Ma dunque Zorro è un samurai? È la domanda che ci si pone davanti la storia di Matteo Betti, atleta di punta dell’Italia della scherma in carrozzina che parteciperà alle prossime Paralimpiadi di Rio de Janeiro (7-18 settembre 2016).

Classe 1985, originario di Siena e membro delle “Fiamme Azzurre”, nell’ultimo triennio Betti ha dovuto affrontare ostacoli ben più proibitivi delle semplici avversità sportive al punto da sembrare, più che uno spadista o un fiorettista, un antico guerriero giapponese chiamato a misurarsi con sfide all’apparenza improbe.

A causa di un regolamento del CIP (Comitato Paralimpico Italiano) dai principi assurdi, che estromette un atleta dai benefici economici previsti non appena fallisce una gara internazionale, Betti dopo l’ottavo posto ai Mondiali di Budapest del luglio 2013 è stato costretto ad autofinanziarsi gare e allenamenti. Spese alla lunga insostenibili, che ne avrebbero pregiudicato la partecipazione a Rio 2016 se non fosse intervenuto il Comune della città del Palio che, assieme alla sezione locale dell’UISP, ha attivato una sottoscrizione popolare alla quale la cittadinanza e altri enti non hanno fatto mancare il loro sostegno, assicurando al giovane schermidore la possibilità di prepararsi al meglio per la nuova avventura paralimpica. Dove la conquista di una medaglia, indipendentemente dal metallo, sarebbe il top perché gli permetterebbe di poter nuovamente beneficiare di quel sussidio finanziario indispensabile per continuare a praticare uno sport che, per lui, è un’autentica passione fin dalle prime stoccate. «Ho un fioretto in mano da quando avevo cinque anni, per me è difficile anche solo immaginare una mia vita senza scherma e sono grato alla mia città e a tutti quelli che, in questo periodo, mi stanno aiutando a prepararmi per Rio de Janeiro» racconta poco prima di ritornare sulla pedana dell’US Pisascherma (dove si allena dal 2014 alternandosi con l’altro polo schermistico cittadino, il “Club Scherma Pisa – Antonio Di Ciolo”) per la sessione del pomeriggio.

La preparazione in questi giorni è più intensa, il Brasile si avvicina e non è stato facile qualificarsi. E non solo per i già citati problemi economici. «La qualificazione è stata sofferta (Betti l’ha ottenuta agli Europei di Casale Monferrato lo scorso maggio, ndg) perché, rispetto a Londra, è ulteriormente diminuito il numero dei partecipanti: da 15 siamo scesi a 12, meno della metà di Pechino (25). E poi perché nell’ultimo quadriennio è cambiata anche la gestione del tempo tra allenamenti ed esigenze personali, visto che mi sono sposato e ho una famiglia».

Davanti le avversità e gli inevitabili cambiamenti della vita, Betti, disabile per un’emiparesi dovuta a un’emorragia cerebrale alla nascita, ha risposto con l’amore per questo sport. «La mia prima polisportiva fu la Mens Sana, facevo piscina e ricordo ancora mamma che mi leggeva gli sport che potevo e non potevo fare – pallacanestro, judo – finché non arrivò alla scherma. Non ne avevo mai sentito parlare, per me era molto più semplicemente “quella con le spade”. Cominciai così e da allora non mi sono mai fermato».

Nel 2005 il passaggio alla scherma in carrozzina e il cambio di mentalità: basta solo divertirsi, ora si punta a vincere. «Me la propose un tecnico di questa specialità, io accettai e cambiai il mio mood: se prima il mio obiettivo poteva essere la qualificazione ai gironi nazionali, da quel momento avrei puntato a traguardi più alti. Vinsi subito i campionati italiani senza alcun tipo di preparazione e da lì fu un crescendo tra Europei, Mondiali e gare di Coppa del Mondo».

Fra tante medaglie (oltre venti), il bronzo nella spada di Londra rimane il più luccicante. «Fu bello perché inaspettato. Puntavo molto sul fioretto, ma forse la troppa pressione giocò un brutto scherzo perché disputai una delle peggiori gare della carriera. Invece con la spada fui più libero di testa e conquistai questa medaglia, che per me rappresenta il miglior risultato di sempre». Almeno per il momento, anche se è innegabile come Rio non sarà una passeggiata perché i rivali, a cominciare dai cinesi favoriti per l’oro, sono quasi tutti professionisti.

Ma Betti, oltre il sostegno della sua città e degli sportivi, potrà contare sulla preparazione tecnica della scuola schermistica italiana, la numero uno al mondo. «I nostri allenatori sono i migliori in circolazione tanto che sono richiesti anche all’estero (la nazionale di fioretto della Russia è diretta da Stefano Cerioni, oro nel fioretto individuale a Seul ’88, ndg). Io posso contare su tecnici straordinari come Simone Vanni per il fioretto e Francesco Martinelli per la spada, che sono stati due grandi atleti, hanno smesso da poco e hanno tanto entusiasmo. In più c’è Fabio Giovannini (ct paralimpico della sciabola), che assicura quell’esperienza altrettanto importante per competere a certi livelli».

Grazie a loro il Pan di Zucchero sarà meno arduo da scalare. L’importante sarà arrivare alle sue pendici al top sia sul piano fisico che mentale perché la scherma è uno sport di testa e di situazione, dove si deve curare tanto la parte tecnica e atletica quanto quella legata alla concentrazione perché il corpo deve stare dietro al cervello. Fondamentale non caricarsi di troppe aspettative, così da evitare di essere schiacciati dallo stress. E Betti lo sa bene. «Vado là per giocarmela. Sono consapevole che, se sono nei dodici, allora ho le carte in regola per fare bene. Conterà farsi trovare pronti al momento giusto».

E come dice il proverbio, “un samurai ha una sola parola”.

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