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Milik come Rocky: si prepara al rientro e l’infortunio è solo un ricordo

Emanuele Cammaroto

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Il bombardiere di Tychy sta tornando. A due mesi da quella maledetta sera dell’8 ottobre, Arkadiusz Milik brucia i tempi di recupero e viaggia sempre più veloce verso il rientro in campo, atteso con spasmodica impazienza dai tifosi del Napoli. Tutti lo aspettano, tutti lo coccolano e lo spingono verso il gran giorno, “DiaboMilik”, come lo chiamano nel suo Paese, è diventato in poco tempo un idolo vero del San Paolo, gigante dalla faccia buona che si è caricato sulle spalle un’eredità pesante del vecchio maglia numero 9 ma col 99 l’aveva esorcizzata esaltando il piglio freddo, lucido e impavido di chi conosce bene le proprie potenzialità. La rottura del legamento crociato comincia ad essere un ricordo sbiadito per il centravanti che nell’immaginario collettivo del popolo azzurro è l’uomo del destino, l’ennesima scelta giusta del presidente Aurelio De Laurentiis, che lo ha pagato 32 milioni dall’Ajax. A Milik, 22 enne col carisma silenzioso del veterano, era e resta affidato l’arduo compito di cancellare definitivamente l’ombra dell’innominato ingrato che ha tradito i napoletani e ha scelto di passare col nemico in nome del Dio denaro. E allora il 2017 sarà l’anno del Milik 2.0, una storia di calcio e di sentimenti che sta per ricominciare e riprenderà lì dove si era interrotta con le 7 marcature nelle prima 9 uscite ufficiali.
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C’è da dare la spallata alla Vecchia Signora: a Napoli quest’obiettivo è un ineludibile imperativo da centrare, presto o tardi. Milik questo lo sa, lo ha sempre saputo e a due mesi dall’infortunio lavora duro per riprendersi il tempo perduto e riassaporare le emozioni vissute nelle notti di fine estate. Arek si allena col pallone e già corre, sta impressionando per l’intensità e la meticolosità che mostra nel lavoro di recupero. L’ex attaccante dell’Ajax rivede la luce in fondo al tunnel, vuole chiudere i conti con la sfortuna che lo ha messo fuori combattimento al minuto 35 di Polonia-Danimarca. Se fossero un film, le giornate di Milik in questi giorni di dicembre si potrebbero idealmente accostare agli allenamenti massacranti di Rocky Balboa prima della sfida con Ivan Drago e non potrebbe che essere “Heart’s on fire” la colonna sonora in grado di scandire e accompagnare meglio di qualsiasi altra il senso dell’impresa che Milik sta inseguendo con eccezionale caparbietà. Doveva tornare dopo 5-6 mesi secondo alcuni, i più nefasti lo davano addirittura destinato a rivedere il campo soltanto in primavera nelle fasi finali della stagione, e invece Milik potrebbe riprendersi il posto al centro dell’attacco del Napoli già entro la fine di gennaio o al più tardi a febbraio.
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“Mi sento molto bene – ha detto il giocatore polacco in una interventi di questi giorni -. Sono sulla strada giusta. Le ginocchia non si stanno gonfiando. Non so ancora la data precisa di quando tornerò ma sto lavorando duro ogni giorno. Voglio tornare in campo il prima possibile. Il peggio è passato, momenti come questo ti fanno diventare ancora più forte. Ho ricevuto tanti messaggi dalla gente di Napoli e dalla Polonia. Mi incitano a tornare, mi dicono che c’è bisogno di me. Mi sto allenando ancora più duramente perché sento quanto è forte il calore della gente ed è una sensazione meravigliosa. Quando rientrerò so che farò del mio meglio anche per loro“. Fa grandi progressi, palleggia va spedito verso il recupero, ma non vuole farsi prendere dalla fretta questo ragazzo forte di fisico ma soprattutto dimostratosi una roccia di testa e nel carattere, esemplare nella reazione a un infortunio che avrebbe abbattuto anche un toro. Non è una scelta casuale, semmai un messaggio destinato agli altri, che nel nuovo calendario del Napoli si veda Milik in posa dinnanzi alla statua di Ercole in formato “guerriero”. Senza di lui il Napoli ha perso il suo punto di riferimento offensivo e si è capito quanto è diventato subito importante il polacco nel mondo partenopeo e nelle alchimie tattiche della squadra di Sarri. Alle porte di Natale, la forza di volontà dell’atleta è la linea invisibile eppur potente che segna il confine tra sofferenza e rinascita. La seconda vita calcistica di Arek è ormai all’orizzonte e come quell’epico urlo di Rocky che in cima a una montagna siberiana chiamava Drago alla battaglia, Arkadiusz Milik corre verso il giorno del rientro in cui sarà la folla del San Paolo a urlare il suo nome.

