L’immagine è quella di un ragazzone di oltre vent’anni davanti alla tv, di sera, intento a guardarsi il suo film d’animazione preferito. Certo, a quell’età ci si aspetterebbe qualcosa di diverso, magari sarebbe meglio uscire di casa e andare a divertirsi in giro per la città…ma come si fa a rinunciare al Re Leone?

Eppure, quel  ragazzone non è la prima volta che si ferma a mirare le gesta eroiche di Simba e Mufasa. Al contrario, quel film lo guarda spesso, una volta alla settimana. Non solo perché gli piace, ma perché lo trasporta indietro nel tempo.

Il ragazzone in questione si chiama Michael Gilchrist, è nato nel settembre del 1993 e vive a Camden, nel New Jersey. Un posto ideale per la crescita di un bambino, visto che nel 2004 e nel 2006 si è classificata come la città più pericolosa del mondo. Spacciatori, rapinatori e criminali sono all’ordine del giorno.

Il caso vuole che nell’estate del 1996 una raffica di pallottole colpisca proprio il signor Gilchrist, che muore lasciando sua moglie Cindy e suo figlio, un bimbo di neanche tre anni. Con lui era solito piazzarsi davanti alla TV a vedersi proprio il Re Leone, e ora Michael continua in quella tradizione.  Per lui è come riavvolgere un nastro, ripercorrere quelle immagini che sono l’unico ricordo vivido che ha di suo padre.

Da quel giorno a prendersi cura di Michael e della madre ci pensa lo zio Darrin Kidd, che diventa per lui la figura paterna di riferimento. Lo aiuta con la scuola, ma soprattutto lo supporta nella sua carriera cestistica, permettendogli di iscriversi alla prestigiosa St. Patrick High Schooldove gioca nientemeno che Kyrie Irving.

Ma la scomparsa paterna continua a lasciare in Michael un segno indelebile. Quando si trova in un ambiente poco familiare, davanti a persone che conosce poco ma che potrebbero giudicarlo, si chiude in se stesso. Non riesce a parlare. Sembra quasi autistico,  formulare una frase di senso compiuto diventa un’impresa titanica.

Invece, quando si sente protetto dal suo nucleo domestico, riesce ad esprimersi liberamente, senza inibizioni o paure.

La balbuzie non gli facilita certo la vita, in alcuni casi lo estrania dal mondo, ma non lo limita minimamente sul campo. Lì riesce a sfoggiare un talento smisurato, facendo registrare 20 punti e 11 rimbalzi di media a partita, tant’è che ESPN lo considera come il  terzo miglior prospetto liceale della nazione. Le offerte universitarie gli piovono addosso, e alla fine la scelta cade sui blasonati Kentucky Wildcats.

E’ il 10 novembre del 2010, l’accordo con Kentucky è ormai raggiunto, manca solo la lettera d’iscrizione ufficiale. Michael è su di giri, scrive in fretta e furia la lettera e va a trovare zio Darrin, per chiedere consigli e festeggiare. Ma appena entra dentro casa, lo trova lì, sdraiato a terra. Il ragazzo non si scompone, si getta sullo zio e prova un massaggio cardiaco, ma non c’è nulla da fare. Darrin Kidd, il suo secondo padre, muore per un attacco di cuore.

Per Michael è un colpo durissimo. I dubbi lo assalgono, non sa cosa fare. Alla fine decide di inviare comunque quella lettera, ma cambia il suo nome: d’ora in avanti sarà Michael Kidd-Gilchrist, in onore dell’uomo che lo ha cresciuto.

A livello universitario gioca in una squadra fortissima, in cui spiccano Anthony Davis e Terrence Jones, e viene allenato da un guru del basket come John Calipari. Nel 2012 proprio coi Wildcats riuscirà a vincere il titolo NCAA, risultando decisivo in finale con una stoppata da capogiro negli ultimi minuti di gara.

A Kentucky non è lui la stella, perché oscurare Anthony Davis sarebbe impossibile.  Eppure sono chiare le parole di Calipari pochi giorno dopo l’affermazione in NCAA: Senza di lui non ci saremmo andati neanche vicino al titolo”.

Pochi mesi dopo si spalancano le porte NBA, gli Charlotte Bobcats di Michael Jordan lo selezionano alla seconda scelta assoluta al Draft del 2012. In quell’occasione, però, vengono nuovamente a galla tutti i problemi relazionali di Michael: davanti alle telecamere riesce a pronunciare a malapena un paio di parole, la balbuzie ancora lo assilla.

In campo però fa vedere di che pasta è fatto, registrando diverse prestazioni da oltre 20 punti e 10 rimbalzi. Peccato però che la sua condizione fisica non sia mai ottimale, tant’è che gli infortuni lo tartassano. Nel febbraio del 2014, durante una partita contro i Pacers, accusa un dolore fortissimo alla spalla destra. La sentenza sarà categorica: out for the season.

E quando torna in campo non riesce mai ad essere continuo, gli acciacchi lo perseguitano e non gli permettono di concludere le seguenti stagioni. Ma Charlotte non è intenzionata a farsi sfuggire un simile talento e, malgrado gli infortuni, decide di firmargli un ricchissimo contratto. Il motivo sta nelle parole di coach Clifford, che riecheggiano le considerazioni del buon Calipari: “Fateci caso, quando gioca lui vinciamo, se non c’è quasi sempre perdiamo”.

Tutt’ora Kidd-Gilchrist è fermo ai box e non tornerà in campo prima della prossima stagione. Eppure i suoi compagni lo attendono, con ansia, sul parquet. Perché anche se è un tipo taciturno e introverso, il modo in cui tocca la palla vale più di mille parole. Quando sfiora il pallone, la sua è poesia.

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