Connettiti con noi

Calcio

Matthias Sindelar, il patriota anti Hitler

Matteo di Medio

Published

on

Il 23 Gennaio 1939 moriva in circostanze misteriose Matthias Sindelar, stella della nazionale austriaca, diventato simbolo della lotta all’invasione nazista in Europa. Vi raccontiamo la sua storia.

Quando parliamo di calcio del passato, i primi anni del 1900, non possiamo non menzionare quella che veniva definita come una delle migliori nazionali dell’epoca, per questo soprannominata la Wunderteam, squadra delle meraviglie o, più semplicemente, l’Austria. Difficile oggi pensare che il piccolo Stato confinante con l’Italia potesse vantare una compagine così forte, ma i meriti maggiori di questo strapotere sono riconducibili quasi esclusivamente alla figura del suo capitano storico: Matthias Sindelar.

Nato il 10 Febbraio 1903 in Moravia, territorio sotto il dominio austro-ungarico, attuale Repubblica Ceca, Sindelar deve affrontare un’infanzia fatta di sacrifici e povertà, in una famiglia costretta ad emigrare a Vienna per cercare fortuna e un padre morto prematuramente sul fronte italiano durante la Grande Guerra.

Centrocampista e attaccante, fin da giovane le sue doti palla al piede sono sotto gli occhi di tutti. La sua agilità e velocità, che gli varranno il soprannome di “Carta Velina” per il suo fisico esile, unite alla qualità dei dribbling, tanto da scomodare un’icona nazionale come Mozart con cui veniva paragonato, lo portano all’attenzione dell’insegnante Karl Weimann che lo fa esordire con la squadra locale dell’ Herta ASV Vienna. La vita di Matthias si divide tra scuola, campo di calcio e il lavoro presso un’officina meccanica per guadagnare il denaro che serviva ad aiutare la madre nel mantenere una famiglia in cui l’unico maschio era proprio lui, circondato da tre sorelle.


Un infortunio al menisco rischia di compromettere la sua carriera in ascesa, tenendolo lontano dal pallone per un anno e mezzo. Ristabilitosi completamente, si trasferisce, a causa delle difficoltà economiche dell’Herta, nella squadra che oggi è conosciuta come l’Austria Vienna, all’epoca Amateure Vienna, fresca vincitrice del campionato.
Sindelar è il giocatore che mancava al team viennese, già composto da grandi atleti. Grazie alle sue giocate l’Amateure Vienna vince titoli a ripetizione, andando anche oltre i confini nazionali, conquistando due Mitropa Cup, antenata dell’attuale Champions League. I successi personali e della squadra lo hanno portato, più avanti, ad essere nominato come miglior calciatore austriaco del ventesimo secolo. In quel periodo divenne uno dei giocatori più famosi del mondo nonché uno dei primi a sfruttare la sua immagine per campagne pubblicitarie.

Partecipò anche ai Mondiali del 1934 in Italia, in cui la sua nazionale uscì sconfitta in semifinale proprio dagli azzurri che avrebbero conquistato il gradino più alto del podio.

La sua carriera in nazionale fu caratterizzata, in particolar modo, per un gesto che rimase nella memoria storica dello sport: siamo in pieno clima nazista, il 1938, e Hitler ha appena annesso l’Austria al suo Impero per formare la Grande Germania. Le conseguenze di questa unificazione furono la cancellazione della nazionale austriaca e il trasferimento di tutti i migliori talenti verso la compagine teutonica, e relativa esclusione dell’Austria ai Mondiali del 1938 in Francia.

Per l’occasione viene organizzata una partita tra le due squadre, Germania e Austria, a suggellare l’annessione in una match che verrà ricordato come la Partita della Riunificazione.

Sindelar, ovviamente scontento del nuovo corso della sua nazionale, di cui era capitano, non fa nulla per nascondere il suo dissenso. Anzi: al settantesimo minuto, è proprio lui a siglare la rete del vantaggio e quella corsa con esultanza finale sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, vale più di mille parole.

Al termine della gara, conclusasi per due reti a zero grazie alla segnatura di Karl Sesta, le squadre si dispongono in fila a centrocampo per omaggiare le autorità tedesche con il consueto saluto nazista. Ma il braccio di Sindelar rimase lungo il corpo e, insieme a Sesta, fu l’unico a non fare quel macabro gesto. Quel 3 aprile 1938 fu l’ultima gara di Matthias con la nazionale e, da quel giorno, rifiutò per sempre di vestire la maglia del Terzo Reich.

Il 23 Gennaio 1939, viene trovato senza vita nel suo appartamento. Era in compagnia della fidanzata italiana Camilla Castagnola, ebrea di Milano. Entrambi morti per soffocamento da esalazioni di monossido di carbonio, fuoriuscito da una stufa difettosa. Le cause della sua scomparsa non sono ancora del tutto chiare. Si parlava di suicidio. O di fatalità. C’è chi addossa anche la colpa alla Gestapo, rea di aver materialmente ucciso Sindelar per l’origine ebraica della sua famiglia (supposizione non confermata in quanto i genitori erano cattolici) e per essersi rifiutato di giocare con la Germania così come non aver aderito al Partito Nazista. La tesi dell’omicidio non trova riscontri certi ma sicura è stata la rapidità con cui sono stati fatti seppellire i cadaveri dei due.

La verità non verrà mai svelata. Di sicuro il gesto di Sindelar rimase impresso nella memoria austriaca e non solo: lo scrittore nazionale Torberg gli dedicò una poesia e l’italiano Nello Governato un romanzo biografico (La partita dell’addio.Matthias Sindelar, il campione che non si piegò a Hitler, collana Omnibus, Arnoldo Mondadori Editore).

Un calciatore, un patriota, un uomo libero che non si nascose dietro l’ignavia ma che, con i mezzi a disposizione, un pallone da calcio, dimostrò ad Hitler e al mondo intero il suo disprezzo per l’avanzata quasi indisturbata del germe nazista.

Comments

comments

2 Commenti

2 Comments

  1. Pingback: Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo | Io Gioco Pulito

  2. Mauro

    gennaio 28, 2016 at 2:49 am

    Non sono cambiati : 70 anni fa usavano i panzer, oggi usano le banche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

Published

on

Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

Published

on

La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending