C’era una volta un ragazzino che tirava calci ad un pallone nella piazza del paese e si fermava solo per fare merenda con pane e zucchero. La domenica mattina, prima del pranzo a casa della nonna, si compilava la schedina, vedi mai che un 13 ti svoltava la vita. Alle 15.00 c’erano le partite, tutte insieme, e il posticipo lo dava la Rai.

Questo era il calcio dei ragazzini degli anni ’60-’70-’80 prima che fosse necessario distinguere tra le gare “in chiaro” e quelle trasmesse dalla pay tv. Poi non solo è diventato necessario pagare per quello che fino a pochi anni prima si aveva gratis (i posticipi e tutte le gare della nazionale) ma si è creato un bisogno che prima non c’era. In una scena del bellissimo film “Cuore Sacro” di Ozpetek la manager Irene Ravelli, alias Barbora Bobulova, spiega come aggredire il mercato kazako. “Una strategia del consumo deve considerare il mondo come uno solo e dappertutto deve esserci la stessa domanda e la stessa offerta. Questo ci impone alleanza con partner stranieri soprattutto per avere la stessa strategia nel creare bisogni dove apparentemente sembrano non esserci” – dice con la voce incrinata dalle lacrime la manager – “Adesso la domanda che noi dobbiamo porci non è come penetrare nel mercato del Kazakistan, il mercato lì forse nemmeno c’è, però c’è il desiderio nascosto e va reso visibile. Una donna del Kazakistan non sa di desiderare la mia borsa e io come posso farglielo scoprire? Come possiamo imporle il bisogno di una borsetta?”.

Ecco nei 23 anni passati da quel Lazio vs Foggia del 29 agosto 1993, la prima gara trasmessa dalla pay tv, Tele+, in Italia tanto è cambiato nell’approccio al calcio, al quale più spesso ci si riferisce utilizzando la formula “prodotto calcio”. E tanto cambierà ancora, basti pensare che il 22 dicembre del 2016 c’è stata la prima gara di un campionato ufficiale trasmessa con Facebook Live. Si è trattato di un derby calabro di Lega Pro, Cosenza vs Catanzaro, e il fatto che si sia scelta una gara periferica rispetto ai centri di potere nazionale è un particolare che deve insospettirci. Delle possibili “rivoluzioni” nell’ambito della comunicazione dello sport e del calcio in particolare ne abbiamo parlato in un rapido botta e risposta con Marco Montemagno, comunicatore e super esperto di media e di tutto ciò che gira nel meraviglioso mondo delle tecnologie connesse ad internet.

Il giornalismo, negli ultimi anni, ha avuto una virata verso il citizen journalism. Questo non è vero per il giornalismo sportivo per il quale sono tanti i divieti, penso alla diffusione delle immagini dallo stadio. Secondo lei per quanto tempo durerà? Penso ad esempio alla rivoluzione di Facebook live.

Per poco. Il tempo di trovare una quadra tra Facebook e le altre piattaforme live che ci sono attualmente e che nasceranno, e i titolari dei diritti. Non è pensabile che le persone vivano nei social tutto il tempo ma miracolosamente smettano di farlo allo stadio…

Marketing e sport. Quali possono essere i reali benefici di una buona campagna di marketing nell’ampliamento del pubblico di riferimento rispetto agli effetti di buoni risultati sportivi? Meglio una buona campagna di marketing o vincere il campionato?

Meglio un’ottima comunicazione e vincere il campionato! La comunicazione online é un amplificatore. Se il prodotto alla base non funziona diventa un boomerang.

Che voto dà alla gestione del “prodotto calcio” in Italia. Come giudica le campagne di marketing ad esso associate?

E’ uno sport talmente radicato nel tessuto sociale da non aver bisogno di fatto di una comunicazione persuasiva. Diversa è la comunicazione dei club verso i tifosi per le campagne abbonamenti che necessariamente hanno un taglio più commerciale e vengono inevitabilmente tarate sul target a cui si rivolgono.

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