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Marcelo Bielsa: ‘El Loco’ riparte della Lazio per stupire anche l’Italia

Andrea Corti

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Articolo del 21/06/2016

Dopo una lunga trattativa adesso manca solo l’ufficialità: Marcelo Bielsa sarà il nuovo allenatore della Lazio, che ha deciso di puntare su di lui per rilanciarsi dopo una stagione più che difficile. La scelta del tecnico argentino è tutt’altro che banale: personaggio dal carattere forte e singolare, a casa sua in Argentina Bielsa è un vero e proprio mito, tanto da essersi meritato l’intitolazione dello stadio della società in cui è cresciuto prima come calciatore e poi come allenatore, il Newell’s Old Boys. Ma la sua leggenda è arrivata anche in Europa, in particolar modo in Spagna e Francia, Paesi in cui ha lasciato un segno indelebile alla guida di club storici come Athletic Bilbao e Marsiglia. Bielsa è celebre, tra le altre cose, per essere poco incline alla comunicazione con i media (basti pensare che non rilascia un’intervista da vent’anni) e per non scendere mai a compromessi neanche con la dirigenza del suo club: il rapporto con un carattere forte come quello di Lotito si preannuncia esplosivo, come dimostra la storia dell’allenatore di Rosario.

La sua famiglia di origine fa parte dell’alta borghesia argentina: in particolare il fratello, torturato dalla dittatura di Videla negli anni ’70, è stato anche Ministro degli Esteri. Ma Marcelo, classe 1955, decide da giovanissimo di fare una scelta controcorrente, dedicandosi anima e corpo alla sua vera passione, il calcio. Sul campo da gioco si esprime da onesto difensore, ma le soddisfazioni, nonostante indossi la maglia della squadra del suo cuore, il Newell’s Old Boys, sono poche: il ritiro dall’attività agonistica arriva molto presto, a soli 25 anni, e Bielsa comincia subito a lavorare nel settore giovanile del club. Mentre inizia a dare spettacolo con le sue squadre di ragazzi gira l’Argentina in cerca di nuovi talenti, e questo sforzo si rivela decisamente fruttuoso: a crescere nelle giovanili rossonere sono in quegli anni gioielli come Abel Balbo, Nestor Sensini e un ragazzone dai lunghi capelli castani che risponde al nome di Gabriel Omar Batistuta.

Mentre in Italia il calcio è cambiato per sempre grazie a visionari come Sacchi e Zeman, Bielsa porta una ventata di aria freschissima anche in Sudamerica: nel 1990 diventa allenatore della prima squadra del ‘suo’ Newell’s, e da subito lascia il segno. Alla prima stagione centra il titolo nazionale, e l’anno dopo l’obiettivo si chiama Copa Libertadores. L’esordio è traumatico: a Rosario il San Lorenzo passa con un tanto clamoroso quanto tennistico 0-6, e gli ultrà rosarini non gradiscono presentandosi davanti casa dell’allenatore per chiedere conto della disfatta. Ma se Bielsa è detto ‘El Loco’ (il pazzo, ndr) è anche perché non ha paura di niente e di nessuno, in campo e fuori: come raccontato sulle pagine de ‘La Gazzetta dello Sport’ esce di casa impugnando una bomba a mano minacciando di farla esplodere e riuscendo in pochi attimi a disperdere la folla dei contestatori.

Nessuno lo discute pochi mesi più tardi quando i ‘Leprosos’ (storico soprannome dei rossoneri) raggiungono la finale della competizione sudamericana più importante, arrendendosi solo ai rigori al San Paolo di Cafu. Ma Bielsa non si caratterizza solo per i risultati: la sua squadra gioca un futbol mai visto, caratterizzato da un atteggiamento ossessivamente offensivo e da continue verticalizzazioni: non a caso un certo Pep Guardiola lo ha definito ‘miglior allenatore del mondo’, e la sua concezione di calcio ispirerà e non poco la generazione di tecnici offensivisti che adesso sono assai in voga in Europa e nel resto del mondo. Dopo la finale persa Bielsa decide di lasciare l’Argentina e di trasferirsi per due anni in Messico, dove allena l’Atlas e l’America: torna nel suo paese natale nel 1997 per vincere il Torneo di Clausura alla guida del Velez Sarsfield.

