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Calcio

Moggi giornalista “garantisce” per Buffon: “Sono convinto, ha detto la verità”

Simone Nastasi

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Per la serie a volte ritornano, anche Luciano Moggi è tornato a parlare della “sua” Juve. E lo ha fatto, nella maniera a lui oggi più congeniale, quella del giornalista. Dato che, da qualche anno ormai, l’ex direttore generale della Juventus radiato dal calcio dopo l’inchiesta Calciopoli, è ospite fisso come editorialista sportivo sulle colonne di Libero. Ed è proprio da qui, dalle colonne del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che Moggi è voluto ritornare sul caso Buffon.

Scoppiato in seguito alle esternazioni del portiere juventino dopo la gara contro il Napoli. Al termine della quale, Buffon, all’interno dello spogliatoio avrebbe dichiarato a qualcuno (tra i compagni di squadra o dello staff) che “in Italia,  le squadre si scansano mentre in Europa no”. Una dichiarazione inquietante con quel verbo “si scansano” che ha fatto subito pensare ai tempi peggiori. Quando la Juve, come ci hanno appunto raccontato i processi, beneficiava dei “rapporti” che la “Triade” (Moggi-Giraudo e Bettega), che all’epoca guidava la società bianconera, vantava tra arbitri e dirigenti di federazione. Quella che i magistrati di Napoli definirono una vera e propria “associazione a delinquere” ritenendo che Luciano Moggi (condannato anche in Appello ma prescritto) ne fosse appunto uno dei promotori.

Ma tutto questo non ha impedito a Moggi di continuare a parlare di calcio sulle pagine dei giornali. Per questo che adesso, sulla vicenda che ha coinvolto Buffon, l’ex dg bianconero scrive su Libero che secondo lui, “conoscendo Gigi, è tutto vero” e che la Juve non avrebbe avuto bisogno di fare “comunicati che negassero una più che possibile verità” (riferendosi al comunicato di smentita diffuso dalla Juve qualche ora più tardi lo scoppio del caso sulle pagine della Gazzetta dello Sport). Ma quel “tutto vero” scritto da Moggi, a che cosa si riferisce?  Al fatto che la Juve, beneficerebbe ancora di qualche favore di cui Moggi sarebbe a conoscenza? Niente affatto. Piuttosto, secondo Big Luciano, il fatto che le squadre si scansino sarebbe dovuto alla paura che la Juve infonde nei loro confronti. Ed è per questo, come scrive sempre Moggi, che in Italia “capita che allora qualche allenatore (Moggi fa il nome di Giampaolo della Samp) ritenga opportuno preservare alcuni titolari per l’incontro successivo”.

Dunque, secondo il Moggi pensiero, molte squadre italiane, quando incontrano la Juve, anziché schierare la formazione migliore preferirebbero risparmiare qualche pedina importante, come se già avessero perso in partenza. Meglio quindi pensare direttamente alla partita successiva. Secondo Moggi inoltre, un caso come quello di Giampaolo “non sarà il solo da qui alla fine del torneo”. E se lo dice uno come Moggi, la domanda sorge spontanea: sarà tutto vero anche stavolta?

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16 Commenti

16 Comments

  1. edward

    novembre 10, 2016 at 2:00 pm

    LE MINACCE DELLA CAMORRA ALL’ALLENATORE DEL NAPOLI

    Come si potrebbe spiegare diversamente la sostituzione di Insigne in Juventus-Napoli del 29 ottobre scorso? Perché la camorra? Perché c’era sicuramente una notevole dose di scommesse clandestine a favore del Napoli e Insigne,in forma e deciso
    com’era,avrebbe portato il Napoli dal pareggio alla vittoria.
    Si spiegano in tal senso le proteste di iInsigne per la sostituzione inattesa. La sconfitta del Napoli fu accolta con sollievo da Sarri.

  2. Costantino Le voci

    novembre 10, 2016 at 3:58 pm

    Solo un giornale di autentica merda diretto da uomo di merda può fare scrivere Moggi

    • Gianni F

      novembre 10, 2016 at 9:25 pm

      Sorroscrivo!

