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Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

Born in the post

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L’acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla.” (J. Renard )

Ho sempre lottato contro l’oblio. Athazagorafobia: così viene definita, in una delle sue sfaccettature, la paura di dimenticare.

Fortuna vuole che la nostra mente sia una stupenda macchina in grado di immagazzinare innumerevoli informazioni, dispensandocele talvolta quando meno ce lo aspettiamo. Non tutti i ricordi sono una scelta, ed è così che i “pop mentali” inspiegabilmente possono riportarci a vecchie emozioni sopite, luoghi dimenticati o passioni vissute.

Non mi è dato sapere quali siano stati i tasti del mio subconscio ad essere stati toccati, ma d’ improvviso mi sono ritrovato nel 1996, quattordicenne. Un’immagine nitida venutami in soccorso per ridare luce a sbiadite diapositive del passato. Litigo con il vecchio stereo che meccanicamente graffia la voce di Kurt Cobain, già di per se malamente riprodotta da una musicassetta più volte sovrascritta. Rinuncio, scendo in cortile, e qui vestendo i panni di Gary Payton bisticcio con il ferro del canestro appeso al muro di casa, rassegnandomi al fatto di non divenire mai una stella della NBA. Le mie orecchie sembrano quasi percepire il pesante rimbalzo del pallone sulle mattonelle, tanto il ricordo si è fatto nuovamente lindo.

The Glove era il braccio che armava la potenza del compagno Shawn Kemp. Cagnacci al soldo del tecnico George Karl, i due erano la perfetta miscela che meglio rappresentava lo spirito di una delle squadre più affascinanti e romantiche del dorato mondo dell’Association: i Seattle Supersonics.

Sam Schulman, businessman della Grande Mela, divenne nel 1967 il primo proprietario della neonata franchigia il cui nome richiamava un vecchio progetto della Boeing, industria aerospaziale che aveva sede proprio nella capitale del Pacific Northwest. La città ebbe però bisogno di qualche anno prima di prendere confidenza con l’arancia. Fu l’arrivo di un underdog come Slick Watts a riscaldare la fredda Key Arena. Sul parquet scendeva sempre con grinta, determinazione, cuore ed un’insolita fascetta a coprire il capo. Personaggio atipico, divenne ben presto il simbolo del team.

Il forte senso di appartenenza da parte dei figli di Seattle ha permesso che il suo ricordo non si bagnasse delle acque del fiume Lete. Da Jason Terry a Isaiah Thomas, passando per Jamal Crawford e Brandon Roy, ognuno a suo modo, ha saputo rendergli omaggio. Così come ognuno ha saputo rendere omaggio alla terra natìa: 206, two-o-six! Il prefisso del capoluogo a marchiare indelebilmente la pelle.

Schulman rimase in carica sino al 1983, festeggiando l’anello conquistato nel ’79 a spese degli Wizards. Protagonisti dell’unico titolo furono Gus Williams e Dennis Johnson, coppia micidiale ottimamente assortita dal head coach Lenny Wilkens, già stella di uno dei primi storici roster.

Il logo dei Sonics riprendeva lo skyline della città, comune denominatore che li legava a doppio filo con la band dei Nirvana: motivo in più, se mai fosse stato necessario, per farmi ulteriormente capitolare.

Seattle ha una guancia che poggia sull’Oceano Pacifico ed una accarezzata dalle fredde onde del Lake of Washington. Le lussureggianti  piante di aghifoglie  che la cullano e ne fanno da cornice, la rendono uno degli insediamenti più ambiti al mondo grazie anche all’altissima qualità della vita offerta. Un’area remota degli Stati Uniti, regno di foreste e vulcani al confine con il Canada, resa dinamica dall’importante sviluppo tecnologico: ossimoro perfetto per poterla descrivere. Sono nati così, incastonati tra le varie sfumature cromatiche della vegetazione cittadina, influenti colossi industriali e finanziari come la Boeing, la Microsoft, Starbucks ed Amazon.

Emerald City è altrettanto feconda dal punto di vista musicale avendo dato i natali a Jimi Hendrix, Paul Simon e sul finire degli anni Ottanta al grunge, movimento culturale difficilmente confinabile entro i righi e gli spazi di un pentagramma. Il grunge, compagno di Seattle per poco meno di due lustri, era apatia e fatalismo, anti convenzionalità e nichilismo: porto sicuro per i giovani disillusi dal degrado seguito alla Guerra Fredda e dalla crisi economica che lentamente si stava facendo spazio all’interno del tessuto sociale statunitense.

