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Pugilato

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

Marco Nicolini

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Il 22 luglio 1916, nell’allora Algeria francese, nasceva Marcel Cerdan, unanimemente considerato il più grande pugile transalpino di sempre; sicuramente uno dei più forti pesi medi della storia.

Proveniente da una poverissima famiglia di pieds-noirs, il tartassato popolo europeo stanziatosi in Maghreb, Marcel conobbe il pugilato a soli 8 anni, dopo essersi trasferito coi genitori a Casablanca.

Dieci anni più tardi esordiva nel professionismo con una serie impressionante di vittorie, grazie ad abilità pugilistiche sopraffine e polmoni infiniti che gli permettevano di mettere pressione all’avversario dal primo all’ultimo istante del match.

Alla storia di quel tempo furono consegnati i tre avvincenti incontri con il leggendario Omar Kouidri, fighter algerino di grande qualità, tutti vinti da Cerdan con soluzioni ai punti.

Dopo aver imposto in Europa un dominio assoluto nei welter, Marcel passò alla più prestigiosa categoria dei medi, conquistando in breve le cinture di campione francese e di campione europeo.

Nel frattempo, esordì nell’indiscusso tempio della boxe mondiale, il Madison Square Garden, dopo aver maramaldeggiato in Spagna ed in Inghilterra strapazzando gli idoli locali.

Il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.

Grande riscontro ebbe sulla carta stampata il momento, poche ore dopo il match, in cui Cerdan si ricongiunse col fratello Vincent, dopo ventidue anni di separazione.

Con il suggello internazionale alla propria notorietà, Cerdan divenne il personaggio più gettonato dalla borghesia francese: da ragazzo semi-analfabeta a piedi nudi per i vicoli sabbiosi di Casablanca, si trovò ad essere un elegante parigino, ammirato ed invidiato da tutti.

Pur essendo sposato e padre di tre figli, intrecciò una delle più celebrate love story di tutti i tempi con la cantante Edith Piaf, una donna complessa, difficile, ma anche un’artista di grande fascino.

In questa atmosfera di grande glorificazione, nel giugno del 1949, Cerdan difese per la prima volta il titolo, a Detroit, dall’attacco del Toro del Bronx, Jake La Motta, un pugile di sensazionale combattività.

La dislocazione della spalla sinistra sin dalla prima ripresa costrinse Cerdan ad un match difensivo che mal si adattava alle sue caratteristiche. L’angolo fu costretto al getto della spugna, ma solo dopo dieci, terribili, riprese.

Attaccato dai giornali francesi, delusi dalla sconfitta, Cerdan tornò in patria per rimettersi dall’infortunio e prepararsi per la rivincita.

Ormai ristabilitosi e firmato il contratto per il re-match con La Motta, decise di posporre l’inizio degli allenamenti per raggiungere la Piaf a New York, per un periodo di pochi giorni.

Partì da Parigi imbarcandosi su un Lockeed Constellation di Air France che, nell’effettuare uno scalo di rifornimento alle Azzorre, si schiantò sul monte San Miguel, uccidendo tutte le 48 persone a bordo.

Al momento della morte, Marcellin Cerdan, il Bombardiere Marocchino, aveva 33 anni, era pugile professionista da quasi 16 anni, aveva combattuto 115 incontri, vincendone 111, era stato campione francese, europeo e mondiale.

Questo fu il suo lascito alla Francia, allo sport, al pugilato.

Edith Piaf, gettata nello sconforto dalla notizia, fu minata nel suo già fragile equilibrio.

Tanto dolore non andò però sprecato, perché in onore del coraggioso pugile che aveva tanto amato, Edith compose “Hymne à l’amour”, da molti considerata la più bella canzone d’amore di sempre.

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1 Commento

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  1. GIACOMO RN

    giugno 29, 2016 at 2:34 pm

    Che bell’articolo!!!
    Come gli altri suoi, complimentoni! non mi stancherei mai di leggerli

