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Storie dell'altro mondo

Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Lorenzo Martini

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Marion Bartoli is back. Non è una bufala, ma la pura verità: la tennista transalpina, vincitrice a Wimbledon nel 2013, tornerà a giocare nel circuito femminile. Ad annunciarlo è stata la Bartoli stessa, in un videomessaggio pubblicato su Twitter poco prima di Natale, nel quale ha dichiarato che ritornerà in campo a marzo, al Miami Open.

In un’ intervista la francese ha poi spiegato gli obiettivi della sua seconda carriera: la conquista di un secondo Slam, la vittoria in Fed Cup con la sua Francia e la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che dire, un piano niente male.

Le incertezze sul suo futuro sono quindi venute meno. Infatti in questi mesi si erano susseguite le voci su un possibile ritorno della campionessa transalpina, tutte però prontamente smentite. I dubbi però restavano, vista la diffusione di diverse foto che la ritraevano in piena sessione di allenamento presso una struttura della Federazione Francese. E alla fine le delucidazioni non si sono fatte attendere.

 Un percorso strano quello di Marion Bartoli. Abituata fin da piccolina a convivere con l’ingombrante figura del padre-medico-coach, si era sempre distinta nel circuito per il suo modo di giocare. Quel dritto bimane così insolito – ripreso da Monica Seles – che il padre le aveva inculcato , quel modus operandi in allenamento così sui generis, anche quella opera paterna, e quel fisico così robusto e mascolino. E poi quell’atteggiamento in campo, sempre a metà tra il nevrotico e il provocatorio. Di certo non una tennista che si faceva amare, né dagli spettatori né tantomeno dalle colleghe.

Poi però, nel 2013, era arrivato il coronamento di un sogno: l’incredibile exploit ai Championships, con il conseguente ritiro. Dopo anni di sacrifici e di pressioni mediatiche, Marion aveva detto basta. Del resto se ne andava da detentrice del titolo del torneo più famoso al mondo, con altri sette titoli all’attivo e un best ranking di numero 7 al mondo. Come dire, “il mio l’ho fatto”.



 E da lì si era costruita una seconda vita, fondando una nuova linea di moda e gioielli e vestendo i panni di telecronista sportiva. Però a 3 anni dal ritiro era tornata alla ribalta per un motivo tutt’altro che piacevole: lei, da sempre in carne e robusta, ora si presentava alla telecamere con trenta chili in meno, magrissima, quasi spettrale. Qualcosa non andava. E infatti, nel giugno 2016 si presentò al torneo delle leggende a Wimbledon in uno stato talmente macilento che lo staff medico gli impedì di giocare il secondo set in un match. Si temeva addirittura per un arresto cardiaco in campo.

 Da lì poi arrivò la triste verità. Fu la Bartoli stessa a dichiarare che era stata colpita da un raro virus che indeboliva gravemente il suo organismo, per poi venir ricoverata d’urgenza in una clinica in Italia. Ma per fortuna, dopo qualche mese la situazione si ristabilì e Marion comparve nuovamente in pubblico, stavolta in carne come prima ma in piena salute. E soprattutto, sprizzava gioia di vivere da tutti i pori, al punto da decidere di prendere parte nell’autunno dello stesso anno alla maratona di New York.

Ma il periodo buio appena vissuto aveva acceso una lampadina nel suo subconscio.  L’aver calcato per l’ultima volta la soffice erba londinese in quel modo, con l’abbandono per motivi di salute, proprio non le andava giù. E così, piano piano, in lei si annida quell’idea, tanto pazza quanto geniale: perché non tornare a competere?

 E ora, ad oltre un anno di distanza, eccola qui sorridente, mentre annuncia il suo ritorno sulla scena. Grintosa, motivata, ma anche un pizzico spensierata. Stavolta a seguirla come coach non ci sarà il padre, con cui però mantiene sempre un ottimo rapporto e dal quale si aspetta comunque un solido supporto emotivo. Gli interrogativi non possono mancare: la sua sarà stata la scelta giusta? Sarà competitiva come 5 anni fa? Difficile dirlo. Solo il tempo ci darà le risposte. Ma vederla comunque così ilare e desiderosa di gareggiare non può che far piacere.