Numerose bands, fortemente radicate nel punk  ma con un occhio grezzo all’ hard rock, proponevano suoni sporchi e coinvolgenti, colonizzando di fatto la scatola armonica della metropoli statunitense. Pionieri in tal senso furono gruppi come i Melvins ed i Green River, anche se il vero emblema di questo movimento furono i Nirvana dell’angelo biondo Kurt Cobain e gli Alice in Chains del compianto Layne Staley, vittime entrambi di ciò che tentavano di esorcizzare attraverso i loro testi.

In antitesi a quella che era una realtà sociale stanca ed avvilita, il mondo della palla a spicchi era riuscito ancora una volta a riprendere quota. Le fortunate scelte al draft di Kemp e Payton furono il perfetto antidoto per superare gli anni opachi ed anonimi in cui la lega era cosa dei Celtics o dello “Showtime” griffato purple&gold. La squadra non era solo The Glove o The Reign Man. La presenza di validi comprimari come Hawkins, Schrempf, McMillan e Sam Perkins permise ai ragazzi di coach Karl di ritagliarsi molto più che mere soddisfazioni, spazzando via la parentesi negativa del playoff  93/94, quando con il miglior record furono umiliati al primo turno dai Nuggets.

Rain City pulsava di musica e pallacanestro, ma la vita ci insegna che niente dura per sempre. Il grunge lentamente scompare, lasciando spazio ad innovative sonorità elettroniche e le stelle più luminose dei Sonics tradiscono la città, alla ricerca di un anello che possa testimoniare la loro grandezza. Il collettivo è indirizzato verso un lento declino che nemmeno le morbide mani di Ray Allen riescono ad arrestare.

Seattle è una fidanzata capricciosa. Ammaliante, è in grado di incantarti, rapirti e voltarti le spalle.

Nel 2006 qualcosa comincia a scricchiolare. Il presidente Howard Schultz, proprietario di Starbucks, non riesce ad ottenere dallo stato di Washington l’aiuto economico necessario per la ristrutturazione della Key Arena. Già in passato altre strutture come il Kingdome ed il Tacoma Dome fecero temporaneamente da casa ai Sonics, non questa volta.

Il team diventa appetibile per diversi imprenditori. Tra tutti la spunta lo squalo Clayton Bennett, il quale, mosso dal Dio denaro, trasferisce la franchigia ad Oklahoma City nell’autunno del 2008.

Pochi mesi prima, il 13 aprile, la città ha concesso un ultimo ballo ai Sonics di un giovane Kevin Durant. L’assordante silenzio della lacrimante Key Arena, teatro del mesto addio, viene idealmente interrotto dalle note scelte per l’occasione dalla City. Musica e pallacanestro si fondono un’ultima volta, lasciando che Lei li affascini ancora. Seattle si rivolge direttamente ai  giocatori, utilizzando le parole già cantate da un figlio perduto:

Would you like to hear my voice, sprinkled with emotion invented at your birth?“, così recitava una strofa di Oh Me, struggente pezzo dei Meat Puppets magistralmente riproposto dai Nirvana di Kurt Cobain.

Vorresti ascoltare la mia voce spruzzata di emozione, inventata alla tua nascita?, sembra voler ripetere la seducente compagna di ballo.

I Sonics fissano la loro dama con l’attonito silenzio che caratterizza l’impotenza. Uno sguardo atto a raccogliere ogni emozione che il rapporto è stato in grado di far nascere e fiorire, in costante conflitto contro l’angoscia di smarrire per sempre ogni ricordo.

È un addio, non un arrivederci, nonostante negli anni vi siano stati diversi e vani tentativi per riportare la franchigia a ricongiungersi con la sua amata.

Ed è così, in un saluto di foscoliana memoria, che la squadra si separa per sempre da quella che è stata la sua casa:

Tu non altro che il canto avrai dei sonici

o amata nostra terra, e a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

-Memento, c’erano una volta i Sonics.

-Non ho paura di dimenticare. Contro di loro l’oblio uscirà sempre sconfitto.

