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Pugilato

Max Baer, la vera storia del “cattivo” antagonista di Cinderella Man”

Marco Nicolini

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Quel giorno tragico, l’esperto arbitro Toby Irwin, purtroppo, dimostrò di non essere in serata di grazia.

La folla ondeggiante, le quindicimila voci urlanti, i martellanti colpi in serie arrivarono ad ipnotizzarlo, tanto che finì col non vedere il pugno del knock-out.

Ne seguirono una mezza dozzina di gratuiti, prima del “break”: Frankie Campbell crollò al tappeto senza più riprendere conoscenza. Morì all’alba del giorno seguente.

La successiva autopsia evidenziò il distacco del cervello dalla propria sede.

Al centro del ring, col braccio alzato, era rimasto il ventunenne nativo di Omaha, californiano d’adozione, Max Baer.

Da quel momento in avanti, Baer fu l’uomo più solo del pugilato statunitense; uno sport che già per propria natura circonda i protagonisti di un’aurea di solitudine cui non esiste rimedio.

Dopo un lungo periodo di crisi personale e risultati scadenti, Baer tornò ad allenarsi e vincere: un altro violento atterramento ai danni di Ernie Schaaf fu la base per altre illazioni, dato che sei mesi più tardi Schaaf trovò la morte sul ring ad opera del gigante di Sequals, Primo Carnera.

I giornali attribuirono la morte dello sfortunato pugile ai danni creati dai pugni di Baer, sebbene i medici avessero smentito categoricamente la cosa.

Forte, intelligente e dotato di grande spirito, Max cominciò l’inesorabile scalata alla vetta della boxe mondiale, ma fu costretto a costruirsi una corazza che lo difendesse dal ricordo del giovane Frankie Campbell, inerme ed alle corde mentre  lasciava questo mondo, e da un’opinione pubblica che vedeva in lui un personaggio da creare e demolire a suon di articoli pretestuosi.

Mentre Baer sorrideva alle telecamere, mentre si faceva fotografare baciando ballerine o ritrarre in locali glamour, la sua anima era tormentata ed il cuore inguaribilmente spezzato.

Il figlio, Max Baer jr., famoso attore e produttore di Hollywood, lo ricorda come un padre amorevole ed una persona sensibile, spesso in lacrime al ricordo della morte di Frankie Campbell: un’immagine in forte contrasto con quella restituita dai media del tempo e dal film ‘Cinderella Man’ di Ron Howard, in cui Baer viene rappresentato come l’antagonista negativo di James Braddock.

Nel proprio miglior incontro in carriera, davanti ai sessantamila spettatori dello Yankee Stadium, Baer sconfisse un grande pugile come Schmelling con apparente facilità, arrivando a guadagnarsi le credenziali per contendere il mondiale dei pesi massimi al nostro Primo Carnera.

Al Madison Square Garden, la sera del 14 giugno 1934, il possente friulano dovette saggiare il tappeto per ben 12 volte, una delle quali per una scivolata, prima che l’arbitro Arthur Donovan interrompesse la sofferenza dell’infortunato Carnera, decretando in Max Baer l’indiscusso Campione del Mondo.

Il cammino del pugile Baer si interruppe praticamente in quel momento; la spinta emozionale che muoveva uno dei più potenti diretti destri della storia, si andò ad esaurire con l’appagamento resogli dall’aver alzato la cintura di campione, per se stesso, per i propri figli, ma soprattutto per quel ragazzo che aveva ucciso quattro anni prima.

Perse subito il proprio titolo da James Braddock, pugile nettamente inferiore che, a partire da quel giorno di gloria, fu conosciuto come “Cinderella Man”.

Se Baer lo avesse incontrato nella strada per il titolo, lo avrebbe spazzato via con facilità, mentre il match tra i due avvenne quando Max aveva già perso quella determinazione che, con un Braddock col coltello tra i denti, sarebbe servita tutta per vincere.

Finirono, per Max, i tempi del ring e cominciarono quelli delle pellicole di Hollywood: recitò in numerosi e, spesso, apprezzati lungometraggi.