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Pugilato

Il Tedoforo Muhammad, Simbolo di Lotta

Andrea Muratore

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Venerdì 19 luglio 1996, Atlanta. La cerimonia inaugurale dei Giochi della XXVI Olimpiade è conclusa da un ultimo tedoforo inatteso, un uomo che incede in maniera incerta avvicinandosi al braciere destinato ad ardere del sacro fuoco di Olimpia durante tutto l’arco della cerimonia. Egli è visibilmente debole, porta i segni di una malattia cruenta, infida e inesorabilmente decisa a sovrastarlo, ma sulla quale in pochi momenti riuscirà a prendersi una grandiosa rivincita, opponendosi alla tirannia di cui rischiava di essere vittima con la forza di un’infinita dignità. Sono quelli i momenti più emozionanti e forse intensi della vita di Mohammad Ali, uomo riuscito a travalicare enormemente le dimensioni di pugile nonché quelle ben più cospicue di icona del suo stesso sport per diventare un simbolo planetario. Un modello di ispirazione morale ancora più significativo, che in quella storica giornata di luglio conquistò il suo trionfo più grande. L’ex campione dei pesi massimi, protagonista di alcuni dei combattimenti più celebri della storia del pugilato, tra cui il celeberrimo Rumble in the Jungle tra Ali e Foreman disputatosi a Kinshasa nel 1974 o il “match del secolo” di New York tra Ali e Joe Frazier del 1971, in quegli istanti si rivelava al mondo in tutta la vulnerabilità impostagli dal progredire del morbo di Parkinson, contro cui Cassius Clay lottava da oltre dieci anni, ma allo stesso tempo sfatava un implicito tabù.

Negli istanti in cui riceveva la torcia dalla nuotatrice Janet Evans e portava a compimento l’accensione del braciere, Ali non era da solo sulla pedana dello Stadio Olimpico di Atlanta. Assieme a lui vi erano idealmente milioni di ammalati di tutto il mondo, milioni di persone che venivano invitate a non nascondere la propria malattia agli occhi della società, come se fosse una fonte di vergogna o una vera e propria onta, ma a affrontarla giorno dopo giorno, guardandola negli occhi e infliggendole un KO tecnico attraverso l’accettazione e una sfida quotidiana alle sue costrizioni. Quel giorno Ali aiutò a comprendere una verità fondamentale per superare antichi pregiudizi: “ammalarsi seriamente comporta una mole di esperienze esistenziali ed emotive di straordinaria complessità”, e quindi rende necessaria una sfida consapevole a cui gli ammalati non potrebbero far fronte in casi di veri e propri isolamenti sociali. Il 19 luglio 1996, il mondo si commosse per l’ennesima presa di coscienza legata alle gesta di un uomo che ha saputo essere un autentico esempio. Anzi, non è azzardato dire che a Phoenix il 4 maggio 2016 sia morto uno dei pochi, veri rivoluzionari che i paesi occidentali hanno conosciuto nel corso del XX secolo.

In Ali, ad essere rivoluzionaria è innanzitutto la proporzione di ciò che riguarda la sua vita: se la sua carriera pugilistica è già da tempi parte dell’epica dello sport, non si può dire che gli aneddoti riguardanti le sue vicissitudini famigliari, sociali e personali siano da meno. Più di Pelé, più di Michael Jordan, più di qualsiasi protagonista dello sport del XX secolo Ali ha lastricato metro dopo metro il percorso della sua leggenda. Nel corso di questo cammino, una delle battaglie maggiormente significative della vita di Ali è stata la dura campagna antimilitarista condotta ai tempi della guerra del Vietnam, periodo di forte mobilitazioni sociali in tutti gli Stati Uniti d’America che, di fatto, rappresentavano la conseguenza delle turbolenze estreme in cui era avvinta la vita pubblica statunitense della fine degli Anni Sessanta. Che sia mai stata pronunciata o meno, la celebre affermazione attribuita ad Ali “nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro” condensa efficacemente il sunto del pensiero politico-sociale di Cassius Clay, che aveva visto più lungo di molti altri individuando nel continuo prolungarsi della guerra nel Sud-Est asiatico e nel perpetrarsi delle discriminazioni nei confronti degli afroamericani due facce della stessa medaglia, due rappresentazioni diverse ma convergenti della patologia che infettava la società a stelle e strisce. Fu una presa di posizione netta e decisamente sentita da parte di Ali, che si vide di conseguenza costretto a un brusco e lungo stop nella sua carriera agonistica (durato dal marzo 1967 all’ottobre 1970) ma contemporaneamente sublimò la sua immagine di mito vivente, già in via di edificazione dopo che il suo impegno civico e la sua lotta per l’emancipazione dalle disuguaglianze era cresciuta di intensità in parallelo con la sua scalata al successo sportivo.

