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Marco Van Basten: l’eterno volo del Cigno

Francesco Cavallini

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Oggi raccontiamo una fiaba. Che essendo una fiaba, e non una favola, forse un lieto fine non ce l’ha. Le fiabe stanno lì per farci immedesimare nei personaggi, per farci capire com’è che va la vita, per farci la morale. Per dimostrare che non è come dicono le favole, che non vivono sempre tutti felici e contenti, che l’esistenza è fatta di gioia ma anche di dolore.

Già, il dolore, l’eterno compagno. A volte un semplice fastidio, altre una sensazione lancinante, che non ti permette neanche di poggiare i piedi a terra. E per te, che con i piedi ci lavori, ci vivi e ci dipingi calcio, non può essere un problema come un altro. E allora ti fermi, una, due, tre, quattro volte, mesi che sommati fanno anni, giorni che nessuno ridarà mai a te e al calcio. È un punto delicato la caviglia, anche per chi come te è leggiadro, leggero, che quando hai il pallone tra i piedi sembri danzare più che correre. Il tuo fisico dinoccolato trae tutti in inganno, dovresti essere sgraziato come un anatroccolo ed invece sei bello e coordinato come un cigno. Ma il cigno è animale fragile e le cui ali a volte si spezzano. Eppure lotta, non si limita a sopravvivere, ma si staglia nel cielo prima di gettarsi in picchiata e, tra una giravolta e l’altra, dare un’occhiata al mondo mentre lui, lì in alto, vola.

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Vola, come quella palla che arriva sul tuo piede quasi senza pretese, in un pomeriggio di giugno di tanti anni fa. Carina Monaco di Baviera, ma non ci vivrei. Questo probabilmente pensi, tu che sei olandese e che come tanti connazionali della Germania non puoi avere una buona opinione, storica o calcistica che sia. Il sogno di quando eri bambino si era infranto lì, in quello stadio. Un sogno nato in un minuto e mezzo e terminato in novanta. Eppure tu, come tutti i tuoi coetanei, te la ricordi quella sequela di passaggi, che aveva portato al rigore dell’uno a zero. La sai a memoria, come le filastrocche che si cantano ai bambini per farli addormentare. E la ripeti a te stesso mentre il pallone dolcemente scende, per darti il coraggio di tentare. Di prendere per i capelli l’incubo di un’altra rimonta e di lasciartelo alle spalle.

Quando impatta con il tuo piede destro, la sfera quasi esplode. Dentro il tuo calcio c’è tutto, c’è la storia calcistica passata, presente e futura di una nazione intera. C’è l’inutile gol di Neeskens di quattordici anni prima, c’è l’urlo di Resenbrink strozzato da un palo argentino, c’è, non puoi ancora saperlo ma di sicuro c’è, il pianto disperato di Sneijder su un prato verde di Johannesburg. C’è la rabbia degli eterni perdenti, di quelli che per ottenere il minimo devono fare l’impossibile. Come impossibile è la posizione da cui tiri, troppo defilata per combinare davvero qualcosa. Ma tu lo senti che è il momento giusto, l’attimo in cui tutti gli astri possibili si allineano e calci, più forte di quanto tu abbia mai fatto. Ed il pallone ruggisce, proprio come il leone che hai sul petto. Almeno per una volta, NOI. POSSIAMO. VINCERE.

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Perché vincere è stato il tuo mestiere. E non da semplice comprimario. Tu sei uno di quelli che i bambini vogliono imitare, quello che anche le nonne che non sanno neanche come è fatto un pallone hanno sentito nominare almeno una volta, sei il calciatore più forte d’Europa. Anzi, forse del mondo intero. In una eterna ed animalesca lotta per la supremazia calcistica, il cigno venuto dalla terra strappata al mare si scontra con il torello della pampa, una, dieci, cento, mille volte. E noi tutti lì intorno a guardare, a chiederci chi dei due stavolta prevarrà sull’altro, chi trascinerà i suoi alla vittoria, chi potrà alzare le braccia al cielo mentre l’altro trattiene le lacrime.

