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MMA: Dio salvi le Regine

Francesco Beltrami

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Ultima notte del 2016 non in condominio col 2017 negli USA, in Italia l’alba di San Silvestro. T-Mobile Arena di Las Vegas, Due donne avanzano determinate verso la gabbia, il ring ottagonale  dove si combattono i match delle MMA. Mixed Martials Arts il significato dell’acronimo, Arti Marziali Miste in italiano. Vanno a disputare il main event, l’incontro principale si direbbe da noi, di UFC 207: in palio il titolo mondiale dei pesi gallo femminili.

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Per prima entra il mito assoluto delle arti MMA femminili: Ronda Rousey, già bronzo olimpico nel Judo a Pechino, californiana, 30 anni il prossimo primo febbraio, stasera nelle vesti di sfidante. Ha perso il titolo che sembrava suo per sempre, 13 mesi prima, a Melbourne, battuta contro ogni pronostico da Holly Holm, “La figlia del prete”, una delle più forti pugili al mondo prima di essere artista marziale, che ha trovato il punto debole di Ronda proprio nella sua boxe. E’ riuscita a non farsi portare a terra, dove nella lotta sarebbe stata annichilita dall’avversaria, e nel secondo round a metterla KO a suon di colpi. Dopo quell’incredibile sconfitta Ronda è scomparsa per un bel po’, ha dichiarato di aver pensato al suicidio, incapace probabilmente di accettare di aver perso quello pareva destinato ad essere per anni e anni il suo regno. Nei lunghi mesi del ritiro il suo titolo mondiale ha cambiato mani più volte, incapace di trovare una nuova padrona, la Holm lo ha perso alla prima difesa contro Miesha Tate, nota come l’arcinemica di Ronda, colei che piuttosto che arrendersi di fronte alla rivale si era lasciata svenire durante uno dei loro match. La Tate a sua volta non ha superato la prima difesa, contro la brasiliana Amanda Nunes, ragazza forte e devastante in inarrestabile ascesa che l’ha sottomessa al primo round.

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E’ proprio Amanda, “The Lioness” a salire per seconda nell’ottagono della T-Mobile come spetta alla campionessa in carica sia pur poco considerata: la Rousey è la favorita del match e la sensazione intorno è che il titolo mondiale che ha dovuto concedere in prestito suo malgrado presto tornerà nelle sue mani. La Nunes, un anno più giovane dell’avversaria, ovviamente non è disponibile a renderglielo tanto facilmente, donna dura, dichiaratamente lesbica, non amatissima dal pubblico, a volte attaccata per il suo fisico che alcuni dicono maschile. La campagna pubblicitaria di presentazione dell’incontro è stata tutta incentrata su Ronda, la vecchia regina che ha ritrovato se stessa e ovviamente alla brasiliana questo non è piaciuto. Adesso però il tempo delle parole sta per finire.

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Dentro l’ottagono di UFC 207 il match prende subito una piega ben definita: Amanda Nunes sovrasta nella boxe Ronda Rousey fin dai primi secondi. “Rowdy”, come è soprannominata la statunitense, sembra spenta, la testa da tutt’altra parte: non riesce minimamente a reagire, subisce colpi pesanti, sbanda, non cade e viene colpita ancora, è quello che si chiama KO in piedi: ed Herb Dean, che insieme a Big John McCarthy è il più famoso arbitro di MMA al mondo, negli States anche gli arbitri diventano dei personaggi, mette fine al match dopo 48 secondi. Era già toccato a lui nel novembre 2015 prima fare lo stesso quando era stata Holly Holm a mettere KO Ronda.

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Sono deluso, lo ammetto. Ho iniziato a seguire UFC e poi le MMA in genere tre anni fa perché avevo sentito parlare di Rowdy, prima l’unico sport da combattimento che seguivo con costanza era il pugilato. Da allora non avevo più perso un match di quelli trasmessi sulla pay tv italiana, arrivando anche ad abbonarmi al servizio streaming di UFC per non perdermi nulla. Certo Ronda restava sul suo piedistallo, sicura di se, scostante e inavvicinabile come dev’essere una Regina, ma tutto il meccanismo mi aveva conquistato.