 

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Giornata della Terra: la grandiosa sfida dello Stadio Zero Impact dei Forest Green Rovers

Matteo Luciani

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Oggi si celebra la Giornata della Terra, dedicata alla salvaguardia dell’ambiente e all’ecosostenibilità. Per celebrarla vi raccontiamo l’ambizioso progetto presentato lo scorso anno da parte di una squadra inglese: uno stadio a zero impatto.

I Forest Green Rovers, club d’oltremanica militante in Conference National (quinta serie inglese), hanno svelato pochi giorni fa il proprio piano assolutamente rivoluzionario per costruire il loro nuovo impianto. Si tratterà di uno stadio fatto al 100% in legno.

La società che ha ideato l’Aquatic Centre di Londra, impianto appositamente realizzato per le Olimpiadi di Londra del 2012, la Greenbuilding, sarà responsabile dei lavori per questo sensazionale progetto, che prevede 5000 posti a sedere.

Si tratterebbe del primo stadio in assoluto di questo tipo e farebbe parte del piano di sviluppo da cento milioni di sterline, denominato EcoPark, promosso dal club.

La metà dell’Eco Park verrà occupata, oltre che dallo stadio, da molte altre strutture sportive, come campi di allenamento da calcio (indoor ed outdoor), impianti destinati ad altri sport e pure un edificio dedicato a studi scientifici sul mondo dello sport.

Il restante 50% del terreno sarà costituito da un parco fatto di uffici commerciali costruiti unicamente mediante risorse sostenibili; un progetto che dovrebbe riuscire a creare oltre 4000 posto di lavoro.

Riguardo al nuovo impianto, il presidente dei Forest Green Rovers, Dale Vince, ha rilasciato dichiarazioni, giustamente, entusiastiche. Queste le sue parole:

La Greenbuilding (studio del rivoluzionario architetto Zaha Hadid, scomparsa proprio quest’anno ndr) ha realizzato impianti incredibili in tutto il mondo, incluso, come sappiamo, quello all’interno del parco olimpico di Londra“.

“Hanno ideato uno degli stadi per la Coppa del Mondo che si svolgerà in Qatar e quindi abbiamo pensato di affidarci a loro per andare sul sicuro”.

L’elemento veramente straordinario riguardo al nostro nuovo stadio sarà, ovviamente, rappresentato dal fatto di essere realizzato completamente in legno. Incredibile. Saremo i primi al mondo”.

L’importanza di utilizzare il legno non è collegata solo al fatto che si tratta di un materiale naturale ma anche al suo minimo contenuto di carbonio, una percentuale molto minore rispetto alle altre sostanze usate per costruire uno stadio o un edificio”.

Siamo eccitati riguardo all’idea di poter collaborare con lo studio della grande Zaha Hadid. La loro esperienza con la costruzione di impianti sportivi e la loro abilità di mettere al centro di ogni progetto in primis l’ambiente per noi è assolutamente eccezionale”.

Porteremo avanti insieme a loro una sfida stimolante e dura. Correremo insieme per far sì che tutto possa concludersi il più in fretta possibile”.

In realtà, abbiamo fatto il possibile pure per rendere il nostro impianto attuale (The New Lawn, dotato di 5141 posti a sedere ndr) sostenibile al massimo; in questo caso, però, abbiamo le mani legate semplicemente perché lo stadio non è stato costruito da persone che avessero a cuore l’ambiente”.