E vengono in mente le tue di lacrime, ma anche le mie, le nostre, le lacrime di tutti quelli che in vita loro hanno messo anche solo un briciolo di cuore nel vedere un pallone rotolare su un campo di calcio, quando ci annunci che è finita. Che la caviglia non regge, che non è possibile neanche provare. Che gli ultimi due anni di calvario sono stati totalmente inutili. Che a trent’anni appena compiuti uno dei migliori calciatori di tutti i tempi deve appendere gli scarpini al chiodo. Che il cigno non volerà più. È così che nasce il vuoto, dalla privazione improvvisa e irreparabile di un principio, dalla coscienza che qualcosa c’era e che ora, di colpo, non tornerà più. La maglia numero nove, le coppe, persino i Palloni d’Oro perdono di significato quando diventano passato. Ogni ricordo ferisce il cuore e lascia lo stomaco sottosopra.

Sottosopra  proprio come tu hai visto il mondo una sera di novembre. È il 1992, quella stramaledetta caviglia fa male ormai da tanto, eppure sei in campo. E non si nota che stai soffrendo, non si può neanche immaginare che sia così, perché tra quelle zolle, come al solito, ti muovi leggero ma letale, quasi più come un felino che come un cigno. Ma le ali ce le hai, lo sai tu e lo sappiamo noi, che non ci meravigliamo quindi quando ti stacchi da terra e decidi che l’unico modo possibile per colpire quel pallone arrivato al limite dell’area è proprio quello lì, la rovesciata. E rischi, perché le caviglie malandate sono due. Certo, la sinistra più della destra, ma anche l’altra ti ha fatto soffrire. Come ti ha fatto soffrire il ginocchio. Il tuo corpo te lo ha gridato per tutta la tua carriera, Marco Van Basten, non sei fatto per volare. Ma come il famoso calabrone, tu non lo sai e voli lo stesso.


O forse lo sai, convivi con la coscienza della tua fragilità, ma non per questo ti tiri indietro. E allora salti, contrasti, dribbli, eviti interventi sciagurati, ti getti a capofitto in una selva di gambe, tutto per poter alzare le braccia al cielo e sentire l’urlo della folla, per sapere che anche questa volta ce l’hai fatta, che la tua forza ha avuto di nuovo la meglio sulla sfortuna e sul destino. I tuoi antenati hanno lottato contro la marea per non vedersi portare via il futuro. Tu, nel tuo piccolo, quella lotta la ripeti ogni giorno, per dimostrare a te stesso e agli altri che l’unico limite è nella propria testa.

AMSTERDAM - Twee beroemde personages van het professionele voetbal. De enkel-operatie herstellende Marco van Basten en de tijdelijk werkloze Johan Cruijff, trappen samen een balletje op een grasveldje in de stad. ANP PHOTO RUUD HOFF

Con la testa tu ci segni, e tanto. Ma ci giochi anche. E non potrebbe essere altrimenti, dato che il tuo Maestro te lo ha inculcato sin da quando sei arrivato all’Ajax. L’importante non è correre tanto, ma correre bene. Probabilmente te l’ha anche sussurrato quando, nell’ormai lontano 1981, ti ha abbracciato e ti ha lasciato il posto in campo nel giorno del tuo esordio tra i grandi. Chissà quante volte te li sei ripetuti in testa quei piccoli grandi mantra. Il pallone è uno solo, ed è meglio che ce lo abbia tu. Se cominci a correre un attimo prima degli altri sembrerai più veloce. E soprattutto, devi essere in grado di capire in anticipo cosa sta per accadere. Solo così potrai essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

Trecento volte più una, ecco quante volte ti sei trovato esattamente dove dovevi essere. Ma è ingeneroso metterla così, perché chissà in quanti casi il momento giusto te lo sei creato tu. L’espressione “fiuto del gol” ti si addice, certo, ma non può spiegare in toto che calciatore eri. L’attaccante totale, dicono. Forse sì, forse no. Per i canoni odierni saresti un nove classico, difficile immaginarti a rincorrere l’avversario nella tua metà campo. Eppure nel tuo modo di intendere il calcio, la giocata non è mai fine a se stessa, ma votata ad un risultato. E se una volta ricevuta la sfera è difficile (ma non impossibile) vederti passarla a un compagno, beh, non è per egoismo, ma semplicemente perché, novantanove volte su cento, quel risultato lo ottieni tu.