    • salvatorebaiano62

      novembre 12, 2016 at 9:41 am

      Concordo pienamente e su tutti i fronti…Inoltre, sull’ “endorsment” di Moggi a Buffon, dalle mie parti si usa dire: Per salvare l’Agnello, lo affidiamo alle fauci del Lupo (in dialetto suona molto più divertente)

  3. Brazov

    novembre 10, 2016 at 4:53 pm

    Mi associo al commento di Costantino.

  4. maurizio

    novembre 10, 2016 at 5:41 pm

    vero solo milan e inter hanno giocato con la formazione migliore.se buffon nn sa esprimersi in italiano è meglio stia zitto.

  5. gian

    novembre 11, 2016 at 2:04 am

    una bella copia buffon e moggi ,lasciamo perdereche e’meglio

  6. Umberto

    novembre 11, 2016 at 1:38 pm

    Moggi è ancora dentro la Juve, lo si vede spesso in tribuna allo Juventus Stadium. Ovviamente in posizione più defilata e senza incarichi ufficiali. Ma ha ancora parecchia influenza nella società che ha contribuito a spedire in serie B appena dieci anni fa…

  7. Pietro paolo

    novembre 11, 2016 at 2:17 pm

    È poi parliamo di campionato?

  8. carlo

    novembre 11, 2016 at 2:56 pm

    il ondannato garantisce per buffon? forse mi son perso un passaggio …

  9. marcello bartolini

    novembre 12, 2016 at 10:12 am

    solo in italia si riesce ancora a far parlare di calcio un tipo come Moggi, poi di Buffon che dire? un uomo che si gioca milioni per scommesse, è veramente scandaloso e vergognoso, mi piacerebbe fare una domanda ai tifosi della juve,,come si può tifare una squadra che ha sempre rubato, che gusto ci si prova?

  10. beppe

    novembre 12, 2016 at 10:29 am

    E’ L’Italia questa…………….Moggi che fa da “garante” per Buffon!!!!!!!

  11. Marcello

    novembre 12, 2016 at 7:18 pm

    Ma quante cazzate!!!! Certo che questo giornale filo interista ogni volta che c’è una minima vocetta sulla Juve ci si attacca!!! Ma cosa dite che si scansano? da sempre la juve è la squadra più amata, ma anche la più odiata! Gli avversari si dannano l’anima fino al 90 e combattono come leoni quando giocano contro la juve mentre con le altre squadre passeggiano ( questo è quello che ha detto anche Buffon ). Quindi finitela con le solite frasi da perdenti. Avete fatto un orgia per una volta, ma non tromberete più tutta la vita; avete fatto di una mezza cartuccia lo spezial one!!!! Questi sono i giornalai Italiani che ti raccontano quello che vogliono far credere. Ma è questo che ci meritiamo,… e qui parliamo in ambito sportivo ma alla fine è lo specchio dell’Italia.

  12. THX1138

    novembre 13, 2016 at 8:53 am

    Invece di ostinarsi a pubblicare articoli insulsi, inutilmente diffamatori di una squadra che ha reso lustre il calcio nazionale in Italia e all’estero, FQ dovrebbe occuparsi del calcio giocato, della nazionale, del prossimo 6° scudetto consecutivo della Juventus, evitando di puntare l’attenzione solo su Roma e Inter. Altrimenti, questo lettore abbandonerà questo giornale.

  13. rescallig

    novembre 13, 2016 at 10:31 am

    direi che è una buffonata

  14. burruchela

    novembre 14, 2016 at 8:28 am

    si dovrebbe vergognare il direttore che lo ospita come editorialista uno che a messo in rotta di collisione tutto il calcio italiano oltre gli altri personaggi che non sono stati scoperti che ancora tramano ed anche televisioni sia private che pubbliche lo ospitano come personaggio di grande spessore dovrebbe sparire dalla vita del calcio italiano lui e tutti quelli come lui

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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