Eco Park? Abbiamo iniziato solo con una matita ed un foglio bianco. Ora siamo ad un livello superbo invece. Ci spingeremo più avanti di chiunque altro ed il nostro sarà lo stadio più grandioso al mondo!

Una bella sfida, non c’è che dire. Peccato solo che certi progetti così rivoluzionari vedano spesso la luce da altre parti rispetto al nostro Belpaese.

Non ci resta che ammirare le incredibili foto del progetto:

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Sette anni senza Cheung Sai-ho, la leggenda di Hong Kong

Leonardo Ciccarelli

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Sette anni sono passati da quella tragica mattina del 2011, quando Cheung Sai-ho si butta giù dal 36esimo piano dello splendido grattacielo in cui viveva ad Hong Kong.  Il nome non dirà molto agli italiani, chi era Cheung?

Centrocampista offensivo, all’occorrenza seconda punta, velocissimo e dotato di ottima tecnica rispetto ai suoi connazionali cinesi, la sua carriera si è svolta tutta tra la Cina e il campionato di Hong Kong ma è entrato ugualmente nella storia del calcio segnando il gol più veloce della storia in quella che all’epoca, siamo nel 1993, era la più importante competizione giovanile per nazionali al mondo, la Portsmouth Cup, in Inghilterra. Il record è stato incredibilmente battuto nel 2009 da un calciatore saudita, Nawaf Al Abed, nel 2009. Il record di Cheung era di 2 secondi e 8 decimi.

Dopo le ottime prestazioni nella competizione, gli occhi dell’Europa si fiondarono sul ragazzo (che pare essere stato molto vicino al Perugia di Gaucci, che con questo tipo di colpi andava a nozze), ma nessuno credette davvero nel cinese che infatti restò nel campionato asiatico, diventando poi anche allenatore, ruolo che svolgeva nel momento tragico in cui decise di togliersi la vita a soli 35 anni.

Quel 22 aprile del 2011, Cheung tornò a casa verso le 4 del mattino da Tsim Sha Tsui, una popolarissima zona di Hong Kong dove il calciatore aveva aperto un pub insieme alla moglie, e proprio con la moglie, in crisi da tempo, aveva litigato prima del folle gesto. I motivi dei litigi pare fossero di natura economica.

Ad Hong Kong è ancora oggi un’icona perché ha portato sulla cartina del calcio asiatico la piccola nazionale dell’ex colonia britannica. Importantissimo fu l’exploit contro il Timor Est per le qualificazioni ai mondiali di Sud Africa 2010, partita finita 8-1 per i cantonesi, o ancora l’amichevole, ad Hong Kong proprio, contro l’Estonia nel 2000. Ci si aspettava una facile vittoria degli ex sovietici ma non fu così: ottimo gioco e intensità, Hong Kong perse per solo 2-1 contro la più ben quotata squadra europea.

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Road to World Cup: Cile 1962, la Battaglia di Santiago e il Brasile Bicampeão

Paolo Valenti

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IL CONTESTO
Dopo le due edizioni organizzate in Svizzera e Svezia, nel 1962 la fase finale della coppa del mondo tornò a disputarsi in Sudamerica. Sei anni prima a Lisbona la FIFA aveva deciso di assegnare al Cile l’organizzazione del torneo, suscitando il disappunto delle federazioni europee e, soprattutto, dell’Argentina, che da tempo inseguiva la possibilità di ospitare il mondiale. Le geopolitica del calcio aveva partorito quella scelta in funzione delle spinte dei suoi attori più potenti, in particolare il Brasile, che avrebbe mal digerito l’assegnazione dei mondiali ai rivali di sempre. Una soluzione di compromesso che suscitò critiche e perplessità verso un paese del quale si dubitava della capacità economica di sopportare l’evento, oltretutto fiaccato dal terribile terremoto di Valdivia del 1960, il più devastante del secolo scorso, che ebbe conseguenze anche in paesi lontani come Giappone, Filippine, Nuova Zelanda, Australia e Isole Hawaii. Le condizioni socio-economiche del Cile furono oggetto di articoli molto severi da parte dei giornalisti italiani Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli, inviati, rispettivamente, del Corriere della Sera e de La Nazione, che scatenarono il risentimento del popolo cileno e furono determinanti nel creare il clima avverso che l’Italia dovette affrontare nella disgraziata partita coi padroni di casa del 2 giugno 1962, passata alla storia come la battaglia di Santiago. Gli azzurri andarono in Cile con una discreta rosa della quale facevano parte gli oriundi Maschio, Altafini, Sivori e Sormani oltre a giocatori come Cesare Maldini, Trapattoni, Rivera e Bulgarelli, che comunque non bastarono per superare lo scoglio del primo turno, risultato fotocopia delle ultime due partecipazioni della nostra nazionale alla fase finale.