Lo stesso uomo che nel 1975, protestando per il becero trattamento riservatogli dal proprietario di un ristorante “per soli bianchi”, aveva gettato nel fiume Ohio la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Roma nel 1960, sarà poi ripagato negli stessi Giochi che aveva inaugurato con la consegna di una nuova medaglia in sostituzione di quella perduta. La consegna del secondo oro ad Ali, unita alla sua commovente passerella nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta, sancì anche l’ufficiale attestazione della comprensione del suo gesto, che giungeva a termine di un periodo di fortissima esasperazione per il campione, che vedendo i continui maltrattamenti e le prevaricazioni sociali di cui erano vittima gli afroamericani aveva iniziato negli Anni Sessanta una forte campagna personale per i diritti civili dei membri della sua etnia, condotta in numerosi casi attraverso l’uso di parole forti e, comunque, sempre in parallelo all’attivismo antibellicista che costerà ad Ali gli anni di maggior freschezza di una carriera che ha saputo comunque essere straordinaria.

Ali ha saputo unire e dividere, ha allo stesso tempo emozionato e impaurito, è stato amato e odiato al contempo nel corso della sua carriera agonistica; dopo il ritiro e nel corso della commovente battaglia contro il Parkinson, la sua grandezza è stata certificata dal generale affetto con cui personaggi noti, avversari di un tempo e semplici cittadini hanno sostenuto la sua sfida alla malattia, e dalla commozione generale che ha accompagnato l’annuncio dato tre anni fa dal fratello Rahman circa il devastante progredire del morbo e, nelle ultime ore, la notizia della sua morte. Ali ha lasciato questo mondo, ma la sua leggenda vivrà ancora a lungo; il ricordo del suo impegno, del suo attivismo e della straordinaria dignità dimostrata negli anni più difficili hanno funto e fungeranno da esempio per giovani di tutto il mondo, che potranno solo trarre ispirazione dal mito del The Greatest Of All Time.

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Pugilato

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Marco Nicolini

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Il 10 Luglio 1951 il pugile britannico Randolph Turpin batteva Sugar Ray Robinson, diventando campione dei medi. Ma la sua storia di gloria fu interrotta da una tragedia senza eguali.

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.

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Pugilato

La vera storia di Jack Johnson: un perdono lungo 100 anni

Francesco Gallo

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L’imperdonabile nero

«I am considering a Full Pardon!». Così ha twittato sabato 21 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Contattato da Sylvester Stallone (che vestirà per l’ottava volta i panni di Rocky Balboa nel sequel Creed 2), Trump su Twitter ha scritto di aver ascoltato la «complessa» e «controversa» storia del pugile Jack Johnson e di voler quindi prendere «in considerazione» la possibilità di poterlo perdonare. Già dai tempi del repubblicano John McCain, molti politici americani stanno chiedendo a gran voce l’ufficiale riabilitazione della figura di Jack Johnson, il pugile vittima di pregiudizi razziali — prima di Joe Louis e Muhammad Ali — e per «aggiustare il torto» subìto dal primo campione nero dei pesi massimi. Ma né Bush, né tantomeno Obama, in maniera forse ancora più incredibile, hanno mai risposto a questo accorato appello. Ma cosa ha combinato di tanto grave Jack Johnson tanto da aver scomodato addirittura tre presidenti al fine di ricevere un postumo perdono?

Il gigante di Galveston

Nato nel 1878 a Galveston, in Texas, da una famiglia di ex schiavi affrancati, il piccolo John Arthur Johnson — che tutti però avrebbero cominciato a chiamare in maniera più familiare «Jack» — dotato di una grande robustezza fisica, sin dall’adolescenza cercava il naturale sfogo di una così prorompente fisicità in diversi sport: dalle corse in bicicletta a quelle in sella ai purosangue. Scappato da casa e rifugiatosi a Boston, trovò lavoro come inserviente nelle stalle dei cavalli nelle scuderie di un ippodromo dove, un giorno, scalciato brutalmente da uno di essi, si ruppe il femore sinistro. Una lunga cicatrice che dalla coscia gli arrivava al ginocchio gli sarebbe restata come ricordo per tutta la vita. Per questa ragione, abbandonata l’idea di domare puledri, decise di darsi al pugilato e si ritrovò a tu per tu con i primi avversari a bordo di un ring nei campionati di boxe per soli neri.

Jack si fece notare dal pubblico delle itineranti fiere del Massachusetts, nel corso di alcune esibizioni in cui riusciva a sbarazzarsi in pochi minuti di tutti i coraggiosi pretendenti che avevano avuto il fegato di battersi con un muscoloso colosso di un metro e novanta. Tuttavia, la segregazione razziale nel Sud e l’inaccessibile mondo del pugilato per soli bianchi, cominciarono a far emergere in lui una sorta di complesso di inferiorità del nero da cui non sarebbe mai più riuscito a guarire. Un’inibizione psicologica alienante che, c’è da capirlo, feriva nella profondità dell’animo.