Era una star acclamata, il 19 novembre del 1959 in un hotel di Hollywood, quando accusò un forte dolore al petto.

Chiesto l’aiuto della reception, un dipendente arrivò prontamente annunciando che sarebbe giunto il medico degli hotel.

Col solito spirito, Max rispose di aver bisogno di un medico per le persone, non per gli hotel.

Arrivato il medico, senza ancora rinunciare alla propria proverbiale giocosità, Baer si fece visitare, dovendo soccombere, giusto in quel momento, ad un secondo e definitivo attacco di cuore.

Le sue ultime parole furono: “O Dio, ecco che me ne vado!”

Max Baer aveva cinquant’anni.

A quasi trent’anni di distanza raggiungeva colui il quale aveva costituito la compagnia più presente nella sua vita, ossia Frankie Campbell, il ragazzo morto sul ring per sua mano.

Il giorno del funerale, un distinto signore appartenente ad un’organizzazione umanitaria disse che da molti anni Baer aiutava le più disparate attività di beneficenza.

Il fondo che l’ex-pugile aveva già attivato fu trasformato in una fondazione in aiuto ai malati cardiaci; dal 1959 ad oggi, decine di milioni di dollari vi sono confluiti, contribuendo a salvare centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini da morte certa.

Questo, insieme all’esempio di aiuto anonimo e disinteressato alle persone bisognose, è il lascito al mondo del grande Max Baer, uno dei miei pugili preferiti nella storia.

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Pugilato

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

Marco Nicolini

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Il 22 luglio 1916, nell’allora Algeria francese, nasceva Marcel Cerdan, unanimemente considerato il più grande pugile transalpino di sempre; sicuramente uno dei più forti pesi medi della storia.

Proveniente da una poverissima famiglia di pieds-noirs, il tartassato popolo europeo stanziatosi in Maghreb, Marcel conobbe il pugilato a soli 8 anni, dopo essersi trasferito coi genitori a Casablanca.

Dieci anni più tardi esordiva nel professionismo con una serie impressionante di vittorie, grazie ad abilità pugilistiche sopraffine e polmoni infiniti che gli permettevano di mettere pressione all’avversario dal primo all’ultimo istante del match.

Alla storia di quel tempo furono consegnati i tre avvincenti incontri con il leggendario Omar Kouidri, fighter algerino di grande qualità, tutti vinti da Cerdan con soluzioni ai punti.

Dopo aver imposto in Europa un dominio assoluto nei welter, Marcel passò alla più prestigiosa categoria dei medi, conquistando in breve le cinture di campione francese e di campione europeo.

Nel frattempo, esordì nell’indiscusso tempio della boxe mondiale, il Madison Square Garden, dopo aver maramaldeggiato in Spagna ed in Inghilterra strapazzando gli idoli locali.

Il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.

Grande riscontro ebbe sulla carta stampata il momento, poche ore dopo il match, in cui Cerdan si ricongiunse col fratello Vincent, dopo ventidue anni di separazione.

Con il suggello internazionale alla propria notorietà, Cerdan divenne il personaggio più gettonato dalla borghesia francese: da ragazzo semi-analfabeta a piedi nudi per i vicoli sabbiosi di Casablanca, si trovò ad essere un elegante parigino, ammirato ed invidiato da tutti.

Pur essendo sposato e padre di tre figli, intrecciò una delle più celebrate love story di tutti i tempi con la cantante Edith Piaf, una donna complessa, difficile, ma anche un’artista di grande fascino.

In questa atmosfera di grande glorificazione, nel giugno del 1949, Cerdan difese per la prima volta il titolo, a Detroit, dall’attacco del Toro del Bronx, Jake La Motta, un pugile di sensazionale combattività.

La dislocazione della spalla sinistra sin dalla prima ripresa costrinse Cerdan ad un match difensivo che mal si adattava alle sue caratteristiche. L’angolo fu costretto al getto della spugna, ma solo dopo dieci, terribili, riprese.

Attaccato dai giornali francesi, delusi dalla sconfitta, Cerdan tornò in patria per rimettersi dall’infortunio e prepararsi per la rivincita.

