“… è passato del tempo e io ce l’ho nel sangue ancor…”. Così aveva cantato il Messico, Enzo Jannacci. E chi il 12 ottobre 1986 era al box della Benetton sul circuito di Città del Messico, non potrà che ritrovarsi nella strofa del cantautore milanese. Perché quel pomeriggio di quasi trentuno anni fa, nonostante i 2300 metri d’altitudine, respirò a pieni polmoni la soddisfazione e l’ebbrezza della prima vittoria in F1. Per la sua squadra, che ancora correva sotto bandiera italiana, e per il suo pilota, l’austriaco Gerhard Berger.

Un successo inaspettato anche per i pasdaran dell’ottimismo, perché in quella domenica, autunnale soltanto per il calendario, l’autodromo intitolato ai fratelli Rodriguez ospitava la penultima gara del campionato e aveva ottime credenziali per tramutarsi nel palcoscenico che avrebbe assegnato l’oscar iridato a Nigel Mansell. Forte di dieci punti di vantaggio sul compagno di squadra Piquet e di undici sul campione in carica Prost, all’inglese della Williams sarebbe stato più che sufficiente piazzarsi davanti ai due rivali per appiccicare il numero uno sulla monoposto del 1987. E dopo il terzo posto nelle qualifiche, dietro a Senna (Lotus) e allo stesso Piquet, l’adesivo era nelle sue mani al punto che nessuno si curò della presenza di Berger al suo fianco. Già altre volte la Benetton era andata veloce in prova (l’altro pilota, Teo Fabi, era partito in pole-position sia a Zeltweg che a Monza) salvo vedere andare in fumo le sue aspettative durante la gara a causa di ripetuti problemi di affidabilità.

Ma al via, trasmesso in differita dalla RAI impegnata a seguire la conferenza di Reykjavik fra Gorbaciov e Reagan, ecco andare in onda il primo colpo di scena con Mansell che sembrò quasi piantare la folle e Piquet e Senna che s’involarono al comando della corsa, inseguiti proprio da Berger, bravo a tenersi dietro la McLaren di Prost.

 I ritmi elevati di un circuito veloce, che ancora proponeva quell’ultima curva in sopraelevata, sostituita nei tempi moderni da un’oscena chicane, e l’aria rarefatta non perdonarono motori dall’anima fragile (i Ferrari di Alboreto e Johansson, il Renault della Ligier di Arnoux, il BMW di Fabi). Ma fu soprattutto il caldo a stravolgere il copione della corsa, accreditato per la narrazione di una questione privata con sottofondo di musica brasiliana. I raggi solari sciolsero l’asfalto e divorarono le gomme Goodyear, che equipaggiavano Lotus, Williams e McLaren. Senna, Piquet, Prost e il riemerso Mansell (ai margini della zona punti dopo essere transitato diciottesimo alla fine del primo giro) furono costretti al pit-stop. “Intanto Zermiani ci segnala che i pneumatici che vengono sostituiti sono in condizioni pietose, pieni di buche” raccontava al microfono Mario Poltronieri quello che la F1 odierna ha sintetizzato in una parola: blistering.

La Benetton però montava le Pirelli, che quel pomeriggio sembravano avere la protezione 60 per difendersi dagli ultravioletti che abbrustolivano l’Hermanos Rodriguez. E al 37.mo giro, quando anche Senna rientrò ai box, Berger si ritrovò al comando del gran premio. Tutti pensarono che fosse temporaneo, ma furono presto smentiti dalla calma al muretto del team trevigiano, dove non fu esposto alcun cartello con scritto “Pit” o “Box”. La Benetton rimaneva in pista. Solo che mancavano trentuno giri, quanto sarebbe potuta andare avanti in quelle condizioni?

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La risposta nei tempi sul giro. Berger registrò gli stessi parziali di Piquet e Senna che, pur con gomme fresche, rimasero sempre distanti (venti-trenta secondi). Il brasiliano della Lotus provò a forzare l’andatura, la B186 dopotutto era carente in affidabilità, aveva le gomme usurate e, complice la calura, se messa sotto pressione, sarebbe potuta andare in crisi. Ma la vettura dall’aerodinamica estrema e la cromatura eccentrica non si allentò di un bullone, il BMW recitò la parte del motore modello e Berger, nonostante solo due anni in F1, fu tanto sagace quanto astuto, andando sì veloce, ma senza mai forzare sull’acceleratore. Giro dopo giro, arrivò al sessantottesimo, l’ultimo, che completò con venticinque secondi su Prost, quasi un minuto su un Senna in crisi di gomme e addirittura un giro sulle Williams di Piquet e Mansell. “Alza due braccia nel momento in cui conquista la sua prima vittoria e la prima vittoria per la squadra italiana!” esclamò Poltronieri, voce storica di una Rai che chiuse la diretta prima del podio.

 A fine stagione, Berger sarebbe passato alla Ferrari e la Pirelli avrebbe lasciato la F1. Il primo non vinse più a Città del Messico, la seconda vi è riuscita solo l’anno scorso poiché unico fornitore di gomme di un Circus che da quindici anni ha detto addio alla Benetton. “Messico e nuvole, il tempo passa con l’America, il vento insiste con l’armonica, che voglia di piangere ho”.

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