 

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Pugilato

La vera storia di Jack Johnson: un perdono lungo 100 anni

Francesco Gallo

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L’imperdonabile nero

«I am considering a Full Pardon!». Così ha twittato sabato 21 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Contattato da Sylvester Stallone (che vestirà per l’ottava volta i panni di Rocky Balboa nel sequel Creed 2), Trump su Twitter ha scritto di aver ascoltato la «complessa» e «controversa» storia del pugile Jack Johnson e di voler quindi prendere «in considerazione» la possibilità di poterlo perdonare. Già dai tempi del repubblicano John McCain, molti politici americani stanno chiedendo a gran voce l’ufficiale riabilitazione della figura di Jack Johnson, il pugile vittima di pregiudizi razziali — prima di Joe Louis e Muhammad Ali — e per «aggiustare il torto» subìto dal primo campione nero dei pesi massimi. Ma né Bush, né tantomeno Obama, in maniera forse ancora più incredibile, hanno mai risposto a questo accorato appello. Ma cosa ha combinato di tanto grave Jack Johnson tanto da aver scomodato addirittura tre presidenti al fine di ricevere un postumo perdono?

Il gigante di Galveston

Nato nel 1878 a Galveston, in Texas, da una famiglia di ex schiavi affrancati, il piccolo John Arthur Johnson — che tutti però avrebbero cominciato a chiamare in maniera più familiare «Jack» — dotato di una grande robustezza fisica, sin dall’adolescenza cercava il naturale sfogo di una così prorompente fisicità in diversi sport: dalle corse in bicicletta a quelle in sella ai purosangue. Scappato da casa e rifugiatosi a Boston, trovò lavoro come inserviente nelle stalle dei cavalli nelle scuderie di un ippodromo dove, un giorno, scalciato brutalmente da uno di essi, si ruppe il femore sinistro. Una lunga cicatrice che dalla coscia gli arrivava al ginocchio gli sarebbe restata come ricordo per tutta la vita. Per questa ragione, abbandonata l’idea di domare puledri, decise di darsi al pugilato e si ritrovò a tu per tu con i primi avversari a bordo di un ring nei campionati di boxe per soli neri.

Jack si fece notare dal pubblico delle itineranti fiere del Massachusetts, nel corso di alcune esibizioni in cui riusciva a sbarazzarsi in pochi minuti di tutti i coraggiosi pretendenti che avevano avuto il fegato di battersi con un muscoloso colosso di un metro e novanta. Tuttavia, la segregazione razziale nel Sud e l’inaccessibile mondo del pugilato per soli bianchi, cominciarono a far emergere in lui una sorta di complesso di inferiorità del nero da cui non sarebbe mai più riuscito a guarire. Un’inibizione psicologica alienante che, c’è da capirlo, feriva nella profondità dell’animo.

Tuttavia, la sua carriera pugilistica cambiò un minuto dopo l’incontro con  Joe Choynski, soprannominato «il Terrore della California». I due in quel freddo febbraio del 1901 finirono dentro per «turbativa dell’ordine pubblico», poiché in Texas all’epoca erano ammesse le esibizioni ma non gli incontri professionistici. Ma proprio durante quel periodo di reclusione, Jack ebbe modo di imparare l’arte della boxe direttamente dal suo avversario — uno dei grandi pionieri della boxe, autentico fuoriclasse e appassionato lettore dei classici della letteratura. Benché Jack sul ring risultasse una forza della natura, era però privo dei fondamentali tecnici e per questo quando combatteva appariva spesso confuso e arruffone. Choynski fu quindi l’allenatore che lo istruì avviandolo verso la futura gloria e, dopo quattro anni, a battersi addirittura per il titolo mondiale.

Campione del mondo!

Nel frattempo Marvin Hart aveva perso il trono di campione contro il franco-canadese Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso. Burns era considerato un abile picchiatore, e spesso vinceva i suoi incontri ancor prima che suonasse la campana del terzo round. Ciò nonostante, Jack Johnson era convinto di poterlo battere e per questo lanciò pubblicamente più sfide per contendergli il titolo. Dopo una serie di rifiuti, finalmente, il 26 dicembre del 1908, in Australia, Jack poté affrontare Tommy Burns.