Ormai ristabilitosi e firmato il contratto per il re-match con La Motta, decise di posporre l’inizio degli allenamenti per raggiungere la Piaf a New York, per un periodo di pochi giorni.

Partì da Parigi imbarcandosi su un Lockeed Constellation di Air France che, nell’effettuare uno scalo di rifornimento alle Azzorre, si schiantò sul monte San Miguel, uccidendo tutte le 48 persone a bordo.

Al momento della morte, Marcellin Cerdan, il Bombardiere Marocchino, aveva 33 anni, era pugile professionista da quasi 16 anni, aveva combattuto 115 incontri, vincendone 111, era stato campione francese, europeo e mondiale.

Questo fu il suo lascito alla Francia, allo sport, al pugilato.

Edith Piaf, gettata nello sconforto dalla notizia, fu minata nel suo già fragile equilibrio.

Tanto dolore non andò però sprecato, perché in onore del coraggioso pugile che aveva tanto amato, Edith compose “Hymne à l’amour”, da molti considerata la più bella canzone d’amore di sempre.

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Pugilato

Il Tedoforo Muhammad, Simbolo di Lotta

Andrea Muratore

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Venerdì 19 luglio 1996, Atlanta. La cerimonia inaugurale dei Giochi della XXVI Olimpiade è conclusa da un ultimo tedoforo inatteso, un uomo che incede in maniera incerta avvicinandosi al braciere destinato ad ardere del sacro fuoco di Olimpia durante tutto l’arco della cerimonia. Egli è visibilmente debole, porta i segni di una malattia cruenta, infida e inesorabilmente decisa a sovrastarlo, ma sulla quale in pochi momenti riuscirà a prendersi una grandiosa rivincita, opponendosi alla tirannia di cui rischiava di essere vittima con la forza di un’infinita dignità. Sono quelli i momenti più emozionanti e forse intensi della vita di Mohammad Ali, uomo riuscito a travalicare enormemente le dimensioni di pugile nonché quelle ben più cospicue di icona del suo stesso sport per diventare un simbolo planetario. Un modello di ispirazione morale ancora più significativo, che in quella storica giornata di luglio conquistò il suo trionfo più grande. L’ex campione dei pesi massimi, protagonista di alcuni dei combattimenti più celebri della storia del pugilato, tra cui il celeberrimo Rumble in the Jungle tra Ali e Foreman disputatosi a Kinshasa nel 1974 o il “match del secolo” di New York tra Ali e Joe Frazier del 1971, in quegli istanti si rivelava al mondo in tutta la vulnerabilità impostagli dal progredire del morbo di Parkinson, contro cui Cassius Clay lottava da oltre dieci anni, ma allo stesso tempo sfatava un implicito tabù.

Negli istanti in cui riceveva la torcia dalla nuotatrice Janet Evans e portava a compimento l’accensione del braciere, Ali non era da solo sulla pedana dello Stadio Olimpico di Atlanta. Assieme a lui vi erano idealmente milioni di ammalati di tutto il mondo, milioni di persone che venivano invitate a non nascondere la propria malattia agli occhi della società, come se fosse una fonte di vergogna o una vera e propria onta, ma a affrontarla giorno dopo giorno, guardandola negli occhi e infliggendole un KO tecnico attraverso l’accettazione e una sfida quotidiana alle sue costrizioni. Quel giorno Ali aiutò a comprendere una verità fondamentale per superare antichi pregiudizi: “ammalarsi seriamente comporta una mole di esperienze esistenziali ed emotive di straordinaria complessità”, e quindi rende necessaria una sfida consapevole a cui gli ammalati non potrebbero far fronte in casi di veri e propri isolamenti sociali. Il 19 luglio 1996, il mondo si commosse per l’ennesima presa di coscienza legata alle gesta di un uomo che ha saputo essere un autentico esempio. Anzi, non è azzardato dire che a Phoenix il 4 maggio 2016 sia morto uno dei pochi, veri rivoluzionari che i paesi occidentali hanno conosciuto nel corso del XX secolo.

