Essere la squadra più titolata d’Italia, di gran lunga. Laurearsi campione d’Italia per la ventitreesima volta, a distanza quattordici anni dall’ultimo tricolore, con discreta disinvoltura e quasi senza contrattempi, solo poche settimane fa. Presentarsi, sulla carta ma a buona ragione, tra le grandissime pretendenti della prossima Champions League. Pensare alle prime, ambiziose operazioni di mercato. E adesso, vivere lincubo peggiore: quello di sparire.

È il paradosso della Modena del volley: la Modena irresistibile, la Modena campione d’Italia, ma anche la Modena che potrebbe non iscriversi al prossimo campionato, come da allarme lanciato da tempo dalla presidente, Catia Pedrini. E, con la ferita di Cuneo ancora tutt’altro che rimarginata, con il ridimensionamento ancora non completamente alle spalle di Piacenza, è un allarme che oggi, a poco più di quattro settimane dalla deadline dell’iscrizione, ha una sinistra credibilità, eccome se ce l’ha.

Eppure, nelle parole di Catia Pedrini, c’è un eppure. «Come già ripetuto in più sedi, per fare una squadra di alta classifica e far rimanere Modena nel posto che merita onorando tutti gli impegni, serve un budget di 3,5 milioni di euro. In questi anni mi sono esposta personalmente nel progetto perché ho sempre creduto in questa squadra e in questi ragazzi. Con la rescissione annunciata da DHL, non abbiamo più un main sponsor, ciò significa che la maglia è libera e a disposizione delle aziende che saranno interessate -scrive il presidente degli emiliani-. Io, daccordo con il direttore sportivo Andrea Sartoretti, sto comunque costruendo una squadra che possa competere su tutti i fronti per la prossima stagione perché questo mi impone il mio ruolo e il mercato. Tuttavia, se entro fine giugno non si presenteranno opportunità di ingresso di nuovi capitali, mi vedrò costretta a mettere in vendita i giocatori e a chiudere la societàNon voglio edulcorare la pillola. Probabilmente in tanti hanno pensato Ma sì, alla fine figurati se Modena Volley sparisce. Ecco, forse sono stata molto fiduciosa e ottimista e ho trasferito a tutti voi questo pensiero. Ma io voglio essere trasparente e non voglio fare promesse che non potrò mantenere. In questo momento Modena Volley è una promessa che vorrei mantenere, ma senza i capitali necessari non mi sarà possibile farlo ».

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Così recita l’esplicito appello che ha reso tangibile come non mai lo spettro della non iscrizione. Troppo grossa l’emorragia lasciata dal main sponsor, ancora insufficiente il crowfounding (che rimarrà attivo fino al 9 luglio sul sito noisiamolasquadra.com: «se entro quella data non sarà raggiunto lobiettivo fissato di 1 milione di euro, tutte le donazioni verranno restituite ai sostenitori» si legge ancora nell’appello della presidente). Ma sono anche giorni in cui per tanti tifosi il disorientamento è pari alla perplessità. E la perplessità si muove sulla sottile linea di demarcazione che separa il campo del realismo da quello della summenzionata ambizione.

3,5 milioni di euro: è la cifra al di sotto della quale, si chiedono in tanti, proprio nessuna società può pensare di iscriversi e operare in Superlega? È la cifra al di sotto della cui disponibilità una società deve dichiarare il fallimento? Oppure, più plausibilmente, è la cifra su cui la Modena pigliatutto dell’ultima stagione vuole poter contare, per continuare ad esser tale? È questo un angosciante grido d’aiuto ad istituzioni, città e investitori da parte di chi ha faticosamente ricostruito il sogno gialloblu, quattordici anni dopo, o è piuttosto l’all-in alla ricerca del main sponsor che garantirebbe un auspicato e consono futuro?

Una sfumatura? Mica tanto. Perché dietro la scena dell’ovvia apprensione che è di dimensione nazionale per quello che rappresenterebbe in ogni caso lo sfregio più grande per uno sport che in Italia non è più lo stesso, e da molto tempo, il punto è questo: perché una realtà come Piacenza ha potuto soffrire in attesa di ripartire e ricostruirsi con pazienza, e Modena non intende farlo? Perché allo scendere al di sotto della propria asticella è preferibile in non presentarsi affatto? Quando, anche qui, l’adagio in voga è diventato il vincere è lunica cosa che conta di bonipertiana memoria (che tanti danni ha fatto, altrove)? Quali sono le valutazioni che conducono a un aut-aut fiero quanto drastico nei confronti della semplice e autosufficiente passione: o ci siamo come vogliamo, o non ci siamo? Quanto è realistica, e non invece strategica, una posizione come quella per cui o siamo in grado di essere una corazzata, o non ci iscriviamo, a costo di lasciare la città del volley senza volley?

Dal 9 luglio ci separano poco più di quattro settimane di passione e di apprensione: poi sarà cronaca, e sarà, in un caso o nell’altro, storia. Se sarà stato grido d’aiuto o se sarà stato all-in, lo dirà il tempo. Se Modena ci sarà o meno, e come, lo dirà la prima fetta di una estate di fuoco. A proposito di fuoco, torna in mente Neil Young: lui cantava che è meglio ardere in una fiammata, che spegnersi lentamente. Sacrosanto. Legittimo, anche se poi devi fare i conti con chi ti ama, e privi di te. Ma forse, più sommessamente e più pragmaticamente, in alcuni casi varrebbe la pena tentare, varrebbe la pena stringere i denti, e dirsi che in fin dei conti è meglio giocare a pallavolo, che non giocarci.

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