Era la prima volta che un campionato del mondo dei pesi massimi si sarebbe disputato in Australia — gli Stati Uniti non avrebbero mai ospitato un match valido per il titolo con un “negro” a contenderselo — e l’incontro si sarebbe disputato in una grande arena capace di ospitare più di quindicimila persone, fatta costruire appositamente per l’occasione dal promoter di origini scozzesi Hugh D. McIntosh. D’altronde l’iniziativa nella famiglia McIntosh non era mai mancata. Il nonno, circa cento anni prima, in uno dei suoi terreni agricoli, aveva scoperto una nuova qualità di mela molto succosa e dal colore rosso. Decise così di dare il suo nome a quel particolare frutto, ma in quel momento non poteva immaginare che duecento anni dopo il suo nome e la sua mela (morsicata) avrebbero fatto bella mostra sui portatili e sugli smartphone di milioni di persone in tutto il mondo.

L’incontro ebbe un inizio impetuoso e Jack Johnson prese subito possesso dell’intero ring. Non solo era fisicamente superiore all’avversario, ma dal secondo round in poi cominciò a sovrastarlo anche psicologicamente provocandolo con frasi del tipo: «Che cosa ti fa paura, Tommy?» oppure «sei già stanco, campione?». E mantenne un sorrisetto beffardo per quasi tutto la durata del match, frastornando l’impreparato Burns.

Il campione canadese stava cedendo, ora, anche fisicamente e toccò varie volte il tappeto con la schiena. Il pubblico era in visibilio e oramai incontenibile, così la polizia decise di intervenire al quattordicesimo round dopo che Burns era ruzzolato ancora una volta a terra gambe all’aria. L’arbitro non poté far altro che alzare il braccio di Jack dichiarandolo campione del mondo dei pesi massimi.

La speranza bianca

Cominciò così la grande epoca di Jack Johnson. Ma quando in America arrivò la notizia che Johnson aveva stravinto, l’unica parola che riecheggiò sui giornali fu: «inaccettabile». Un quotidiano di San Francisco titolò: «La vittoria del negro è peggio del terremoto di due anni fa!». Un nero non poteva essere il campione del mondo dei massimi e rappresentare, di conseguenza, tutti gli Stati Uniti. La pensava così anche Jack London, uno dei più famosi scrittori dell’epoca che, di tanto in tanto, amava assistere agli incontri di boxe per poi scrivere sui giornali appassionanti resoconti. Su un articolo per il New York Herald scrisse testualmente: «Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro. L’uomo bianco deve essere salvato».

Ma Jack, al massimo della forma, era davvero un campione senza sfidanti davvero in grado di tenergli testa. Inoltre, la sua pittoresca carriera fu contraddistinta non solo da schiaccianti vittorie ma anche da alcuni insistenti e ostentati atteggiamenti eccentrici in grado di far infuriare i «poor whites», i bianchi benpensanti e conservatori. Jack Johnson si proclamava a gran voce il più forte di tutti, mantenne sempre un atteggiamento provocatorio, indossava pelli di animali, grossi cappelli a cilindro e, da grande appassionato di automobili e dell’alta velocità (sarebbe morto più tardi in un incidente stradale), lo si vedeva spesso sfrecciare in maniera sprezzante sulle highway del Texas con la sua nuova Ford. Una volta venne fermato dalla polizia. Gli agenti, non appena videro che alla guida c’era Jack Johnson, tentarono di approfittarne per avvalersi di una postuma rivalsa, e gli affibbiarono una contravvenzione di cinquanta dollari. Il campione, però, dopo aver firmato il verbale, esibì una banconota da cento e aggiunse: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di così, perché perdere tempo dopo?».