Una strada lunga, devo dire, comprendere le arti marziali miste è difficile, bisogna capire  che quello scontro che può sembrare a prima vista  una rissa da strada in realtà è uno sport che richiede oltre a un fisico eccezionale, capacità tecniche enormi: è necessario saper boxare, conoscere la lotta olimpica, libera e greco-romana, il Judo, il Jiu-jitsu brasiliano, il Karate e si potrebbe continuare, forse questa sua complessità lo rende poco vendibile in Italia, dove non basta appassionarsi e seguire lo spettacolo ma si deve per forza diventare tutti esperti della materia, commissari tecnici. E se a football tutti abbiamo giocato e i due calci tirati al pallone da ragazzini ci danno una giustificazione morale all’essere tutti dottori, nelle MMA non funziona così.

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In Italia comunque l’attività esiste e cresce: poche ore prima della sfida Nunes – Rousey durante i match preliminari di UFC 207 aveva combattuto anche un nostro peso medio:  Marvin Vettori, 23 anni da Mezzocorona, al secondo impegno in UFC. Nemmeno a lui era andata bene, sconfitto ai punti da Antonio Carlos Jr, un ex peso massimo brasiliano, avendo vinto il secondo round ma perso il primo e il terzo. Una sconfitta a testa altissima che gli permetterà di avere almeno un’altra occasione nel circuito che conta. L’avevo visto da vicino lo scorso maggio al palazzetto dello sport di Sesto San Giovanni, se ne stava seduto nel parterre insieme alla fidanzata durante gli incontri pomeridiani di Venator 3, importante promotion italiana di MMA ora in pausa di riflessione ma che si spera possa presto tornare attiva, in attesa del suo match previsto nel programma serale. Un ragazzo normale, che faceva discorsi normali in attesa di trasformarsi in quello che per la fantasia popolare potrebbe essere un moderno gladiatore. L’incontro poi lo vinse aprendosi la strada verso UFC, dove dopo un’altra vittoria al debutto è arrivata la battuta d’arresto di cui abbiamo appena parlato. Un altro medio italiano è in UFC, Alessio Di Chirico, anche per lui 1 vittoria e 1 sconfitta, mentre Alessio Sakara, il Legionario, lo è stato per anni in passato e ora combatte in un’altra promotion importante, Bellator.

Mentre io mi perdo nell’immaginare il futuro delle MMA italiane dentro la gabbia  a Las Vegas tramonta probabilmente per sempre il mito di Ronda Rousey, intendiamoci lei resterà per sempre colei che ha portato le MMA delle ladies in UFC, non ci fosse stata le divisioni femminili sarebbero arrivate molto tempo dopo e con molto meno clamore, e chissà quando avremmo visto delle riunioni con un match femminile come main event, cosa che invece è già ormai accaduta più volte, dunque il massimo rispetto e la speranza possa seguire una nuova strada, è una donna famosa, ha già avuto un suo spazio nel mondo del cinema, ne ha tutte le possibilità.

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Un metro più in là si celebra la nuova regina: Amanda Nunes festeggia la vittoria e il titolo mondiale che adesso è veramente suo, ma lo fa in un modo più rabbioso che gioioso: si porta l’indice alle labbra e cammina lungo l’ottagono sfidando il pubblico della T-Mobile facendogli segno di star zitto. Ci sono anni di vita dura, la difficoltà della scalata, la frustrazione per non essere stata considerata la vera campionessa dopo essere arrivata al titolo alle spalle di questo gesto. La folla non la fischia, la rispetta. Del resto le Regine devono essere carismatiche, non simpatiche.

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Alessandro Mastroluca

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Compie oggi 50 anni Hassiba Boulmerka, l’atleta algerina campionessa olimpica a Barcellona 1992. Una Medaglia storica, simbolo per le donne discriminate. Ve la raccontiamo

Ventisei anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

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