Strano paese l’Italia. Siamo ai primi posti nel mondo per quanto riguarda le pratiche burocratiche nel settore pubblico e, allo stesso tempo, primeggiamo nell’oltrepassare protocolli e trafile grazie ad amicizie di vecchia data, giri di soldi e scambi di favore. Per non parlare delle regole: così tante, chiuse ed impenetrabili. Ma, di contro, è sotto gli occhi di tutti come politici, grossi nomi e denaro sono in grado di valicarle con un solo schiocco di dita.

Siamo così rigidi nel far rispettare i tempi tecnici e i vari su e giù tra uffici e stanzette, che abbiamo assunto una sorta di atrofia decisionale che porta ad accomodarci sulle infinite scartoffie che annegano il sistema italiano.

E allora questo non si può fare, quest’altro bisogna aspettare e via dicendo. Però, poi, basta una parola giusta e la telefonata di chi di dovere ed è tutto risolto, tutto snello e veloce.

Questo succede nel quotidiano, su tutti i livelli e tutti i settori. Anche nello sport.

Siamo nel campionato di pallavolo di serie B2, in occasione della partita tra Maxitalia Jumboccice Fi e la Pallavolo Orbetello. La squadra grossetana, allenata da Andrea Bartolini, coach dalla carriera trentennale, ha, all’interno del suo organico, il figlio dell’allenatore, Matteo. Il ragazzo, 20 anni, è affetto da sindrome di Down e partecipa attivamente alla vita della compagine toscana ormai da 4 anni. Amato e ben voluto da tutti, Matteo è stato tesserato come dirigente per poter seguire il padre durante le partite direttamente dalla panchina e per riconoscergli un ruolo ufficiale volto a premiare la sua passione e dedizione alla causa.

Ed è questo il problema: i regolamenti in tema di staff durante le giornate di campionato prevedono che i dirigenti accompagnatori che possono sedere in panchina non possono essere due ma, al massimo, uno. La Pallavolo Orbetello ha due dirigenti, di cui uno, per l’appunto, è Matteo Bartolini. Quest’ultimo per i motivi di cui sopra, viene fatto allontanare dal campo per prendere posto nella tribuna.

Per questo, il padre, al termine della gara persa per 3 set a 0, va a chiedere spiegazioni, forse in modo troppo acceso, agli arbitri in merito alla scelta di allontanare dal campo il figlio. La risposta dei giudici di gara rispecchia in pieno il preambolo fatto in capo all’articolo. Bisogna seguire il regolamento. E il regolamento dice questo. Tutto giusto, per carità. Nessuno sta puntando il dito, immaginando un comportamento razzista e discriminatorio. Le regole vanno rispettate e gli arbitri, nei fatti, hanno eseguito ciò che la legge indicava alla lettera. Il risultato: squalifica di una giornata per Andrea Bartolini per proteste e, per le prossime gare, l’impossibilità per Matteo di sedere accanto alla sua squadra.

Quello che ne scaturisce è un terremoto mediatico che rimbalza su tutti i giornali e programmi televisivi, evidenziando come ci fosse stato un comportamento irrispettoso da parte degli arbitri nel vietare l’accesso al campo ad un ragazzo disabile. Ma questo è lo sbaglio: chi ha avuto modo di stare in contatto con ragazzi down, sa benissimo che l’ultima cosa che desiderano è quella di essere trattati come persone diverse, che devono avere un trattamento di favore. Le persone Down vogliono solo integrarsi a pieno in una società che li guarda come esseri da compatire. Non è un caso, infatti, che Matteo, al momento dell’allontanamento, non abbia fatto un fiato e si sia seduto tranquillamente in tribuna.

E allora il giudizio degli arbitri non è stato sbagliato per via di un’insensibilità verso la natura di Matteo, come ci  vogliono raccontare in questi giorni, ma è stato l’ennesimo caso in cui, trattandosi di un problema poco rilevante, si è voluto prendere il regolamento in mano e seguirlo punto per punto. Come se una persona in più all’interno di una panchina, potesse inficiare il risultato e il normale svolgimento della gara. Vale per lui, come dovrebbe valere per chiunque altro.

E allora torniamo all’inizio: le leggi e le regole sono tante, troppe. Ed ineludibili dalla gente normale. Dai potenti, invece, tutt’altro. Infatti, puntuale come un orologio, è arrivato l’intervento del Coni. Nella persona di Carlo Magri, Presidente Federale, che, con l’appoggio del Presidente Giovanni Malagò, dopo aver sottolineato che la decisione non aveva nulla a che fare con la discriminazione (e ci mancherebbe), ha invitato Matteo e il papà Andrea ad assistere ad una partita della nazionale femminile di Volley direttamente dalla panchina e di trascorrere una giornata assieme alle ragazze della Pallavolo. Per di più, in accordo con la Federvolley, verranno prese in considerazione delle soluzioni per concedere delle deroghe straordinarie in modo da far partecipare Matteo alle partite direttamente dalla panchina.

Il che, in poche parole, significa modificare l’inflessibilità della regola odierna. Allora la domanda sorge spontanea: ci voleva Malagò per rendere più flessibile una norma? O, forse, bastava essere semplicemente abbastanza accorti da poter prendere una decisione in autonomia dalla legge, evitando così polveroni mediatici e mancanza di buon senso?

Ancora una volta, anche nelle cose più semplici e scontate, l’Italia ci ha ricordato che viviamo in un Paese fatto di paradossi e poca attitudine alla responsabilità. L’ennesima figuraccia rimediata per seguire alla lettera leggi insensate, in un luogo dove, invece, non si rispettano quelle più importanti.

Ma cosa sarebbe successo se Andrea Bartolini non avesse esternato il tutto sui maggiori social network? E cosa, se la notizia non fosse divenuta di dominio pubblico? Poveri noi.

FOTO: www.vivigrossetosport.it

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