Emiliano Varenna, Il Santo –  Born in the Post


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3 Commenti

3 Comments

  1. Il Baskettaro

    maggio 13, 2016 at 6:10 pm

    Io son baskettaro, ma sta roba va oltre il basket

  2. Elvis

    luglio 27, 2017 at 11:03 am

    Il commissioner NBA Adam Silver ha rilasciato un’intervista in cui annuncia per il prossimo futuro un’espansione della NBA, inserendo un altro paio di squadre.
    Seattle dovrebbe essere una delle città più appetibili dove piazzare una di queste nuove franchige.
    Possibilissima quindi un’operazione tipo quella fatta a Charlotte dove gli Hornets sono tornati attraverso i classici “giri immensi” di Vendittiana memoria.

  3. Dr. Dan

    luglio 27, 2017 at 6:35 pm

    menziono il grande Jack Sikma ( ” il martello ” o ” l’angelo biondo ” ) come una delle icone del basket Sonics…… ma anche Xavier McDaniels il cui cameo nel film ” singles” ( ambientato proprio a Seattle ) rimane irraggiungibile come metodo per combattere il problema dell eiaculazione precoce!

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“I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”: il Primo Scudetto della Scavolini Pesaro

Matteo Latini

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La prima volta non si scorda mai, neanche a distanza di trent’anni che segnano un solco quasi infinito tra il mondo di ieri e quello di oggi. Figuriamoci il basket. Vai a Pesaro e chiedi in giro cosa sia successo il 19 maggio del 1988. Probabilmente anche i granelli di sabbia sul lungo mare saprebbero darti una risposta. È trascorsa una vita e almeno una generazione, ma il ricordo di uno scudetto difficilmente ti fa cancellare anche il più piccolo e apparentemente insignificante dei particolari. Era ieri, ma di un tempo diverso e di una pallacanestro solamente lontana parente di quella attuale. Pesaro, in quei giorni di maggio, vive sospesa. Respira ansia e convinzione. Sono i giorni della serie finale contro la Milano targata Tracer: i colossi capaci di prendersi due finali di Coppa dei Campioni consecutive e spazzolare dal piatto anche l’Intercontinentale. Una cosa non da poco, neanche per chi ha le canotte rosse e a indossarle gente come Mike D’Antoni, l’eterno Dino Meneghin e Bob McAdoo, che oltretutto sul petto hanno anche cucito quel triangolino tricolore strappato appena un anno prima alla Mobiligrigi Caserta.

Pesaro invece aspetta ancora di diventare grande e spiccare finalmente le ali. Perché la città di basket ci vive e anche bene, sostenuta dai capitali di Valter Scavolini e da una piazza che in controtendenza con quasi tutto il resto d’Italia, Bologna a parte, ha scelto la palla a spicchi a quella che rotola sul prato verde della Vis. Ma da quel 1946 che ha visto nascere la società biancorossa, di allori se ne sono contati pochi. Il primo giusto qualche stagione prima, anno di grazia 1983, quando per spolverare la bacheca della società adriatica è dovuto calare il semidio jugoslavo  Petar Skansi, che la città di San Terenzio l’aveva già assaporata da giocatore, senza però centrare quel trofeo che sarebbe arrivato solo dopo il passaggio dal campo alla panchina, guidando una banda formata dai connazionali Kićanović e Jerkov, oltreché dall’idolo di casa Magnifico e lo statunitense Mike Sylvester, ad alzare la Coppa delle Coppa davanti ai francesi del Villeurbanne. Se il corso dritto delle storia bisogna farlo sterzare con le proprie forze, forse a Pesaro la svolta arriva proprio in quella notte maiorchina di marzo. La stagione successiva scorre infatti senza sussulti, quella dopo ancora il passaggio di consegne da Skansi al vice Giancarlo Sacco riporta invece entusiasmo e soprattutto trofei. La Coppa Italia nello specifico, strappata nell’allora avvincente regolamento, tra andata e ritorno, al vecchio gigante Varese marchiato Ciaocrem. Peccato quel secondo successo rimanga isolato, perché qualche mese più tardi la Scavolini si affaccerà anche alla finale scudetto, ma al cospetto della Simac Milano finisce in appena due gare e di tricolore, sulle maglie biancorosse, rimane solamente la coccarda.