In Ali, ad essere rivoluzionaria è innanzitutto la proporzione di ciò che riguarda la sua vita: se la sua carriera pugilistica è già da tempi parte dell’epica dello sport, non si può dire che gli aneddoti riguardanti le sue vicissitudini famigliari, sociali e personali siano da meno. Più di Pelé, più di Michael Jordan, più di qualsiasi protagonista dello sport del XX secolo Ali ha lastricato metro dopo metro il percorso della sua leggenda. Nel corso di questo cammino, una delle battaglie maggiormente significative della vita di Ali è stata la dura campagna antimilitarista condotta ai tempi della guerra del Vietnam, periodo di forte mobilitazioni sociali in tutti gli Stati Uniti d’America che, di fatto, rappresentavano la conseguenza delle turbolenze estreme in cui era avvinta la vita pubblica statunitense della fine degli Anni Sessanta. Che sia mai stata pronunciata o meno, la celebre affermazione attribuita ad Ali “nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro” condensa efficacemente il sunto del pensiero politico-sociale di Cassius Clay, che aveva visto più lungo di molti altri individuando nel continuo prolungarsi della guerra nel Sud-Est asiatico e nel perpetrarsi delle discriminazioni nei confronti degli afroamericani due facce della stessa medaglia, due rappresentazioni diverse ma convergenti della patologia che infettava la società a stelle e strisce. Fu una presa di posizione netta e decisamente sentita da parte di Ali, che si vide di conseguenza costretto a un brusco e lungo stop nella sua carriera agonistica (durato dal marzo 1967 all’ottobre 1970) ma contemporaneamente sublimò la sua immagine di mito vivente, già in via di edificazione dopo che il suo impegno civico e la sua lotta per l’emancipazione dalle disuguaglianze era cresciuta di intensità in parallelo con la sua scalata al successo sportivo.

Lo stesso uomo che nel 1975, protestando per il becero trattamento riservatogli dal proprietario di un ristorante “per soli bianchi”, aveva gettato nel fiume Ohio la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Roma nel 1960, sarà poi ripagato negli stessi Giochi che aveva inaugurato con la consegna di una nuova medaglia in sostituzione di quella perduta. La consegna del secondo oro ad Ali, unita alla sua commovente passerella nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta, sancì anche l’ufficiale attestazione della comprensione del suo gesto, che giungeva a termine di un periodo di fortissima esasperazione per il campione, che vedendo i continui maltrattamenti e le prevaricazioni sociali di cui erano vittima gli afroamericani aveva iniziato negli Anni Sessanta una forte campagna personale per i diritti civili dei membri della sua etnia, condotta in numerosi casi attraverso l’uso di parole forti e, comunque, sempre in parallelo all’attivismo antibellicista che costerà ad Ali gli anni di maggior freschezza di una carriera che ha saputo comunque essere straordinaria.

Ali ha saputo unire e dividere, ha allo stesso tempo emozionato e impaurito, è stato amato e odiato al contempo nel corso della sua carriera agonistica; dopo il ritiro e nel corso della commovente battaglia contro il Parkinson, la sua grandezza è stata certificata dal generale affetto con cui personaggi noti, avversari di un tempo e semplici cittadini hanno sostenuto la sua sfida alla malattia, e dalla commozione generale che ha accompagnato l’annuncio dato tre anni fa dal fratello Rahman circa il devastante progredire del morbo e, nelle ultime ore, la notizia della sua morte. Ali ha lasciato questo mondo, ma la sua leggenda vivrà ancora a lungo; il ricordo del suo impegno, del suo attivismo e della straordinaria dignità dimostrata negli anni più difficili hanno funto e fungeranno da esempio per giovani di tutto il mondo, che potranno solo trarre ispirazione dal mito del The Greatest Of All Time.

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Pugilato

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Marco Nicolini

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Il 10 Luglio 1951 il pugile britannico Randolph Turpin batteva Sugar Ray Robinson, diventando campione dei medi. Ma la sua storia di gloria fu interrotta da una tragedia senza eguali.

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.

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