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Maurizio Costanzi (Atalanta): “In Italia manca la specializzazione nel calcio giovanile. L’Africa è geneticamente il futuro dello sport mondiale”

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Di Massimiliano Guerra e Emanuele Sabatino

Una doppietta storica quella che qualche settimana fa l’Atalanta ha messo a segno grazie al suo settore giovanile. Giovanissimi e Allievi Nazionali si sono laureati entrambi Campioni d’Italia confermando la tradizione del club orobico ai vertici del calcio giovanile da sempre. Non è un caso, però, che a capo del Settore Giovanile bergamasco ci sia Maurizio Costanzi. Un addetto ai lavori che ha sempre preferito far parlare i fatti e non le parole e che ha sempre voluto rimanere dietro le quinte rifiutando sempre le luci della ribalta. Una carriera, quella dirigenziale, fatta di grandissimi traguardi come lo Scudetto Primavera con il Chievo nel 2014 e arrivata ora a questo storico doppio titolo. Abbiamo  allora deciso di sentirlo per capire i suoi metodi di lavoro e come si sviluppa il complesso percorso di crescita di un giovane calciatore.

Che soddisfazione è stata per lei che è Responsabile del Settore Giovanile dell’Atalanta, la doppietta Giovanissimi-Allievi?

Non piace appropriarmi dei meriti perché il Responsabile del Settore Giovanile deve coordinare tante altre figure e capire dove collocare le persone con la caratteristiche giuste per determinati ruoli. La mia più grande soddisfazione è quella di non aver formato solo dei giocatori ma anche delle figure professionali che hanno trovato spazio nel calcio, come allenatori, preparatori, dirigenti e segretari.

Commentando lo Scudetto Allievi ha parlato molto di alcuni suoi collaboratori come Finardi e Bonaccorso. Quanto è importante il loro ruolo?

Bisogna essere bravi a scegliere le persone giusto nel ruolo giusto. Facendo questo lavoro si lavora con più di 100 persone tutte con un lavoro mirato e una professionalità ben precisa. Anche loro permettono di poter mandare avanti il settore giovanile ad ottimi livelli.

Parlava di saper scegliere le persone giuste al posto giusto. Quanto è difficile al giorno d’oggi saper trovare e formare dei bravi istruttori che poi lavorino sul campo con i ragazzi?

E’ molto difficile. Purtroppo in Italia manca un po’ la specializzazione nel settore giovanile. Molte volte le giovanili vengono viste come un semplice passaggio per entrare poi nel mondo dei grandi. Sono 30 anni che faccio il settore giovanile e non avrei problemi a farlo da nessun’altra parte perché sono specializzato in questo. Se mi venisse invece proposto di fare il Direttore Sportivo di una squadra di Serie A o B mi troverei molto più in difficoltà perché si entrerebbe in dinamiche totalmente diverse rispetto a quelle che gestisco quotidianamente io. Nel settore giovanile noi lavoriamo per la costruzione del talento a 360 gradi e non per la ricerca del risultato a tutti i costi.

Parliamo di Lei: E’ stato calciatore di categoria in Serie C e poi in Serie D. Ad un primo impatto potrebbe sembrare molto più un uomo di campo che un dirigente. Quando è nata la sua passione per il calcio giovanile e quando ha capito che sarebbe potuto diventare il suo lavoro?

Si, ho giocato ma non sarei andato oltre anche perché poi ho subito un brutto incidente di gioco e all’epoca la medicina non permetteva tempi di recupero molto brevi. Ho deciso di smettere anche perché all’epoca studiavo medicina e stavo per diventare medico. Pensi che stavo per diventare medico, ma a quattro esami dalla laurea mi sono fermato perché la passione per il calcio era troppo grande. All’epoca ero in una storica società di Verona come l’Audace San Michele che mi propose di diventare allenatore delle giovanili. Da li è partita la mia carriera tra Hellas, Vicenza e poi con il Chievo, dove mi sono fermato sedici anni,  e dove da subito mi è stato chiesto di coordinare il Settore Giovanile. Tutta questa grande esperienza mi è servita tantissimo per poter interagire con medici e tecnici.

