Se ne parlerà ancora per un anno e mezzo, o forse di più. Il ritiro di Valentino Rossi, sul quale di recente è intervenuto anche il suo capotecnico Silvano Galbusera, dicendo che il nove volte iridato potrebbe continuare oltre i 39 anni (il suo contratto scade a fine 2018), incuriosisce e fa paura. Soprattutto ai piani alti della Dorna, la società che gestisce la MotoGP, prima o poi costretta a fare i conti con un’assenza che avrà conseguenze sulle cifre dell’audience televisiva, sul pubblico dei GP e sui guadagni.

Decidere quando ritirarsi dal mondo delle corse è ormai diventato un affare intimo del pilota, messo di fronte alla sua competitività e, a volte, alla ‘tenuta’ del fisico. Rossi fa parte di una generazione che ha la possibilità, salvo imprevisti, di smettere quando vuole, quando se la sente. Pesando sulla bilancia velocità, possibilità, voglia e passione. Ma un tempo (non troppo lontano) la situazione era diversa.

Nel 1995 lo statunitense Kevin Schwantz, reduce da un incidente, appese il casco al chiodo dicendo che il suo cuore non reggeva più lo stress delle corse. Nella sua era ci pensavano gli infortuni a far pronunciare la parola “basta”. E’ successo a lui come al suo rivale e connazionale Wayne Rainey, fermato nel 1993 da una caduta sul circuito di Misano che l’ha costretto sulla sedia a rotelle. Oppure al cinque volte campione del mondo Mick Doohan. L’australiano, che nel 1992 aveva rischiato l’amputazione di una gamba, era tornato più forte di prima vincendo cinque campionati del mondo. Ma si è dovuto arrendere dopo una nuova botta a Jerez, in Spagna, nel 1999. Quelli erano i piloti delle 500 a due tempi, prototipi dall’erogazione brusca e dal peso piuma, gli stessi che Rossi ha guidato agli esordi nella top-class del motomondiale. Gli stessi con cui ha vinto il titolo nel 2001, sulla Honda.

Prima la situazione era ancora più drammatica. Ritirarsi perché il fisico non ce la faceva più era quasi un privilegio, perché perdere la vita in pista non era raro. La lista è lunga, lunghissima. Fra i più veloci, in ordine sparso, Jarno Saarinen, Renzo Pasolini, Angelo Bergamonti, Gilberto Parlotti, Santiago Herrero, Bill Ivy e Kim Newcombe. Scomparsi fra gli anni 60 e 70. Rimasti, in misura diversa, nella memoria di chi segue il motomondiale dall’epoca in cui le tute erano nere, i caschi a scodella, i circuiti ricavati fra le vie delle città, chiuse al traffico per l’occasione.

Negli anni 50 il calendario prevedeva il famigerato Tourist Trophy, considerato il tracciato più pericoloso e affascinante di sempre. Al via c’era un pilota che, come Rossi, ha vinto nove titoli mondiali. Si chiama Carlo Ubbiali e oggi ha 87 anni. Nato a Bergamo, il primo titolo iridato l’ha vinto nel 1951 sulla Mondial 125, l’ultimo nel 1960 sulla MV Agusta 250, correndo in più classi nella stessa stagione, come d’uso in quel periodo.

Alla fine del 1960 Ubbiali aveva in mano un contratto per continuare a correre per altri due anni con la MV Agusta, ma la scomparsa del fratello, in prima fila nel mantenimento della famiglia e sposato da appena un anno, lo spinse a ‘tornare a casa’ per occuparsi della vedova e dei ‘suoi’. Temeva che il proprietario della MV Agusta gli facesse causa, ma il boss fu gentiluomo: gli disse che la rottura del contratto non era un problema. E si spinse oltre: «Se non corri tu non lo facciamo neanche noi». Da quel giorno la MV Agusta si è astenuta dalle classi 125 e 250, almeno in via ufficiale. Un esempio (di classe) che mostra come è cambiato lo sport, fuori e dentro la pista.

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