I sogni restano nel cassetto, in attesa di prendere aria e iniziare a vedere la luce nell’estate dell’87, quando casa Scavolini apre le proprie porte a Valerio Bianchini. È lui l’uomo della svolta, non fosse altro perché sa come si vince e l’ha già fatto in Italia e fuori dai confini nazionali. Il Vate ha regalato sorrisi tra Cantù e Roma, conquistato due scudetti e altrettante Coppe dei Campioni. Ha vissuto l’aria di provincia e quella di una Capitale europea. Conosce i segreti, i trucchi del mestiere. Sceglie i giocatori giusti, da mettere nei posti giusti. Il resto poi è molto meno della metà dell’opera. Ma le cose non vanno da subito per il verso giusto. Alla pattuglia di italiani formata dal totem Walter Magnifico, Ario Costa, Renzo Vecchiato e Domenico Zampolini, Bianchini aggiunge l’accento slavo di Aleksandar Petrović, fratello maggiore di quel Dražen che sta incantando l’Europa dei canestri ed è destinato ad andarsi a prendere anche i parquet dall’altro lato dell’Oceano. La squadra è bella, ma balla poco e a corrente troppo alternata. Serve qualcosa che cambi le carte sul parquet e faccia saltare il banco e per Bianchini quell’asso da pescare è nel mazzo che si trova negli Stati Uniti. E siccome nessuna ciambella riesce veramente col buco se non sei direttamente tu a farla, il Vate alla scoperta dell’America ci va in prima persona. Due tappe: Pittsburgh e Boston. Dalla prima vi tira fuori Darwin Cook, un californiano capace di alternarsi tra regia e il ruolo di guardia, buono per dare atletismo e punti. Dalla capitale del Massachusetts, invece, Bianchini si riporta indietro Darren Daye che i suoi 2,03 centimetri di forza li ha fatti apprezzare a Washington prima e nei Celtics poi, dove però è finito ai margini per aver pestato i piedi sbagliati nel corso di un’intervista troppo irriverente per continuare a stare al fianco dei senatori in canotta verde Larry Bird e Kevin McHale.

Il Vate gioca le sue carte e le piazza sul tavolo, ma ci vuole tempo e far amalgamare il tutto. Lo scetticismo resta, anche perché Pesaro chiude la regular season al quinto posto, con 18 vinte e 12 perse, ma soprattutto a troppa distanza dalla battistrada Varese e dalla fresca campionessa d’Europa Trecer Milano. Motivo in più per essere scettici, un playoff che va giocato tutto, fin dal primissimo turno. Ma nel momento più delicato, la Scavolini non solo non trema, ma vede finalmente compiersi il disegno del proprio coach. Daye e Cook ingranano, danno quel che alla squadra fin lì era mancato. Agli ottavi, contro Reggio Emilia, ci vogliono tre gare per strappare il pass dei quarti, dove invece bastano appena due partite per rispedire al mittente la minaccia Caserta. Si vola in semifinale e l’incrocio pericoloso prevede Varese, che ha il vantaggio del campo e i favori del pronostico. In panca, i lombardi hanno un uomo delle Americhe come Joe Isaac, in canotta, invece, Rusconi, Vescovi e Sacchetti, oltre all’esperienza a stelle e strisce portata in dote da Charles Pittman e Corny Thompson. C’è da sudare e sovvertire i pronostici. E infatti gara 1, a Masnago, finisce tra le grinfie dei padroni di casa. Al secondo atto, Pesaro fa però valere il fattore casalingo tanto quanto i lombardi, guadagnandosi un’ultima chance da cuore caldo e sangue freddo. Finirà 78-77, ma per gli ospiti, con Cook che scippa il connazionale Thompson del pallone che sarebbe potuto valere l’ultimo attacco, forse decisivo. Pesaro si ritrova in finale, in città addirittura suonano le campane della chiesa per annunciarlo a chi non ha potuto prendere ferie o mettersi in malattia per seguire la squadra fino a Varese. Ma i giorni rimasti a disposizione verranno buoni per l’ultimo atto. Qui c’è la Milano di Franco Casalini, che nel passaggio da Dan Peterson al proprio vice non ha minimamente dimenticato come coniugare il verbo vincere. Anzi, si è appena riconfermata regina d’Europa, ha unito i due mondi dei canestri con l’Intercontinentale ed è campione d’Italia in carica. Scontato dire per chi propendano i pronostici, però…