La sua carriera parla chiaro: Scudetto con il Chievo Primavere e poi doppietta con l’Atalanta. Esiste un metodo Costanzi?

No, assolutamente no. Possiamo dire che esiste un lavoro sul quale ci si impegna quotidianamente. Settimanalmente facciamo incontri con i nostri allenatori. Possiamo anche dire che esiste un’idea Costanzi, che vuol dire non sedersi mai, essere sempre curiosi. Una cosa che mi fa inorridire è quando si dice che il calcio è sempre uguale. Non è cosi, il calcio è sempre in evoluzione. Non ci si può mai fermare.

Lei vede tante partite, tanti calciatori. Quando capisce di avere davanti un talento?

Se parliamo di talento puro, pochissime volte. Se vedi il Pogba a 14 anni ne rimani folgorato, ma non è sempre cosi. Se parliamo invece di giovani che possono diventare calciatori la storia è un’altra: Capita di vedere un ragazzo per venti minuti e rimanerne impressionato oppure di decidere di vederlo qualche volta in più per capire le sue potenzialità e le sue vere doti tecniche e tattiche. In una squadra di calcio non si sono i fenomeni ma anche i giocatori che “portano l’acqua” ed è importante anche andare a scoprire quello.

Nel giudizio che da di un giovane calciatore cos’è più importante, la parte fisica o tecnica?

Prima si vedeva più la tecnica e poi la corsa. Ora questi due fattori si sono pareggiati e devono andare di pari passo. Il calcio è un gioco veloce ed un giocatore lento adesso farebbe fatica a giocatore, quindi un giovane calciatore deve essere rapido di testa e di gambe. Tecnica e velocità sono due requisiti imprescindibili.

Un giovane calciatore deve essere addestrato come giocatore ma anche educato come uomo: Quali tra i due è più difficile nel calcio di oggi?

Senza dubbio educare . Nell’educare ci metto anche quelle doti che servono per l’addestramento come lo spirito di sacrificio per la squadra. Capire che non tutto viene dall’esterno ma anche da dentro sé stessi. Purtroppo oggi si vede solo l’aspetto finale ed esteriore come il look, il tatuaggio. Purtroppo i modelli educativi sono meno adatti a far capire ai ragazzi che la selezione è micidiale. Il rettangolo di gioco non permette alcuna raccomandazione. Per arrivare bisogna avere delle doti caratteriali e tecniche importanti. Il giudizio del campo delle volte è addirittura cattivo, perché è tutto legato ad un’emotività nell’immediato.

E’ più importante l’occhio dell’osservatore o i contatti sul posto?

I contatti servono per allenare l’occhio. Più si è attivi, più si gira e più si hanno possibilità di anticipare le mosse di altri osservatori. Questo è un lavoro in cui si viaggia molto e in cui bisogna sempre essere pronti a spostarsi e a farsi trovare pronti.

Si parla sempre di più di algoritmi e computer capaci di poter giudicare un calciatore in maniera migliore rispetto all’occhio umano. Pensa che un giorno la tecnologia possa superare l’uomo?

Non credo. Come tutte le cose i numeri aiutano ad interpretare le prestazioni e la continuità di rendimento. Dopo però ci sono tanti aspetti per i quali le macchine non possono aiutarci. Sarebbe troppo semplice così.

Lei è appena tornato dall’Africa. Sappiamo come sia difficile lavorare in un continente così problematico. Una delle difficoltà maggiori è sempre stata capire la reale età dei calciatori. Lei come si difende da questo pericolo? Quanto è difficile lavorare li?