Le premesse per un mondiale di livello c’erano tutte. I campioni brasiliani del 1958, Pelè e Garrincha su tutti, si ripresentarono determinati a confermarsi. La Spagna poteva contare sul tasso tecnico di Suarez e Gento e dei naturalizzati Di Stefano e Puskas, l’Unione Sovietica aveva Yashin tra i pali, la Cecoslovacchia Masopust a dettare gioco in mezzo al campo, l’Inghilterra contava sui due Bobby, Charlton e Moore. A consuntivo, però, la realtà fu diversa e, più che la tecnica di gioco, a farla da padrone fu il calcio violento, aizzato in primis dai padroni di casa, consapevoli dei loro limiti e quindi avvantaggiati nello spostare sull’agonismo esasperato e fuori dalle regole il piano della competizione. Avallati, in questo, da direzioni arbitrali accondiscendenti che comunque non poterono spingere oltre le semifinali la selezione andina, fermatasi davanti allo strapotere del Brasile che, pur perdendo per un infortunio muscolare Pelè alla seconda partita, si confermarono con pieno merito campioni del mondo, raggiungendo Uruguay e Italia nel numero complessivo di vittorie della Coppa Rimet.

La seconda metà di quel 1962 impresse nella storia due eventi che i posteri non avrebbero dimenticato: la morte di Marilyn Monroe e la crisi missilistica cubana, che portò la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ad un livello di tensione che sfiorò la guerra nucleare. Il mondo e il calcio riuscirono ad andare oltre, consentendoci oggi di raccontare gli aneddoti di quel mondiale che per la prima volta toccò la terra del Fuoco.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati di Chile 1962.

LE CURIOSITA’

Niente diretta (almeno in Europa)

Cile 1962 fu l’ultimo mondiale a non garantire la trasmissione delle partite in diretta in tutto il mondo per questioni tecniche. Mentre in Sud America la copertura live delle gare veniva assicurata, in Europa, se si volevano seguire i mondiali in diretta, non si avevano altre alternative che la radio. Per vedere le immagini delle partite era necessario aspettare qualche giorno, il tempo necessario perché le registrazioni arrivassero per posta aerea e venissero lavorate per essere trasmesse in TV (o nei cinema).

Il quoziente reti

In Cile la FIFA adottò il meccanismo del quoziente reti per determinare la classifica dei gironi eliminatori in caso di parità. Invece che la più semplice differenza reti, nella quale è la differenza tra gol fatti e gol subiti a determinare il valore sul quale parametrare due o più squadre a pari punti, il quoziente reti si calcola andando a dividere i gol fatti con le reti subite. Nel 1962, unico mondiale in cui venne adottata questa regola, vi si fece ricorso nel quarto gruppo per decidere la seconda classificata alle spalle dell’Ungheria: l’Inghilterra, con 4 gol fatti e 3 subiti (quoziente reti 1,33), sopravanzò l’Argentina, che aveva segnato 2 reti subendone 3 (quoziente 0,66). Entrambe erano a tre punti, frutto di una vittoria, un pareggio e una sconfitta (all’epoca la vittoria dava due punti in classifica).

Quattro capocannonieri

Il non eccelso livello di gioco del mondiale cileno è leggibile anche dalle cifre. Pur non essendo, di per sé, un parametro univoco di valutazione tecnica, il numero complessivo di gol scese dai 126 dell’edizione precedente (media 3,6 a partita) agli 89 del 1962 (media 2,8 a gara). Ne risentì anche la classifica dei cannonieri, che vide appaiati a soli quattro gol ben sei giocatori: Garrincha e Vavà (Brasile), Sanchez (Cile), Jerkovic (Jugoslavia), Albert (Ungheria) e Ivanov (URSS). Una coincidenza mai registrata nelle edizioni dei campionati del mondo precedenti e successive.

