L’acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla.” (J. Renard )

Ho sempre lottato contro l’oblio. Athazagorafobia: così viene definita, in una delle sue sfaccettature, la paura di dimenticare.

Fortuna vuole che la nostra mente sia una stupenda macchina in grado di immagazzinare innumerevoli informazioni, dispensandocele talvolta quando meno ce lo aspettiamo. Non tutti i ricordi sono una scelta, ed è così che i “pop mentali” inspiegabilmente possono riportarci a vecchie emozioni sopite, luoghi dimenticati o passioni vissute.

Non mi è dato sapere quali siano stati i tasti del mio subconscio ad essere stati toccati, ma d’ improvviso mi sono ritrovato nel 1996, quattordicenne. Un’immagine nitida venutami in soccorso per ridare luce a sbiadite diapositive del passato. Litigo con il vecchio stereo che meccanicamente graffia la voce di Kurt Cobain, già di per se malamente riprodotta da una musicassetta più volte sovrascritta. Rinuncio, scendo in cortile, e qui vestendo i panni di Gary Payton bisticcio con il ferro del canestro appeso al muro di casa, rassegnandomi al fatto di non divenire mai una stella della NBA. Le mie orecchie sembrano quasi percepire il pesante rimbalzo del pallone sulle mattonelle, tanto il ricordo si è fatto nuovamente lindo.

The Glove era il braccio che armava la potenza del compagno Shawn Kemp. Cagnacci al soldo del tecnico George Karl, i due erano la perfetta miscela che meglio rappresentava lo spirito di una delle squadre più affascinanti e romantiche del dorato mondo dell’Association: i Seattle Supersonics.

Sam Schulman, businessman della Grande Mela, divenne nel 1967 il primo proprietario della neonata franchigia il cui nome richiamava un vecchio progetto della Boeing, industria aerospaziale che aveva sede proprio nella capitale del Pacific Northwest. La città ebbe però bisogno di qualche anno prima di prendere confidenza con l’arancia. Fu l’arrivo di un underdog come Slick Watts a riscaldare la fredda Key Arena. Sul parquet scendeva sempre con grinta, determinazione, cuore ed un’insolita fascetta a coprire il capo. Personaggio atipico, divenne ben presto il simbolo del team.

Il forte senso di appartenenza da parte dei figli di Seattle ha permesso che il suo ricordo non si bagnasse delle acque del fiume Lete. Da Jason Terry a Isaiah Thomas, passando per Jamal Crawford e Brandon Roy, ognuno a suo modo, ha saputo rendergli omaggio. Così come ognuno ha saputo rendere omaggio alla terra natìa: 206, two-o-six! Il prefisso del capoluogo a marchiare indelebilmente la pelle.

Schulman rimase in carica sino al 1983, festeggiando l’anello conquistato nel ’79 a spese degli Wizards. Protagonisti dell’unico titolo furono Gus Williams e Dennis Johnson, coppia micidiale ottimamente assortita dal head coach Lenny Wilkens, già stella di uno dei primi storici roster.

Il logo dei Sonics riprendeva lo skyline della città, comune denominatore che li legava a doppio filo con la band dei Nirvana: motivo in più, se mai fosse stato necessario, per farmi ulteriormente capitolare.

Seattle ha una guancia che poggia sull’Oceano Pacifico ed una accarezzata dalle fredde onde del Lake of Washington. Le lussureggianti  piante di aghifoglie  che la cullano e ne fanno da cornice, la rendono uno degli insediamenti più ambiti al mondo grazie anche all’altissima qualità della vita offerta. Un’area remota degli Stati Uniti, regno di foreste e vulcani al confine con il Canada, resa dinamica dall’importante sviluppo tecnologico: ossimoro perfetto per poterla descrivere. Sono nati così, incastonati tra le varie sfumature cromatiche della vegetazione cittadina, influenti colossi industriali e finanziari come la Boeing, la Microsoft, Starbucks ed Amazon.

Emerald City è altrettanto feconda dal punto di vista musicale avendo dato i natali a Jimi Hendrix, Paul Simon e sul finire degli anni Ottanta al grunge, movimento culturale difficilmente confinabile entro i righi e gli spazi di un pentagramma. Il grunge, compagno di Seattle per poco meno di due lustri, era apatia e fatalismo, anti convenzionalità e nichilismo: porto sicuro per i giovani disillusi dal degrado seguito alla Guerra Fredda e dalla crisi economica che lentamente si stava facendo spazio all’interno del tessuto sociale statunitense.