Anche in questo caso l’esperienza aiuta moltissimo. Con tanti chilometri alle spalle e tante situazioni simili, sai valutare questo tipo di situazioni. Posso dire che questa è una cosa che ormai non si verifica più anche perché i paesi di origine di questi ragazzi hanno dato una grossa sterzata in questo senso. Ovviamente ci sono meno strutture rispetto all’Europa ma senz’altro l’Africa offre delle potenzialità che possono rappresentare il futuro del calcio mondiale. Geneticamente alcune doti atletiche si possono trovare in prevalenza in Africa rispetto ad altri posti del Mondo. In ogni modo la genetica ha trasformato lo sport. Basti pensare ai tennisti od altre discipline che rispetto a qualche anno fa .

Perché il calcio africano non ha mai fatto il definitivo salto di qualità?

Purtroppo il problema africano è nello sport in generale. Lo sport li viaggia su dinamiche culturali diversi dai nostri che magari ancora non gli permettono di esprimere la propria potenzialità. Dobbiamo considerare però i tanti giocatori di colore che sono sparsi in tutto il mondo che giocano nelle diverse nazionali. Possiamo considerare Pogba francese o africano? Vogliamo parlare del Portogallo, dell’Inghilterra? La globalizzazione ha fatto si che questo elemento di multietnicità sia diventato importantissimo.

Rimanendo in ambito di giganti esteri Cina e Usa pensa che possano diventare realtà importanti nel panorama calcistico mondiale?

Vediamo cosa verrà fatto in Cina con la riforma del calcio sbandierata dal governo. Posso dire, per esperienza personale, che sono ancora molto molto lontani dal calcio che conta. Gli Usa hanno un’altra programmazione derivata dalla cultura anglosassone e quindi sono ad un livello superiore.

Abbiamo parlato molto di estero ma quanto è importante legare il Settore Giovanile al proprio territorio?

La prima parte della nostra selezione (praticamente la metà) è fatta sul nostro territorio. Però non possiamo pensare di essere autosufficienti nella scoperta e nella formazione di giovani calciatori. Sarebbe perlomeno anacronistico. Il nostro bacino non è paragonabile rispetto a quello di Roma o di altre realtà e quindi dobbiamo capire che non possiamo legarci solo alla nostra realtà.

Perché negli ultimi anni in Italia si fa molto fatica a tirare fuori dei nuovi talenti nel calcio?

Purtroppo in Italia non sia ha una progettualità a lungo termine. Si pensa solo all’oggi per il domani. Domandiamoci perché la Croazia con 4 milioni e mezzo di abitanti sforna così tanti talenti al contrario nostro. E’ tutto il sistema sportivo italiano che non è strutturato bene e che non riesce a svilupparsi in maniera ottimale. Il calcio giovanile in Italia viene gestito e valorizzato prettamente dal volontariato. Togliendo le  squadre professionistiche, nelle realtà dilettantistiche c’è solo volontariato. In queste realtà si fa qualità e quantità alla stessa maniera e questo non va bene perché chi insegna, chi istruisce deve essere preparato e selezionato. Se non si fa così la funzione dell’istruttore in quelle realtà diventa un vero e proprio babysitteraggio a basso costo a discapito della qualità che è fondamentale per sfornare talenti.

Ha mai avuto un modello di settore giovanile al quale si è ispirato?

Ciclicamente ci sono le mode ed io mi sono staccato da questo. Ogni periodo offre dei modelli: Ci sono stati i tempi dell’Ajax, poi il Portogallo e poi ancora la Spagna. Io credo che si debba attingere da ogni modello ma senza copiare nulla. Rimanendo in Italia credo che Roma, Juve, Milan ed Inter lavorino molto bene e riescano a valorizzare i proprio talenti.

In conclusione, i suoi obiettivi futuri ?

La risposta è molto semplice: Non ci sono risultati da raggiungere ma l’obiettivo è solo quello di continuare a scoprire e a formare giocatori che possano arrivare in prima squadra con l’Atalanta.

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1 Commento

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  1. carlo

    agosto 15, 2016 at 9:59 pm

    ci si sintonizza direttore sono prayer tecnico istruttore dell’under 15 della fidelis andria per un obiettivo a lungo termine di costruzione ci siamo appieno sulle sue considerazione su larga scle del settore giovanile o per essere concreti per l’evento vivaio.saluti carlo prayer

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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