ingresso in campo dei propri beniamini con dei fumogeni colorati di verde, bianco e giallo (abbinamento cromatico del club). Si sono ritrovati braccati da agenti in borghese che, armati di telecamera, gli hanno detto a chiare lettere che sarebbero stati ripresi per tutta la partita e che qualora i fumogeni fossero stati accesi sarebbero incorsi in denunce e diffide. La loro risposta è stata semplice: hanno fatto marcia indietro e hanno “consumato” la coreografia per le strade del quartiere. Ecco, forse è proprio l’emblema del “modello Roma”. Disgregare, disunire, mettere contro e annientare qualsiasi punto d’incontro per i giovani e i meno abbienti. Ovviamente tutto questo ha un costo. E a finanziarlo sono proprio i romani. Gli stessi che quotidianamente vedono le istituzioni assenti in tante zone di una città che sprofonda su se stessa. Quasi volontariamente a quanto sembra.

14356086_10155074351484528_84039445_n

Close