Nell’estate del 1998 attraversa l’Oceano Atlantico per andare ad allenare l’Espanyol di Barcellona, ma la sua esperienza nella Liga dura pochissimo: a settembre accetta di sostituire Daniel Passarella alla guida della Nazionale argentina. La Seleccion, sotto la sua guida, dà spettacolo durante le qualificazioni al Mondiale 2002: il 3-3-1-3 proposto dal tecnico ha interpreti del calibro di Samuel, Simeone, Veron e Batistuta, e la squadra è tra le favorite assolute in Corea e Giappone. Ma succede l’imponderabile, con l’eliminazione al primo turno dell’Albiceleste: Bielsa non molla, e il riscatto arriva due anni dopo, quando la Nazionale olimpica da lui guidata e trascinata da Carlitos Tevez domina ad Atene e vince la medaglia d’oro. Nel miglior momento della sua carriera ‘El Loco’ stupisce ancora una volta tutti, dando le dimissioni e scomparendo dai radar del calcio d’élite per tre anni: riappare nel 2007, quando accetta la sfida propostagli dalla Nazionale cilena. Nel giro di pochi mesi il tecnico di Rosario costruisce una squadra altamente spettacolare, che si toglie la soddisfazione di battere la ‘sua’ Argentina in una gara ufficiale e arrivare al Mondiale del 2010 da protagonista. In Sudafrica il Cile è tra le squadre che giocano meglio e la sua corsa si ferma agli ottavi di finale per mano del Brasile. Pochi mesi più tardi Bielsa decide di chiudere questa esperienza, durante la quale ha posto le basi del Cile che vincerà la Copa America nel 2015 sotto la guida di Sampaoli, e di provare a ripartire da quell’Europa assaporata solo per pochi mesi nel 1998: per farlo decide di accettare l’offerta di uno dei club più particolari del panorama calcistico mondiale, ovvero l’Athletic Bilbao che storicamente punta solo su calciatori provenienti dai Paesi Baschi. L’impatto dell’argentino sul calcio spagnolo è assolutamente notevole: i rossobianchi arrivano in finale sia di Coppa del Re che di Europa League, ma sono rispettivamente il Barcellona e l’Atletico Madrid a strozzare l’urlo in gola ai tifosi del San Mames.

La seconda stagione a Bilbao non è all’altezza della prima e Bielsa dice addio al club: ma con l’Europa ci ha preso gusto, tanto che un anno dopo decide di accettare l’offerta di un altro club storico ma decaduto del calcio europeo, ovvero il Marsiglia. In Francia le cose cominciano tutt’altro che bene: nel corso di una conferenza stampa diventata celebre l’argentino fa capire a critici e tifosi transalpini di essere tutt’altro che un ‘signor-sì’: “Il bilancio della campagna acquisti è negativo. Ho saputo solamente lunedì pomeriggio dell’arrivo di Doria, ma io non ho chiesto il suo acquisto e non avevo neanche dato il via libera alla cessione di Mendes. Il presidente non ha mantenuto le promesse, gli avevo fatto 12 nomi di possibili rinforzi e nessuno di questi è arrivato. La realtà è molto differente da ciò che era stato pianificato. Nonostante tutto, continuerò a lavorare con impegno ed ottimismo, ma non sono soddisfatto per come la società si è mossa sul mercato”. Ciononostante, archiviato l’impatto traumatico, il Marsiglia comincia presto a macinare gioco e gol: trascinati da Payet e Gignac i biancocelesti danno spettacolo, contendendo quasi fino all’ultimo il primo posto al ricchissimo PSG di Ibrahimovic. Sembra l’inizio di una lunga e intensa storia d’amore, ma Bielsa ancora una volta spiazza tutti dimettendosi dopo la prima giornata di campionato della seconda stagione a Marsiglia, a causa dei contrasti con la dirigenza.

Adesso per l’argentino è ora di una nuova sfida: da tempo l’Italia lo attraeva e nel corso degli ultimi anni il suo nome è stato accostato a club importanti come Inter e Roma. Di sicuro guidare la Lazio di Lotito, una squadra che ha appena archiviato una stagione fallimentare e che da anni, per varie cause, ha perso l’appoggio della parte più calorosa della sua tifoseria, è una missione difficile. Ma è altresì sicuro che Bielsa si dedicherà anima e corpo a questa avventura iniziando, come suo solito, a lavorare in modo maniacale sin dal primo momento in cui arriverà a Roma, magari studiando i movimenti dei suoi giocatori arrampicato sugli alberi di Formello (un suo marchio di fabbrica). L’anno scorso Bielsa, invitato a Coverciano per un lectio magistralis, indossando come sempre tuta e maglietta affascinò una platea di tecnici di casa nostra di altissimo livello in giacca e cravatta: adesso è arrivato il momento di far vedere chi è Marcelo Bielsa anche sui campi di calcio italiani e, ne siamo sicuri, ‘El Loco’ si farà notare.

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1 Commento

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  1. Giovanni

    giugno 21, 2016 at 1:42 pm

    Daje Loco!!

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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