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E di risultati importanti è costellata la tua carriera. Viene da chiedersi quale altro obiettivo avresti potuto raggiungere se il tuo corpo ti avesse coadiuvato a dovere. Tre Palloni d’Oro possono sembrare pochi nell’era dei Due Alieni, quando quello che ne ha vinti proprio tre (ma potremmo anche contargliene già quattro) ha comunque davanti l’altro, che ne ha in bacheca ben cinque. Ma quei due non sanno cosa sia davvero la competizione. Non hanno idea di cosa significhi dover risplendere in un calcio in cui il più scarso del tuo Milan potrebbe tranquillamente fare il titolare nel Real Madrid di oggi. In cui l’esempio da seguire si chiama Johan e la concorrenza sono Diego e Lothar. Tu un avversario ce l’hai addirittura in casa e fa di cognome Gullit. E assieme a Ruud, e a Frank, a Paolo&Franco, talmente inscindibili da diventare quasi un essere mitologico mezzo Maldini e mezzo Baresi, vinci tutto quello che si può vincere. Più di una volta. Non può essere un caso. E ovviamente non lo è. C’è tanto di te in ogni trionfo di quel Milan, dal colpo di testa in tuffo contro il Real alla doppietta contro la Steaua, dall’assist per l’amico Frank al Prater di Vienna fino alla rete al San Paolo che nel 1988 manda, è proprio il caso di dirlo, il Diavolo in paradiso.

Per te, purtroppo, c’è anche un posticino all’inferno. Un inferno tuo, personalissimo, vissuto con la compostezza del campione e con la tenacia di chi non si vuole arrendere. Tante, troppe operazioni, luminari che non sanno che pesci prendere, stop infiniti e ritorni troppo brevi, fino alla sofferta decisione di smettere. Tra l’ultima partita in maglia rossonera, la sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Marsiglia, che tra l’altro giochi in condizioni pessime, e l’addio definitivo passano due anni. E non c’è giorno in cui una fila interminabile di persone non faccia capolino a Milanello a chiedere di te, a cercare di darti forza, mentre tu, davanti allo specchio, probabilmente cominci a renderti conto che la forza da sola non basta più. Come sta Marco? Quando torna Van Basten? Non sono semplici domande, ma piuttosto il grido straziante di una generazione che capisce che il destino gli sta portando via il suo eroe.

Ma anche nel devastante momento del ritiro, nella tristezza dei tanti che come me hanno dovuto ripiegare i poster appesi sui muri e relegare le tue gesta nella gloriosa e malinconica galleria dei ricordi, resta la fortuna di aver potuto ammirare la tua classe immensa. Resta l’amore per questo magnifico gioco che hai saputo instillare in grandi e piccini. E soprattutto resta quella piccola punta di orgoglio che ogni bambino, anche il più scarso di ogni combriccola, ha provato quando, gonfiata la rete, ha potuto alzare le braccia al cielo e sentirsi, anche per un solo istante, Marco Van Basten. Perché se questa è davvero una fiaba, allora Andersen insegna. Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno.

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  1. gabrielladonegana

    febbraio 5, 2017 at 1:35 pm

    Questo giocatore, pur non essendo patita del calcio, ma
    lo era mio marito. milanista ma non sfegatato, che allora,
    con un Milan veramente alle stelle, lo ammirava insieme
    all’altrettanto meraviglioso in tutti i sensi Gullit, ma anche
    tutti gli altri giocatori non da meno! Van Basten, bello, bravo e con il fascino straniero era , era, era…………….
    Non so come stia oggi ma mi sembra non bene, un vero
    peccato, caro Van Basten, anche se non tifosa,
    ti abbraccioooooo, Gabriella

  2. Marcello

    febbraio 5, 2017 at 10:02 pm

    Ciao. Sono un collega giornalista ed un grandissimo tifoso di MVB. Sono nato nel 1982 quindi ho avuto la fortuna di vedere il Cigno giocare….Ricordo le nottate, le finali di coppa campioni e intercontinentale.
    Mi hai fatto emozionare. Complimenti davvero per il tuo pezzo, stupendo.
    La gente dovrebbe ricordarsi di più di Marco, penso uno dei tre migliori giocatori di tutti i tempi.
    Marcello

  3. marco

    febbraio 6, 2017 at 9:08 am

    Senza dubbio il centravanti più forte di ogni tempo!

  4. Leonardo

    febbraio 13, 2017 at 1:36 pm

    Bel pezzo, complimenti, anche se metta tanta nostalgia e un filo di tristezza già dalle prime righe. Il cigno è stato rubato al mondo del calcio troppo presto, a 28 anni da uno sciagurato invidioso, però, per capire chi era Marco Van Basten e cosa poteva diventare, bisogna rivedere i suoi goal, le sue giocate, e contestualizzarli . Il più grande attaccante di sempre si, senza dubbio, ma in quei goal di cui sopra, c’è sempre il buon vecchio Ruud Gullit che fa gli assist, la coppia più forte di ogni dove!

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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