Però Pesaro si è tolta la ruggine della sorpresa e lo fa vedere subito, alla prima in casa, davanti un Hangar stracolmo e trascinato dai cori dell’Inferno Biancorosso in curva. Finisce 90-82, poi si vola a Milano e ma lo spartito non cambia, anche perché Magnifico lo suona con una doppia doppia da 27 punti e 10 rimbalzi, ai quali si aggiungono i 34 equamente distribuiti tra Cook e Daye, che ormai non sono solo trascinatori e in campo, ma idoli di una folla che va al letto la sera e sogna tricolore, si sveglia la mattina e continua a sperare. Bisogna attendere che Milano provi a risorgere, si prende gara 3 e rimandi tutto a Pesaro. Ma forse è una conclusione sperata anche da Bianchini. Il 19 maggio 1988 era trent’anni fa e la Scavolini annientava la Trecer 98-87. Su Raitre, la voce di Gianni Decleva neanche si sente, mentre annuncia la vittoria pesarese al suono della sirena e il parquet dell’Hangar diventa terreno d’invasione festante. Bianchini centra il terzo titolo con tre squadre diverse, Pesaro il suo primo e indimenticato tricolore. “I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”, dirà uno stanco ma felice Valter Scavolini, a fine partita, con la bandiera italiana legata al collo. L’artista Pomodoro, natio di Pesaro, di cui la sua celebre palla si trova a Roma e New York, lascio il calco dell’opera d’arte a Pesaro. Calco che venne fatto rotolare per tutta la città proprio il 19 maggio 1988. Trent’anni e una generazione dopo, nessuno si è dimenticato di quel giorno di maggio. Neanche chi non c’era. Neanche i granelli della sabbia.

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Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong Un

Leonardo Ciccarelli

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Compie oggi 57 anni Dennis Rodman, il giocatore Nba, personaggio iconico di un basket che forse non esiste più, che una volta si propose di dialogare addirittura con l’Isis. Ma la sua storia più inaspettata è quella relativa all’amicizia con l’uomo del momento, Kim Jong Un, leader della Corea Del Nord.

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più controversi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman in passato tentò di allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU si interrogò sul sanzionare o meno il giocatore per i regali che portò all’amico e che secondo gli esperti avrebbe violato le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite dopo il terzo esperimento di qualche anno fa.

I rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono poi un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non prese bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma non se ne fece nulla e Dennis, detto il Verme, rimase all’amo del Leader Supremo.

Oggi che la situazione tra Trump e Kim sembra aver preso finalmente una strada diplomatica per la denuclearizzazione della Corea del Nord, Rodman può ritenersi soddisfatto. E non è impossibile pensare che, conoscendolo, qualche merito se lo possa essere preso anche lui, pioniere della distensione tra le due nazioni.

Del resto da un tipo che si propose come interlocutore per negoziare con l’ISIS, ci si può aspettare davvero di tutto.

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“E’ nato con il pallone in mano”: Storia di Michele che va ai Mondiali

Olympics Italia

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Michele “è nato con il pallone in mano”, così han detto i genitori raccontando la sua storia.

Alla nascita pesava oltre 3 kili per 51 cm. Un bel bambino, la gioia della sua famiglia, dei genitori e di sua sorella Laura che lo aspettava con gioia e con un pizzico di gelosia, poco a poco sostituito da un amore incondizionato.

“Il primo anno della sua e della nostra vita scorre sereno e felice in famiglia” – racconta  mamma Immacolata – “poi pian piano si insinua una perplessità in noi: il timore e poi la dolorosa certezza che Michele abbia  delle difficoltà oggettive. Gli viene diagnosticata una disabilità intellettiva medio-grave, criticità nella vista e nel movimento: in particolare nel camminare.”

