L’ambiente della MotoGP chiede sempre di più ai piloti, fuori e dentro la pista. E così, in una realtà che ruota attorno agli sponsor e alla loro necessità di avere visibilità, uno dei requisiti richiesti alle giovani leve, oltre a quelli legati al cronometro, è di presentarsi nel modo giusto. E di esprimersi nel modo giusto. Cioè in un inglese fluente.

Lo sa bene lo staff della VR46 Academy, la struttura di Valentino Rossi che segue oltre dieci talenti spalmati un po’ a tutti i livelli dei campionati velocità: per i loro pupilli ci sono lezioni di inglese pensate apposta per affrontare i giornalisti che seguono i gran premi.

In attesa di partire per il #DutchGP➡️ english??class ?? per @m16no e @nicco23on con @marcobez12 ?

Un video pubblicato da VR46RidersAcademyOfficial (@vr46ridersacademyofficial) in data:

E loro non deludono: Niccolò Antonelli, Franco Morbidelli e Lorenzo Baldassarri, giusto per citarne alcuni, di fronte ai microfoni delle testate anglosassoni smettono di rollare la ‘erre’ e raccontano quanto fatto in pista senza troppe esitazioni. In questo hanno superato anche il loro boss, che a 37 anni, anche se comprensibilissimo, mostra ancora qualche difficoltà con i verbi. E stracciano, tanto per restare nella top class, l’abruzzese Andrea Iannone, che durante la conferenza stampa del GP del Mugello 2015, fra uno sbuffo e l’altro, ha ammesso (sghignazzando) di stancarsi di più in quelle occasioni che quando è in sella: «For me speak English is very difficult, no? I’ll improve, I promise this».

La richiesta di un ‘fluent English’ è uno di quegli aspetti, seppur marginali, che mostra l’omogeneizzazione a cui vanno incontro le matricole, sfornate da iniziative come la Red Bull Rookies Cup, campionato che mette i giovanissimi su mezzi fra loro quasi identici, e che vinca il migliore. Hanno tute uguali, moto uguali, facce simili. Lo stesso sogno e, quando sono in circuito, la stessa scaletta quotidiana. Prove, briefing, pranzo, photo shooting, intervista, nuove prove, nuovo briefing, cena. Forse non tutto è indispensabile, ma serve a inserirli nel loop giusto in vista del salto, auspicato, nella categoria cadetta, la Moto3.

Dalla Red Bull Rookies Cup è uscito anche il più veloce dei talenti tricolori attualmente impegnati nella entry-class del motomondiale, Enea Bastianini, in forze al Team Gresini Racing e fuori dalla cerchia della VR46 Academy. Qualche domenica fa, in Giappone, ha conquistato la vittoria consolidando il secondo posto nella classifica di un mondiale già vinto dal sudafricano Brad Binder. E davanti ai microfoni ha sfoggiato, come sempre, uno fra i più esilaranti inglesi del paddock. Fra parole inventate e ampi gesti di mani e braccia (necessari per arrivare dove non arriva il vocabolario), il 18enne riminese è così impacciato da risultare più umano e meno ‘standard’ della concorrenza. Anche se per capirlo bisogna ricorrere a profonde dosi di interpretazione.

Proprio Rossi, nel 2015, durante la conferenza stampa post qualifiche del GP di Misano, dove Bastianini conquistò la pole position (e il giorno dopo la vittoria), fu costretto a soccorrere il connazionale per suggerirgli le parole giuste e tradurre le domande dei giornalisti, incomprensibili per il romagnolo.

Un anno dopo la situazione è ancora ‘critica’: «Parlare inglese è molto più dura che lottare con i miei rivali in pista – mi spiega Bastianini – nel secondo caso le cose mi vengono naturali, nel primo un po’ meno. Ad ogni modo sto iniziando a migliorare. Prima odiavo parlare inglese, ora invece mi piace di più e cerco di applicarmi. Pian piano sto imparando, perché durante le gare sono sempre di più le occasioni in cui devo parlarlo. A casa cerco di studiarlo per conto mio, anche se non prendo lezioni specifiche».

I’ll see you at the next press conference, mate.

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