Tuttavia, la sua carriera pugilistica cambiò un minuto dopo l’incontro con  Joe Choynski, soprannominato «il Terrore della California». I due in quel freddo febbraio del 1901 finirono dentro per «turbativa dell’ordine pubblico», poiché in Texas all’epoca erano ammesse le esibizioni ma non gli incontri professionistici. Ma proprio durante quel periodo di reclusione, Jack ebbe modo di imparare l’arte della boxe direttamente dal suo avversario — uno dei grandi pionieri della boxe, autentico fuoriclasse e appassionato lettore dei classici della letteratura. Benché Jack sul ring risultasse una forza della natura, era però privo dei fondamentali tecnici e per questo quando combatteva appariva spesso confuso e arruffone. Choynski fu quindi l’allenatore che lo istruì avviandolo verso la futura gloria e, dopo quattro anni, a battersi addirittura per il titolo mondiale.

Campione del mondo!

Nel frattempo Marvin Hart aveva perso il trono di campione contro il franco-canadese Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso. Burns era considerato un abile picchiatore, e spesso vinceva i suoi incontri ancor prima che suonasse la campana del terzo round. Ciò nonostante, Jack Johnson era convinto di poterlo battere e per questo lanciò pubblicamente più sfide per contendergli il titolo. Dopo una serie di rifiuti, finalmente, il 26 dicembre del 1908, in Australia, Jack poté affrontare Tommy Burns.

Era la prima volta che un campionato del mondo dei pesi massimi si sarebbe disputato in Australia — gli Stati Uniti non avrebbero mai ospitato un match valido per il titolo con un “negro” a contenderselo — e l’incontro si sarebbe disputato in una grande arena capace di ospitare più di quindicimila persone, fatta costruire appositamente per l’occasione dal promoter di origini scozzesi Hugh D. McIntosh. D’altronde l’iniziativa nella famiglia McIntosh non era mai mancata. Il nonno, circa cento anni prima, in uno dei suoi terreni agricoli, aveva scoperto una nuova qualità di mela molto succosa e dal colore rosso. Decise così di dare il suo nome a quel particolare frutto, ma in quel momento non poteva immaginare che duecento anni dopo il suo nome e la sua mela (morsicata) avrebbero fatto bella mostra sui portatili e sugli smartphone di milioni di persone in tutto il mondo.

L’incontro ebbe un inizio impetuoso e Jack Johnson prese subito possesso dell’intero ring. Non solo era fisicamente superiore all’avversario, ma dal secondo round in poi cominciò a sovrastarlo anche psicologicamente provocandolo con frasi del tipo: «Che cosa ti fa paura, Tommy?» oppure «sei già stanco, campione?». E mantenne un sorrisetto beffardo per quasi tutto la durata del match, frastornando l’impreparato Burns.

Il campione canadese stava cedendo, ora, anche fisicamente e toccò varie volte il tappeto con la schiena. Il pubblico era in visibilio e oramai incontenibile, così la polizia decise di intervenire al quattordicesimo round dopo che Burns era ruzzolato ancora una volta a terra gambe all’aria. L’arbitro non poté far altro che alzare il braccio di Jack dichiarandolo campione del mondo dei pesi massimi.

La speranza bianca

Cominciò così la grande epoca di Jack Johnson. Ma quando in America arrivò la notizia che Johnson aveva stravinto, l’unica parola che riecheggiò sui giornali fu: «inaccettabile». Un quotidiano di San Francisco titolò: «La vittoria del negro è peggio del terremoto di due anni fa!». Un nero non poteva essere il campione del mondo dei massimi e rappresentare, di conseguenza, tutti gli Stati Uniti. La pensava così anche Jack London, uno dei più famosi scrittori dell’epoca che, di tanto in tanto, amava assistere agli incontri di boxe per poi scrivere sui giornali appassionanti resoconti. Su un articolo per il New York Herald scrisse testualmente: «Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro. L’uomo bianco deve essere salvato».

