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Quel giorno tragico, l’esperto arbitro Toby Irwin, purtroppo, dimostrò di non essere in serata di grazia.

La folla ondeggiante, le quindicimila voci urlanti, i martellanti colpi in serie arrivarono ad ipnotizzarlo, tanto che finì col non vedere il pugno del knock-out.

Ne seguirono una mezza dozzina di gratuiti, prima del “break”: Frankie Campbell crollò al tappeto senza più riprendere conoscenza. Morì all’alba del giorno seguente.

La successiva autopsia evidenziò il distacco del cervello dalla propria sede.

Al centro del ring, col braccio alzato, era rimasto il ventunenne nativo di Omaha, californiano d’adozione, Max Baer.

Da quel momento in avanti, Baer fu l’uomo più solo del pugilato statunitense; uno sport che già per propria natura circonda i protagonisti di un’aurea di solitudine cui non esiste rimedio.

Dopo un lungo periodo di crisi personale e risultati scadenti, Baer tornò ad allenarsi e vincere: un altro violento atterramento ai danni di Ernie Schaaf fu la base per altre illazioni, dato che sei mesi più tardi Schaaf trovò la morte sul ring ad opera del gigante di Sequals, Primo Carnera.

I giornali attribuirono la morte dello sfortunato pugile ai danni creati dai pugni di Baer, sebbene i medici avessero smentito categoricamente la cosa.

Forte, intelligente e dotato di grande spirito, Max cominciò l’inesorabile scalata alla vetta della boxe mondiale, ma fu costretto a costruirsi una corazza che lo difendesse dal ricordo del giovane Frankie Campbell, inerme ed alle corde mentre  lasciava questo mondo, e da un’opinione pubblica che vedeva in lui un personaggio da creare e demolire a suon di articoli pretestuosi.

Mentre Baer sorrideva alle telecamere, mentre si faceva fotografare baciando ballerine o ritrarre in locali glamour, la sua anima era tormentata ed il cuore inguaribilmente spezzato.

Il figlio, Max Baer jr., famoso attore e produttore di Hollywood, lo ricorda come un padre amorevole ed una persona sensibile, spesso in lacrime al ricordo della morte di Frankie Campbell: un’immagine in forte contrasto con quella restituita dai media del tempo e dal film ‘Cinderella Man’ di Ron Howard, in cui Baer viene rappresentato come l’antagonista negativo di James Braddock.

Nel proprio miglior incontro in carriera, davanti ai sessantamila spettatori dello Yankee Stadium, Baer sconfisse un grande pugile come Schmelling con apparente facilità, arrivando a guadagnarsi le credenziali per contendere il mondiale dei pesi massimi al nostro Primo Carnera.

Al Madison Square Garden, la sera del 14 giugno 1934, il possente friulano dovette saggiare il tappeto per ben 12 volte, una delle quali per una scivolata, prima che l’arbitro Arthur Donovan interrompesse la sofferenza dell’infortunato Carnera, decretando in Max Baer l’indiscusso Campione del Mondo.

Il cammino del pugile Baer si interruppe praticamente in quel momento; la spinta emozionale che muoveva uno dei più potenti diretti destri della storia, si andò ad esaurire con l’appagamento resogli dall’aver alzato la cintura di campione, per se stesso, per i propri figli, ma soprattutto per quel ragazzo che aveva ucciso quattro anni prima.

Perse subito il proprio titolo da James Braddock, pugile nettamente inferiore che, a partire da quel giorno di gloria, fu conosciuto come “Cinderella Man”.

Se Baer lo avesse incontrato nella strada per il titolo, lo avrebbe spazzato via con facilità, mentre il match tra i due avvenne quando Max aveva già perso quella determinazione che, con un Braddock col coltello tra i denti, sarebbe servita tutta per vincere.

Finirono, per Max, i tempi del ring e cominciarono quelli delle pellicole di Hollywood: recitò in numerosi e, spesso, apprezzati lungometraggi.

Era una star acclamata, il 19 novembre del 1959 in un hotel di Hollywood, quando accusò un forte dolore al petto.

Chiesto l’aiuto della reception, un dipendente arrivò prontamente annunciando che sarebbe giunto il medico degli hotel.

Col solito spirito, Max rispose di aver bisogno di un medico per le persone, non per gli hotel.

Arrivato il medico, senza ancora rinunciare alla propria proverbiale giocosità, Baer si fece visitare, dovendo soccombere, giusto in quel momento, ad un secondo e definitivo attacco di cuore.

Le sue ultime parole furono: “O Dio, ecco che me ne vado!”

Max Baer aveva cinquant’anni.

A quasi trent’anni di distanza raggiungeva colui il quale aveva costituito la compagnia più presente nella sua vita, ossia Frankie Campbell, il ragazzo morto sul ring per sua mano.

Il giorno del funerale, un distinto signore appartenente ad un’organizzazione umanitaria disse che da molti anni Baer aiutava le più disparate attività di beneficenza.

Il fondo che l’ex-pugile aveva già attivato fu trasformato in una fondazione in aiuto ai malati cardiaci; dal 1959 ad oggi, decine di milioni di dollari vi sono confluiti, contribuendo a salvare centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini da morte certa.

Questo, insieme all’esempio di aiuto anonimo e disinteressato alle persone bisognose, è il lascito al mondo del grande Max Baer, uno dei miei pugili preferiti nella storia.

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