La vittoria di Johnson per il mondo dei bianchi stava diventando sempre più una vera e propria iattura. E il diffuso motto categorico in quei giorni divenne: «bisogna farla finita». Sì, ma come? Dopo alcune proposte della stampa sportiva, il nome più caldeggiato che rimbalzava un po’ ovunque fu quello dell’ex campione James J. Jeffries. «The Boilermaker» dopo una breve carriera si era ritirato a vita privata, e nel 1905 aveva lasciato ad altri il titolo conquistato sei anni prima. La sua rentrée era invocata a gran voce dall’intera America bianca, umiliata «da quell’imbecille di negro». Alcuni americani credevano in lui — la speranza bianca — più di quanto egli credesse in se stesso. In ogni caso, alla fine, il richiamo del ring fece presa su Jim che accettò finalmente di battersi con Jack Johnson con l’obiettivo di dimostrare «che un uomo bianco è superiore a un uomo nero».


Il match del secolo

La scelta della sede dell’incontro cadde su Reno, una cittadina nel deserto del Nevada di trentacinquemila abitanti, dove c’era stato bisogno di costruire in tutta fretta un’arena capace di contenere oltre ventimila spettatori: si trattava pur sempre del match del secolo. La polizia, allora, temendo il peggio, per la prima volta nella storia della boxe, obbligò gli spettatori a deporre pistole e fucili nel guardaroba. L’atmosfera era elettrica e oltretutto il pubblico accolse il campione nero con il famoso canto popolare: «All coons look alike to me», tutti i procioni sembrano uguali. Una canzone piena di stereotipi sugli afroamericani, dove «procione», coon, era considerato all’epoca uno dei peggiori epiteti che un bianco potesse riservare a un nero. Il ritornello fu accolto da un fragoroso applauso da parte del pubblico che pregustava la carneficina.

Ma il match, però, fu per Jeffries un’esecuzione. Al terzo round, stava sanguinando già abbondantemente e Johnson lo incalzava come aveva fatto due anni prima con Burns: «È già stanco, signor Jeffries? Ma se non abbiamo ancora cominciato». A quel punto, un colpo di pistola risuonò nello stadio. Uno spettatore, che era riuscito a conservare la sua arma, aveva sparato a Johnson, ma la pallottola era andata a vuoto perché un altro spettatore aveva fatto in tempo ad alzare la canna della pistola. Anziché innervosirsi, Johnson si fece sempre più preciso, ironico e astioso a tal punto che Jeffries, con il labbro spaccato, provò a urlargli: «ti ucciderò!». Molti spettatori, quelli più vicini al ring, tra cui Jack London, si accorsero che Johnson si stava divertendo a tirare il match per le lunghe. Colpiva e scherniva l’avversario. In qualche momento dell’incontro, addirittura, addizionò una sorta di commento: «ed ecco che arriva un destro, guarda!» e poi bang, un montante sull’occhio ormai completamente tumefatto di Jeffries.

Poi decise di concludere l’incontro spedendo l’avversario fuori dal ring attraverso le corde. In quel frangente, Jeffries, avrebbe pronunciato le ultime parole di resa: «Jack, non colpire più». Era la fine. All’arbitro non rimase altro che proclamare la vittoria del campione in carica.

L’America bianca da quell’incontro ne uscì irrimediabilmente umiliata. Ma soprattutto spaventata a morte: Johnson privò i bianchi del loro senso di immortalità, della loro certezza di vivere in un posto privilegiato nel mondo. Sostenere, però, che la vittoria di Johnson rappresentava la vittoria del popolo nero sarebbe eccessivo, sebbene un certo naturale orgoglio, o comunque un seme di speranza di poter un giorno porsi allo stesso livello sociale dei bianchi, cominciò gradualmente a lievitare nelle coscienze di molti afroamericani. Stanchi di essere continuamente vessati e finalmente liberi di godere di questa grande vittoria, per le strade di molte città qualcuno di loro cominciò a cantare: «The white man pulled the trigger, but the world champions still a nigger», «l’uomo bianco ha premuto il grilletto, ma il campione del mondo è comunque un nero». In oltre cinquanta città, però, la musica aveva lasciato il posto alla violenza e gli agenti di polizia dovettero interrompere decine di tentativi di linciaggio. Durante i disordini, le cronache dell’epoca registrarono comunque la morte di ventitré afroamericani e un centinaio di feriti.

