Conoscete la teoria dello Ying e dello Yang? Ve la spieghiamo. Sostiene il semplice ma fondamentale concetto che 2 poli, 2 aspetti divergenti, diametralmente opposti, si equilibrano, sono indispensabili l’uno all’altro per il corretto andamento del giorno e della notte, del fluire sereno del tempo in questo globo. Ecco, immaginate quanto questo sia alla base della realtà calcistica.

In prima misura, banalmente, senza avversario non si potrebbe giocare una partita. Ma dove vogliamo arrivare, è un punto più complesso, ha una sfumatura più importante, epica oseremmo dire. Per farlo però, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo partire da una città.

Madrid. Capitale spagnola, città calda, calorosa, viva. Qui (come da molte altre parti del mondo per la verità), il gioco del pallone è qualcosa di molto serio, dove la passionalità della vita quotidiana è amplificata nei confini dello stadio. Il calcio può essere solo in due modi. La filosofia prevede solo due visioni, dentro, ma anche fuori da un campo di pallone. Se da piccolo a Madrid, vuoi diventare calciatore, hai due modi per guardare il mondo. O lo vedi blanco, o lo vedi colchonero. A Madrid, o sei del Real o sei dell’Atletico.

E già questo articolo potrebbe finire qui. Perché in sostanza l’essenza di ciò che vogliamo rendere è questa: Madrid, città dai mille aspetti, dagli infiniti volti, dalle numerose bellezze, ha una crepa, calcistica, ma prima ancora ideologica e sociale. Tra le Merengues e i blanco y rojos la distanza è tanta. Eppure, ciò su cui vorremmo riflettere, è che, in qualche modo, vi si possono trovare somiglianze, come nelle più belle rivalità, come nelle migliori storie d’amore. E negli ultimi anni, hanno avuto prove di quanto questa passione, dentro ma anche fuori i confini nazionali, è viva e palpitante, in pieno stile iberico.

La Champions League. Il palcoscenico più ambito da tutti i professionisti che calciano un pallone nel vecchio continente. Qui la Spagna ha sempre fatto la voce grossa, con i suoi club storici, Barça e Real su tutti, tra le favorite ai nastri di partenza. In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una dominazione spagnola, con la crescita anche di altri club, come Siviglia e Atletico. E allora, come un inevitabile ricongiungimento, come l’attrazione fatale di due poli opposti, lo scontro tra le nemesi per eccellenza. Negli ultimi 3 anni vi sono stati 3 incontri (o forse è meglio dire ‘scontri’) tra le 2 compagini madrilene. Per ben 2 volte, nel 2014 e l’anno scorso, nell’atto conclusivo, all’ultimo round, per uno scontro all’ultimo sangue. Non che nel 2015, quando si sono fronteggiate ai quarti, le 2 squadre si siano risparmiate, tutt’altro. Il derby di Madrid ha sempre un fuoco particolare, e in queste occasioni, gli estintori a bordo campo sarebbero stati consigliabili. Sempre Simeone alla guida dell’Atletico nei 3 atti in questione, staffetta Ancelotti-Zidane per il Real, mantenendo vivo lo spirito vincente. Quello che ha permesso per 3 volte di vedere il Cholo uscire a testa bassa dal campo, con l’ego ferito ed una voglia di rivalsa grande quanto tutta l’Argentina.

La bandiera del cholismo però non ha smesso di sventolare alta a Madrid. Ogni anno l’Atletico viene dato per finito, brutto, inguardabile, cattivo, eppure è sempre lì, come un difetto che non riesci a migliorare, come un vizio che non vuoi smettere. Dal canto suo il Real ha raggiunto la ‘Decima’ ormai 3 anni fa, trionfando sui rivali, e appena 2 stagioni più tardi ha fatto 11, quasi a sorpresa. Perché quando sei abituato a vincere, non smetteresti mai di alzare trofei. E a Madrid, da una sponda e dall’altra, lo spirito vincente è qualcosa dato per scontato, un aspetto fuori discussione. Non ha mai smesso di farlo la parte blanca della città, forse a latitudini diverse rispetto a quanto i “Galacticos” avevano abituato. È tornata a farlo l’Atletico, sedutosi di nuovo sul trono di Spagna, giunto ad un passo dal tetto d’Europa, grazie proprio a Diego Pablo da Buenos Aires, che vorrebbe tanto portare un trofeo europeo alla società in cui ha militato anche da centrocampista, e che forse lascerà nel 2018, anno in cui termina il suo contratto. Ma del futuro, almeno così a lungo termine, non abbiamo da sapere.

Non proviamo, e neanche ci interessa guardare così in là. Quasi non ci riusciamo, perché siamo distratti dai 2 appuntamenti che ci attendono. Perché l’urna di Nyon ha parlato, e ha detto che le 2 squadre di Madrid, anche quest’anno tra le prime 4 corazzate europee, si affronteranno in semifinale, in due match che già solo a pregustarli andiamo in overdose di entusiasmo. 2 squadre che sono state capaci di cambiare, senza stravolgersi, mantenendo intatta la voglia di vincere, conservando la costanza di rendimento e, in mancanza, quella di risultati. Ora si ripropone il testa a testa, e il risultato non è mai stato così incerto. Simeone e il suo Atletico destano quasi simpatia, per essere stati scippati sul più bello di una vittoria storica ed entusiasmante. Insomma, per non essere riusciti a raggiungere un obiettivo per cui hanno faticato in modo incredibile. Il Real è visto come il cattivo della situazione, che vince non meritando sempre, come solo chi entra nella storia fa. Per Zidane l’antipatia è uno scotto da pagare e che pagherebbe ancora, per alzare per la seconda volta in neanche 2 anni da allenatore quella dannata coppa dalle grandi orecchie. Simeone baratterebbe il consenso del popolo con la gloria, quella eterna, quella conquistata con la vittoria. Grazie anche a loro, a Madrid si respira un’aria che sa di successo, che sa di Europa. Perché è ormai questa il centro del calcio del vecchio continente. Perché ormai Madrid è la capitale calcistica d’Europa.

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