La battaglia di Santiago

Passò così alla storia l’incontro che il 2 giugno 1962 l’Italia giocò contro i padroni di casa all’Estadio Nacional de Chile di Nunoa, località nei pressi di Santiago, che, di fatto, estromise gli azzurri dal mondiale. Una partita nata sotto i peggiori auspici a causa degli articoli critici verso il paese andino che alcuni giornali italiani pubblicarono prima del match e che ferirono l’orgoglio nazionale dei cileni, refrattari poco prima del fischio d’inizio a raccogliere i garofani bianchi che i calciatori italiani lanciarono verso gli spalti in segno di distensione. Il clima della partita fu rovente ed ebbe più a che fare con gli sport di lotta che con il calcio. Dopo sette minuti l’Italia era già in dieci per l’espulsione comminata a Ferrini, colpevole di un fallo di reazione per un intervento da tergo di Landa. Espulsione maldigerita dall’azzurro: per lasciare il campo fu necessario l’intervento dei carabinieri. Nel frattempo l’oriundo Maschio sferrò un pugno a Leonel Sanchez senza che l’arbitro, l’inglese Aston, vide nulla. Sanchez che, sul finire del primo tempo, restituì il colpo a David il quale, non tutelato da Aston, si vendicò con un intervento in gioco pericoloso che ne determinò l’espulsione. Sanchez, non pago, trovò anche il modo di restituire il pugno a Maschio, fratturandogli il naso. Insomma, una battaglia senza esclusione di colpi che costrinse le forze dell’ordine ad intervenire più volte per sedare le risse che fiorivano sul campo. Alla fine l’Italia, in inferiorità numerica, subì due gol nell’ultimo quarto d’ora che ne determinarono la sconfitta e, nonostante la successiva vittoria per 3-0 contro la Svizzera, l’eliminazione. La battaglia di Santiago è passata alla storia come una delle partite più violente di sempre, forse la più brutale mai disputata durante un mondiale.

LA FINALE
Il 17 giugno 1962 all’Estadio Nacional de Chile il Brasile detentore del titolo e la Cecoslovacchia portano a termine il loro percorso mondiale durante il quale si erano già affrontate nella seconda partita del girone eliminatorio tornando negli spogliatoi con un interlocutorio 0-0, unico pareggio dei campioni prima della finale. I verde-oro, ormai metabolizzata la rinuncia a Pelè per infortunio, sono nella loro migliore formazione che comprende anche Garrincha, non squalificato dopo l’espulsione rimediata in semifinale contro il Cile grazie a trame poco ortodosse del governo brasiliano. La Cecoslovacchia, dal canto suo, si presenta coi suoi dieci buoni giocatori illuminati dalla classe del futuro Pallone d’Oro Josef Masopust. Che poi è il primo a inserire il suo nome nel tabellino dei marcatori al quarto d’ora del primo tempo quando, imbeccato da Pospichal, manda alle spalle di Gilmar il pallone dell’1-0.

Il tempo di respirare la gioia del gol che il Brasile pareggia: discesa sulla sinistra di Amarildo, gran sostituto di Pelè nel corso del torneo, e tiro ingannevole che si infila quasi dalla linea di fondo campo tra il palo e il portiere Schrojf. Come si dice in questi casi, 1-1 e palla al centro. I cechi continuano a produrre il loro calcio fatto di corse e meccanismi collaudati illuminati dall’estro di Masopust ma il Brasile, troppo superiore tecnicamente, nel secondo tempo prende il largo. Al 24° è ancora Amarildo protagonista: con un cross dalla sinistra dell’area di rigore consente a Zito di segnare di testa mentre al 33° una grave incertezza del portiere cecoslovacco su un traversone dalla trequarti campo consente a Vavà di appoggiare comodamente il pallone nella porta vuota e di issarsi, insieme ad altri cinque giocatori (tra cui il compagno Garrincha), sul trono dei capocannonieri del torneo.                        