La legge Mann

Ciò nonostante, sentendosi oramai intoccabile, «il gigante di Galveston» continuò a incattivire l’America bianca con le sue rodomontate. Acquistata una grande villa in un quartiere residenziale, se ne andava in giro per quelle eleganti strade, atteggiandosi con la nuova Ford Modello T. Ma ciò che più di tutto i bianchi non riuscirono mai a perdonare a Johnson fu quando infranse l’ultimo tabù sposando una donna bianca: Etta Terry Duryea. La loro relazione fu alquanto burrascosa. Lei non poteva mettere piede in un bar senza che qualcuno la etichettasse con i peggiori soprannomi possibili, e così, un giorno, non essendo più capace di reggere alle pressioni feroci che quasi quotidianamente doveva sopportare, si suicidò. Johnson non si fece fermare nemmeno da questo tragico evento, e tempo dopo divenne anche l’amante di Lupe Velez, diva messicana del cinema muto, che tra i suoi amanti poté vantare anche Gary Cooper e Johnny Weissmuller, con cui convolò a nozze.  Morta anche lei suicida (ma per cause non imputabili al pugile), a Jack non rimase che accompagnarsi alle più famose cantanti di cabaret dell’epoca, per continuare a ridicolizzare indirettamente la sessualità e la forza dell’uomo bianco.

A quel punto l’America bianca decise che Johnson doveva sparire. Per farlo, questa volta, non si cercò un pugile in grado di poterlo battere, ma una nuova norma legislativa. E la si trovò. La legge Mann del 1910 proibiva il trasporto di una donna per motivi «di libidine» da uno Stato all’altro. In questo modo, Jack venne accusato e processato per aver fornito un biglietto ferroviario a una delle sue tante donne per farla spostare da una città all’altra.

Era la sua fine civile. Quella pugilistica, invece, arrivò il 5 aprile 1915 quando Jack Johnson su un ring cubano si ritrovò ad incrociare i guantoni con Jesse Willard, un colosso di due metri che pesava più di cento chili. Jack fu presto sopraffatto dalla fatica e i suoi colpi si fecero sempre più lenti. Al ventiseiesimo round accadde, dunque, l’irreparabile: cadde nuovamente a terra e non si rialzò. Jesse Willard venne così proclamato il nuovo campione del mondo e per vedere nuovamente un nero indossare quella cintura ci sarebbe voluto il 1937 e un certo Joe Louis.     

Tributo a Jack Johnson

Johnson, ridotto in miseria, abbandonò la boxe dalla scala di servizio alla veneranda età di quarantotto anni. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente stradale. Quel giorno, una volta di troppo, aveva corso troppo veloce. A distanza di oltre un secolo dalla sua vittoria, nessuno può negare il rilevante impatto che ha avuto nella storia degli Stati Uniti. Talmente grande che, come abbiamo visto, ancora oggi è sulla bocca dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Ma come spesso accade, dove non arriva la politica supplisce l’arte. Dalla poesia al cinema, passando per la musica, gli elogi a Jack Johnson nel corso dei decenni sono stati numerosi. Vale la pena ricordare il film parzialmente ispirato alla sua vita dal titolo Per salire più in basso (The Great White Hope, Martin Ritt, 1970), nonché i pregevoli soffi di Miles Davis contenuti nell’album del 1971 A Tribute to Jack Johnson. Proprio questo disco ha recentemente accompagnato, come colonna sonora, il bel documentario di Ken Burns Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson.

Basato sull’omonimo libro del 2004 di Geoffrey C. Ward, il documentario si conclude con queste profetiche parole: «Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso io sono nero. E non permetterò mai che lo dimentichino!».

Francesco Gallo

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Calcio

Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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Altri Sport

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

Francesco Cavallini

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Avrebbe compiuto oggi 52 anni Andrej Kuznecov, una stella della pallavolo sovietica che giocò anche in Italia. E come le fiamme più luminose è bruciata troppo in fretta. Vi raccontiamo la sua storia.