Ma Jack, al massimo della forma, era davvero un campione senza sfidanti davvero in grado di tenergli testa. Inoltre, la sua pittoresca carriera fu contraddistinta non solo da schiaccianti vittorie ma anche da alcuni insistenti e ostentati atteggiamenti eccentrici in grado di far infuriare i «poor whites», i bianchi benpensanti e conservatori. Jack Johnson si proclamava a gran voce il più forte di tutti, mantenne sempre un atteggiamento provocatorio, indossava pelli di animali, grossi cappelli a cilindro e, da grande appassionato di automobili e dell’alta velocità (sarebbe morto più tardi in un incidente stradale), lo si vedeva spesso sfrecciare in maniera sprezzante sulle highway del Texas con la sua nuova Ford. Una volta venne fermato dalla polizia. Gli agenti, non appena videro che alla guida c’era Jack Johnson, tentarono di approfittarne per avvalersi di una postuma rivalsa, e gli affibbiarono una contravvenzione di cinquanta dollari. Il campione, però, dopo aver firmato il verbale, esibì una banconota da cento e aggiunse: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di così, perché perdere tempo dopo?».

La vittoria di Johnson per il mondo dei bianchi stava diventando sempre più una vera e propria iattura. E il diffuso motto categorico in quei giorni divenne: «bisogna farla finita». Sì, ma come? Dopo alcune proposte della stampa sportiva, il nome più caldeggiato che rimbalzava un po’ ovunque fu quello dell’ex campione James J. Jeffries. «The Boilermaker» dopo una breve carriera si era ritirato a vita privata, e nel 1905 aveva lasciato ad altri il titolo conquistato sei anni prima. La sua rentrée era invocata a gran voce dall’intera America bianca, umiliata «da quell’imbecille di negro». Alcuni americani credevano in lui — la speranza bianca — più di quanto egli credesse in se stesso. In ogni caso, alla fine, il richiamo del ring fece presa su Jim che accettò finalmente di battersi con Jack Johnson con l’obiettivo di dimostrare «che un uomo bianco è superiore a un uomo nero».


Il match del secolo

La scelta della sede dell’incontro cadde su Reno, una cittadina nel deserto del Nevada di trentacinquemila abitanti, dove c’era stato bisogno di costruire in tutta fretta un’arena capace di contenere oltre ventimila spettatori: si trattava pur sempre del match del secolo. La polizia, allora, temendo il peggio, per la prima volta nella storia della boxe, obbligò gli spettatori a deporre pistole e fucili nel guardaroba. L’atmosfera era elettrica e oltretutto il pubblico accolse il campione nero con il famoso canto popolare: «All coons look alike to me», tutti i procioni sembrano uguali. Una canzone piena di stereotipi sugli afroamericani, dove «procione», coon, era considerato all’epoca uno dei peggiori epiteti che un bianco potesse riservare a un nero. Il ritornello fu accolto da un fragoroso applauso da parte del pubblico che pregustava la carneficina.

Ma il match, però, fu per Jeffries un’esecuzione. Al terzo round, stava sanguinando già abbondantemente e Johnson lo incalzava come aveva fatto due anni prima con Burns: «È già stanco, signor Jeffries? Ma se non abbiamo ancora cominciato». A quel punto, un colpo di pistola risuonò nello stadio. Uno spettatore, che era riuscito a conservare la sua arma, aveva sparato a Johnson, ma la pallottola era andata a vuoto perché un altro spettatore aveva fatto in tempo ad alzare la canna della pistola. Anziché innervosirsi, Johnson si fece sempre più preciso, ironico e astioso a tal punto che Jeffries, con il labbro spaccato, provò a urlargli: «ti ucciderò!». Molti spettatori, quelli più vicini al ring, tra cui Jack London, si accorsero che Johnson si stava divertendo a tirare il match per le lunghe. Colpiva e scherniva l’avversario. In qualche momento dell’incontro, addirittura, addizionò una sorta di commento: «ed ecco che arriva un destro, guarda!» e poi bang, un montante sull’occhio ormai completamente tumefatto di Jeffries.

Poi decise di concludere l’incontro spedendo l’avversario fuori dal ring attraverso le corde. In quel frangente, Jeffries, avrebbe pronunciato le ultime parole di resa: «Jack, non colpire più». Era la fine. All’arbitro non rimase altro che proclamare la vittoria del campione in carica.