I PROTAGONISTI

Lev Yashin – Titolare dell’URSS per tre mondiali (1958-1962-1966 mentre partecipò al quarto nel 1970 da riserva), Yashin è stato uno dei migliori portieri della storia del calcio. Dotato di un colpo d’occhio e di doti fisiche fuori dal comune, ebbe una carriera molto lunga anche grazie al suo stile di vita, sobrio e leale in campo e fuori. Non era di quei portieri che lasciava troppo spazio alle parate plastiche e ai voli gratuiti, preferendo piazzamento e senso della posizione, ricordando in questo il nostro Dino Zoff. Soprannominato il Ragno Nero per via del colore che amava utilizzare per il suo completo di gioco, Yashin dimostrò sempre una grande personalità che lo portò a guidare le difese di cui si ergeva a estremo difensore con grande carisma. Molto bravo nelle uscite, per certi versi fu un antesignano dell’interpretazione del ruolo odierna, amando uscire dal perimetro di competenza dei portieri del suo tempo per cercare giocate da vero e proprio libero. Con l’Unione Sovietica vinse le Olimpiadi del 1956 e il primo campionato Europeo del 1960 mentre a livello individuale diventò l’unico portiere ad aggiudicarsi un Pallone d’Oro nel 1963. Una curiosità: prima di diventare calciatore, nel 1953, vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio con la squadra della Dinamo Mosca. In che ruolo? Provate a indovinare…

Josef Masopust – Nella squadra che più seppe mettersi in luce dopo il Brasile, il giocatore maggiormente rappresentativo fu Josep Masopust. Doti dinamiche e tecniche di elevato spessore ne facevano un “tuttocampista” in grado di allargare il raggio della sua azione nella vasta zona centrale del campo, primo interlocutore della linea difensiva nonché raffinato rifornitore di lunghi lanci in verticale adatti all’attivazione dei compagni avanzati. Era già arrivato terzo agli Europei di Francia due anni prima quando, il 17 giugno 1962, scese in campo a contendere la coppa del mondo ai campioni in carica brasiliani con la sua Cecoslovacchia. Dopo un quarto d’ora fece anche gol a Gilmar, illudendo la sua gente di poter davvero sottrarre quella vittoria ai verde-oro. Un sogno durato lo spazio di due minuti che però non vanificò la prestazione individuale di livello assoluto di Masopust, che proprio quell’anno venne insignito del Pallone d’Oro superando il fuoriclasse Eusebio e un altro giocatore niente male che rispondeva al nome di Karl Heinz Schnellinger. Un mito autentico per il calcio dell’est europeo come lo furono Puskas per l’Ungheria e Yashin per l’Unione Sovietica.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Amarildo, eccellente sostituto di Pelè ai mondiali del 1962, rilasciò a vari organi di stampa.

Amarildo, come affrontò la finale contro la Cecoslovacchia?
Ero emozionato, a dire il vero. Come i miei compagni, del resto, nonostante avessero molta più esperienza di me. Penso che fosse normale: stavamo per giocare la finale della coppa del mondo, sarebbe stato strano il contrario. Poi andò tutto bene.

Lei fece anche gol.
Si, quello che ci fece raggiungere il pareggio dopo la marcatura iniziale di Masopust.

Ce lo vuole raccontare?

Certamente. Scesi verso il fondo sulla sinistra superando il mio marcatore. Arrivato sulla linea alzai lo sguardo e vidi il portiere Schrojf fare due passi avanti alla porta, pronto a uscire per intercettare un mio eventuale cross in mezzo all’area. Era un atteggiamento che teneva di consueto, l’avevo studiato nella partita che la Cecoslovacchia aveva giocato col Messico a Vina del Mar e quel movimento me l’aveva fatto notare il nostro allenatore. Decisi quindi di sorprenderlo tirando a rete invece che buttare la palla in mezzo: un tiro ad effetto che si infilò tra lui e il primo palo, ingannandolo nettamente. A ripensarci adesso sembra facile, vero?

Come fu l’andamento della partita dopo il suo pareggio?

Dopo quella rete scacciammo definitivamente tutto il nervosismo che avevamo avvertito all’inizio e col nostro gioco straripammo.

 

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