È una notte come tante sull’autostrada A14. E come tante altre volte, il silenzio è rotto dal rumore di uno schianto. Arrivano i soccorsi, dai rottami di una Fiat Tempra vengono estratti una donna e due bambini. Ma per il guidatore è troppo tardi; in un attimo, la pallavolo mondiale perde un simbolo. Tra il 30 e il 31 dicembre 1994 muore, ad appena ventotto anni, Andrej Kuznecov. Si spegne la Stella Rossa. Nasce cittadino sovietico nel 1966. nel piccolo villaggio di Uzyn, base dell’aeronautica nel cuore dell’Ucraina, Dopo qualche anno, papà Ivan decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Poltava. Proprio da quelle parti, qualche secolo prima, lo zar Pietro il Grande aveva sconfitto i Karoliner svedesi. È per questo che in russo la frase “essere come uno svedese a Poltava” significa ritrovarsi completamente indifesi. Ma Andrej indifeso non è, lo si capisce sin dall’infanzia. Cresce a vista d’occhio e a dismisura, fino ad arrivare a guardare tutta la famiglia dall’alto del suo metro e novantacinque. E se il primo amore, la fisarmonica, non si scorda mai, è il secondo, la pallavolo, quello che dura in eterno. Il ragazzo ci sa fare e a sedici anni entra nel mondo dei professionisti. Vola a Odincovo, a neanche venti chilometri da Mosca, per indossare la maglia dell’Iskra. Ma tra il verde e le dacie è solo di passaggio, il suo talento è troppo cristallino. Tempo due anni e arriva la chiamata con la C maiuscola. Il figlio del maggiore in pensione entra a far parte del glorioso club sportivo dell’esercito, della squadra più titolata d’Europa, dell’armata invincibile in maglia rossa e blu. Andrej Kuznecov è un giocatore del CSKA Mosca. Brillare in un sestetto fatto di stelle non è cosa semplice, ma il numero 2 è un predestinato. Sei campionati sovietici, cinque Coppe dei Campioni, due ori europei. Basterebbe il palmares a descrivere la grandezza dell’atleta. Un pallavolista completo, uno schiacciatore che riceve meglio di un libero, in un’epoca in cui il libero ancora non esiste. Un vero uomo squadra, che negli anni accumula esperienza internazionale da vendere e che è capace di trascinare i compagni con il proprio esempio.

Incurante dei rischi e del dolore, per tutta la sua carriera Kuznecov non indosserà mai le ginocchiere, restando fedele alle fasciature e a una pallavolo che sta via via scomparendo, sotto i colpi di modifiche regolamentari sempre più invasive. Assieme al vecchio volley, scompare, non senza colpi di coda, anche l’Unione Sovietica. All’Europeo 1991 in Germania arriva una squadra scossa dal tentato golpe di agosto, lacerata come l’URSS dai nazionalismi interni. Eppure il gioco non ne risente, il girone A viene dominato dal primo all’ultimo match; solo la Svezia, memore di Poltava, riesce ad opporsi e a strappare un set all’Armata Rossa. La semifinale contro i Paesi Bassi è una passeggiata. La sfida vera si gioca il 15 settembre a Berlino. Di fronte ai sovietici si para un ostacolo non da poco, dall’altra parte della rete c’è l’Italia campione in carica. In campo c’è la Generazione di Fenomeni, Zorzi e Bernardi, Lucchetta e Gardini. In panchina siede Julio Velasco, il mago di La Plata. Ma l’URSS non è da meno. Le maglie, eccezionalmente blu, hanno nomi importanti. Ci sono Shatunov, Sapega, Fomin. E c’è Kuznecov. Tanto Kuznecov. In attacco, in difesa, persino da alzatore improvvisato. Nel primo set l’Italia sembra prendere il largo, 10-7, tre punti che in regime di cambio palla sono un’eternità. Eppure il numero 2 sembra tarantolato, si getta su ogni schiacciata, recupera palloni ormai persi, regalando ai compagni contrattacchi insperati e fondamentali. Se i ragazzi di Velasco perdono il set subendo un parziale di 8-1, molto del merito è di Andrej, che come premio riceve un colpo sul viso da un compagno durante un maldestro tentativo di salvataggio sincronizzato.