Numerose bands, fortemente radicate nel punk  ma con un occhio grezzo all’ hard rock, proponevano suoni sporchi e coinvolgenti, colonizzando di fatto la scatola armonica della metropoli statunitense. Pionieri in tal senso furono gruppi come i Melvins ed i Green River, anche se il vero emblema di questo movimento furono i Nirvana dell’angelo biondo Kurt Cobain e gli Alice in Chains del compianto Layne Staley, vittime entrambi di ciò che tentavano di esorcizzare attraverso i loro testi.

In antitesi a quella che era una realtà sociale stanca ed avvilita, il mondo della palla a spicchi era riuscito ancora una volta a riprendere quota. Le fortunate scelte al draft di Kemp e Payton furono il perfetto antidoto per superare gli anni opachi ed anonimi in cui la lega era cosa dei Celtics o dello “Showtime” griffato purple&gold. La squadra non era solo The Glove o The Reign Man. La presenza di validi comprimari come Hawkins, Schrempf, McMillan e Sam Perkins permise ai ragazzi di coach Karl di ritagliarsi molto più che mere soddisfazioni, spazzando via la parentesi negativa del playoff  93/94, quando con il miglior record furono umiliati al primo turno dai Nuggets.

Rain City pulsava di musica e pallacanestro, ma la vita ci insegna che niente dura per sempre. Il grunge lentamente scompare, lasciando spazio ad innovative sonorità elettroniche e le stelle più luminose dei Sonics tradiscono la città, alla ricerca di un anello che possa testimoniare la loro grandezza. Il collettivo è indirizzato verso un lento declino che nemmeno le morbide mani di Ray Allen riescono ad arrestare.

Seattle è una fidanzata capricciosa. Ammaliante, è in grado di incantarti, rapirti e voltarti le spalle.

Nel 2006 qualcosa comincia a scricchiolare. Il presidente Howard Schultz, proprietario di Starbucks, non riesce ad ottenere dallo stato di Washington l’aiuto economico necessario per la ristrutturazione della Key Arena. Già in passato altre strutture come il Kingdome ed il Tacoma Dome fecero temporaneamente da casa ai Sonics, non questa volta.

Il team diventa appetibile per diversi imprenditori. Tra tutti la spunta lo squalo Clayton Bennett, il quale, mosso dal Dio denaro, trasferisce la franchigia ad Oklahoma City nell’autunno del 2008.

Pochi mesi prima, il 13 aprile, la città ha concesso un ultimo ballo ai Sonics di un giovane Kevin Durant. L’assordante silenzio della lacrimante Key Arena, teatro del mesto addio, viene idealmente interrotto dalle note scelte per l’occasione dalla City. Musica e pallacanestro si fondono un’ultima volta, lasciando che Lei li affascini ancora. Seattle si rivolge direttamente ai  giocatori, utilizzando le parole già cantate da un figlio perduto:

Would you like to hear my voice, sprinkled with emotion invented at your birth?“, così recitava una strofa di Oh Me, struggente pezzo dei Meat Puppets magistralmente riproposto dai Nirvana di Kurt Cobain.

Vorresti ascoltare la mia voce spruzzata di emozione, inventata alla tua nascita?, sembra voler ripetere la seducente compagna di ballo.

I Sonics fissano la loro dama con l’attonito silenzio che caratterizza l’impotenza. Uno sguardo atto a raccogliere ogni emozione che il rapporto è stato in grado di far nascere e fiorire, in costante conflitto contro l’angoscia di smarrire per sempre ogni ricordo.

È un addio, non un arrivederci, nonostante negli anni vi siano stati diversi e vani tentativi per riportare la franchigia a ricongiungersi con la sua amata.

Ed è così, in un saluto di foscoliana memoria, che la squadra si separa per sempre da quella che è stata la sua casa:

Tu non altro che il canto avrai dei sonici

o amata nostra terra, e a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

-Memento, c’erano una volta i Sonics.

-Non ho paura di dimenticare. Contro di loro l’oblio uscirà sempre sconfitto.

Emiliano Varenna, Il Santo –  Born in the Post


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