“Avevamo paura, non sapevamo come affrontare il tutto, l’unica sicurezza era che la nostra strada stava cambiando direzione, si stava facendo man mano sempre più difficile, impervia ed in salita. Abbiamo dovuto combattere le nostre paure sin da subito,  armandoci di tutto l’impegno e la determinazione possibili. Iniziava infatti per noi un nuovo viaggio fatto di medici e terapie. Inizialmente ci siamo concentrati sulla psicomotricità, fortunatamente i risultati non tardarono ad arrivare. Michele bambino iniziò a camminare e poi a correre, gli piaceva talmente che lo faceva in lungo e in largo e in qualsiasi ambiente si trovasse. E spesso e volentieri aveva con sè un pallone”.

A seguire il nostro impegno si è concentrato sulla logopedia, per insegnargli a parlare e ad esprimersi al meglio. Oggi che Michele ha 32 anni, siamo consapevoli di essere lontani dalla “perfezione”, ma lui ha imparato lo stesso a relazionarsi con il mondo, ad esprimersi a suo modo e a farsi capire  anche solo con l’ espressione del suo sguardo, a volte così intenso che, oserei dire, le parole non servono.

IL MONDO FUORI

La vita in casa, in famiglia, è sempre stata serena e tranquilla. Michele ha passato molto tempo con noi , con sua sorella e con i suoi cugini, senza incorrere in difficoltà particolari.

E’ cresciuto man mano maturando un carattere emotivo, a volte testardo, ma pur sempre solare e allegro. Un passo importante è stato quello che lo ha fatto uscire fuori di casa, fuori da quella “bolla” rassicurante che in qualche modo, finora, lo aveva protetto dal mondo. Ha iniziato ad andare a scuola, prima all’asilo come tutti gli altri, poi dalle elementari, seguito da un insegnante di sostegno.”

L’arrivo dell’adolescenza ha insinuato in noi qualche timore in più rispetto alla sua capacità di stringere amicizie con i suoi coetanei. Sapevamo che il suo carattere così aperto lo avrebbe aiutato, ma temevamo che i problemi legati al linguaggio in particolare potessero diventare motivo di scherno e derisione da parte di alcuni, giovani e magari non ancora pronti ad accogliere la diversità di ognuno come normalità. Fortunatamente in tutto il percorso scolastico di Michele, le nostre paure si sono concretizzate solo in un’occasione durante le medie. Un paio di ragazzini lo avevano preso un po’ troppo di mira ma, con l’aiuto della scuola e con l’intervento dei genitori, abbiamo risolto tutto per il meglio.”

LO SPORT

L’ingresso al Centro di Formazione all’Autonomia “La Finestra” è stato importante per la crescita di Michele che è migliorato ancora imparando, nel suo piccolo, a muoversi in autonomia. Ama la musica e la televisione, ma ancor di più ha una grande passione per lo sport. Il calcio e il basket in particolare lo hanno trasformato in un atleta Special Olympics nel Team Malnate Sport dove si allena costantemente due volte alla settimana, dove ha stretto amicizie sincere, dove ha l’opportunità di liberare tutta la sua voglia di mettersi in gioco e sentirsi gratificato, parte integrante di una squadra.

Durante gli eventi poi Michele ha sentito l’applauso del pubblico sugli spalti, un’iniezione di gioia e fiducia in se stesso di cui farne tesoro per il resto della vita. Michele è sempre in movimento, non si ferma più, colmo com’è di un’esauribile voglia di credere nelle sue potenzialità.

 

IL FUTURO E I MONDIALI DI ABU DHABI

E il risultato più evidente del suo coraggioso sforzo non è tardato ad arrivare. Oggi Michele è un atleta titolare, convocato ai prossimi Giochi Mondiali Estivi Special Olympics, in programma ad Abu Dhabi nel 2019. Giocherà a Basket e si può dire che abbia già vinto la sfida più difficile, quella verso se stesso.

Se guardo al futuro, immagino Michele sempre felice, pronto ad affrontare ciò che la vita gli riserva con determinazione e voglia di mettersi in gioco così come lo sport con Special Olympics gli ha insegnato. La nostra famiglia sarà sempre dalla sua parte per incoraggiarlo in ogni momento ad inseguire i suoi sogni. Siamo increduli e infinitamente grati, ma siamo anche consapevoli che un bellissimo sogno è già alle porte. La sua parte emotiva così sensibile e bella, gli permetterà di fare questa esperienza con grande gioia. Il suo orgoglio farà il resto, gli permetterà di dare tutto se stesso e vincerà la sua medaglia. La merita davvero”.

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