L’America bianca da quell’incontro ne uscì irrimediabilmente umiliata. Ma soprattutto spaventata a morte: Johnson privò i bianchi del loro senso di immortalità, della loro certezza di vivere in un posto privilegiato nel mondo. Sostenere, però, che la vittoria di Johnson rappresentava la vittoria del popolo nero sarebbe eccessivo, sebbene un certo naturale orgoglio, o comunque un seme di speranza di poter un giorno porsi allo stesso livello sociale dei bianchi, cominciò gradualmente a lievitare nelle coscienze di molti afroamericani. Stanchi di essere continuamente vessati e finalmente liberi di godere di questa grande vittoria, per le strade di molte città qualcuno di loro cominciò a cantare: «The white man pulled the trigger, but the world champions still a nigger», «l’uomo bianco ha premuto il grilletto, ma il campione del mondo è comunque un nero». In oltre cinquanta città, però, la musica aveva lasciato il posto alla violenza e gli agenti di polizia dovettero interrompere decine di tentativi di linciaggio. Durante i disordini, le cronache dell’epoca registrarono comunque la morte di ventitré afroamericani e un centinaio di feriti.

La legge Mann

Ciò nonostante, sentendosi oramai intoccabile, «il gigante di Galveston» continuò a incattivire l’America bianca con le sue rodomontate. Acquistata una grande villa in un quartiere residenziale, se ne andava in giro per quelle eleganti strade, atteggiandosi con la nuova Ford Modello T. Ma ciò che più di tutto i bianchi non riuscirono mai a perdonare a Johnson fu quando infranse l’ultimo tabù sposando una donna bianca: Etta Terry Duryea. La loro relazione fu alquanto burrascosa. Lei non poteva mettere piede in un bar senza che qualcuno la etichettasse con i peggiori soprannomi possibili, e così, un giorno, non essendo più capace di reggere alle pressioni feroci che quasi quotidianamente doveva sopportare, si suicidò. Johnson non si fece fermare nemmeno da questo tragico evento, e tempo dopo divenne anche l’amante di Lupe Velez, diva messicana del cinema muto, che tra i suoi amanti poté vantare anche Gary Cooper e Johnny Weissmuller, con cui convolò a nozze.  Morta anche lei suicida (ma per cause non imputabili al pugile), a Jack non rimase che accompagnarsi alle più famose cantanti di cabaret dell’epoca, per continuare a ridicolizzare indirettamente la sessualità e la forza dell’uomo bianco.

A quel punto l’America bianca decise che Johnson doveva sparire. Per farlo, questa volta, non si cercò un pugile in grado di poterlo battere, ma una nuova norma legislativa. E la si trovò. La legge Mann del 1910 proibiva il trasporto di una donna per motivi «di libidine» da uno Stato all’altro. In questo modo, Jack venne accusato e processato per aver fornito un biglietto ferroviario a una delle sue tante donne per farla spostare da una città all’altra.

Era la sua fine civile. Quella pugilistica, invece, arrivò il 5 aprile 1915 quando Jack Johnson su un ring cubano si ritrovò ad incrociare i guantoni con Jesse Willard, un colosso di due metri che pesava più di cento chili. Jack fu presto sopraffatto dalla fatica e i suoi colpi si fecero sempre più lenti. Al ventiseiesimo round accadde, dunque, l’irreparabile: cadde nuovamente a terra e non si rialzò. Jesse Willard venne così proclamato il nuovo campione del mondo e per vedere nuovamente un nero indossare quella cintura ci sarebbe voluto il 1937 e un certo Joe Louis.     

Tributo a Jack Johnson

Johnson, ridotto in miseria, abbandonò la boxe dalla scala di servizio alla veneranda età di quarantotto anni. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente stradale. Quel giorno, una volta di troppo, aveva corso troppo veloce. A distanza di oltre un secolo dalla sua vittoria, nessuno può negare il rilevante impatto che ha avuto nella storia degli Stati Uniti. Talmente grande che, come abbiamo visto, ancora oggi è sulla bocca dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Ma come spesso accade, dove non arriva la politica supplisce l’arte. Dalla poesia al cinema, passando per la musica, gli elogi a Jack Johnson nel corso dei decenni sono stati numerosi. Vale la pena ricordare il film parzialmente ispirato alla sua vita dal titolo Per salire più in basso (The Great White Hope, Martin Ritt, 1970), nonché i pregevoli soffi di Miles Davis contenuti nell’album del 1971 A Tribute to Jack Johnson. Proprio questo disco ha recentemente accompagnato, come colonna sonora, il bel documentario di Ken Burns Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson.

Basato sull’omonimo libro del 2004 di Geoffrey C. Ward, il documentario si conclude con queste profetiche parole: «Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso io sono nero. E non permetterò mai che lo dimentichino!».

Francesco Gallo

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