Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

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