Ma l’adrenalina ha la meglio sul dolore. C’è una finale da vincere. Il secondo set passa alla storia come “la battaglia di Berlino”. È una lotta senza quartiere, colpo su colpo, una successione infinita di cambi palla intervallati da qualche sporadico punto. Diventa quasi una partita a scacchi, in cui ogni contrattacco rischia di far pendere la partita dall’una o dall’altra parte. Paolino Tofoli alza, cerca Cantagalli, Zorzi, Lucchetta. E tutti trovano Kuznecov. Sempre. A muro, in ricezione, lanciato verso la linea di fondo. Sembra di rivedere un match tra McEnroe e Borg, con il ragazzo di Uzyn nei panni del campione svedese. Gli azzurri, che quel giorno sono bianchi, tirano qualsiasi cosa al di là della rete. Ma non basta. 17-15. Il tricolore viene mestamente ammainato. Il terzo set è una pura formalità. La coppa torna a Mosca per la dodicesima volta. Chi a Mosca non ci torna è Andrej. La situazione in patria è troppo incerta. Molti dei freschi campioni d’Europa preferiscono approfittare dell’apertura delle frontiere e cercano ingaggi in Occidente. Il nostro paese è la terra promessa, la Serie A1 è il campionato più bello e più competitivo del mondo. Sapega si accasa a Padova e anche Kuznecov sceglie l’Italia. Ci sarebbe Ravenna, dove con Kiraly e Timmons metterebbe su un vero e proprio Dream Team. Ci sarebbe Treviso, dove con Lollo Bernardi formerebbe una coppia leggendaria. A Milano ci sarebbero i milioni della Fininvest. E invece Kuznecov sceglie Roma. La Lazio Volley milita in serie A2, ma è una società ambiziosa e per iniziare la sua scalata ingaggia lo schiacciatore sovietico.

Quelle nella capitale sono due stagioni intense, costellate dalla gioia della promozione e dall’amarezza della retrocessione. In A1 arriva anche l’ex compagno di squadra Olikhver, ma il duo venuto dal freddo non riesce a evitare ai capitolini il ritorno nella serie inferiore. Il divorzio con la Lazio, che nel frattempo non si iscrive neanche alla serie A2, è traumatico, con tanto di causa miliardaria. A quel punto Andrej si mette di nuovo in gioco, accettando l’offerta di Gioia del Colle, altra società cadetta. E anche in questo caso, il valore di Kuznecov trascina una formazione fino a quel punto sconosciuta nel paradiso della pallavolo. A Gioia Andrej diventa uno di casa, l’idolo di grandi e piccini. Lui, sommerso da questo affetto, ricambia e si lascia felicemente “adottare” dalla cittadina pugliese, al punto che anche quando si trasferisce a Ferrara per guidare la Les Copains verso la Serie A1, torna spesso e volentieri verso quella che ormai considera casa sua. E sta tornando verso casa anche quella notte, quando la sua auto si schianta sul guardrail, lasciando illesi Lioudmila, Eugenia e Andrea, ma portandosi via la luminosa stella di Andrej.

Se ne va un pallavolista sublime, un universale, capace di rivestire qualsiasi ruolo senza perdere in efficacia. Eppure la perdita maggiore è quella dal lato umano. Un Campione con la C maiuscola, di volley ma anche di umiltà. Le medaglie, i trofei, la fascia di capitano della Russia non contano, Andrej è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, fedele ad un’etica del lavoro che gli è stata insegnata negli anni dell’adolescenza e che non lo abbandonerà mai. Quel che resta negli occhi di tutti è l’eccezionale coraggio dell’uomo e dell’atleta, capace di lanciarsi in salvataggi impossibili senza la paura che solitamente limita l’essere umano. E resta la piccola e forse insignificante storia di un giovane raccattapalle, che durante una partita, davanti all’ennesimo tuffo di Andrej, sgrana gli occhi e guarda preoccupato quelle ginocchia. Graffiate, rosse, indifese, proprio come uno svedese a Poltava. Kuznecov incrocia il suo sguardo e capisce. Si indica il capo, poi le ginocchia. “Dolore è qui, non qui”. Sorride. “Se qui non fa male, lì non fa male”. Quel che Andrej non può spiegargli è che quel discorso può valere per le ginocchia, per un braccio o per la schiena. Non quando il dolore ti stringe forte il cuore. Perché quel giovane raccattapalle è qui a raccontarvelo. E vi assicura che, in casi come questo, quel che dice la testa conta molto poco. Anche dopo ventidue anni, il cuore fa ancora male. Tanto tanto male.

 

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