Agli scorsi europei di calcio 2016 , a guardia della porta della Russia, avrebbe dovuto esserci lui. In quella porta che era una sua costola. Si chiama Vyacheslav Malafeev. Portiere dello Zenit di San Pietroburgo. Ma non c’era. Non perchè scarso, figuriamoci. Avrebbe giocato al volo, visto che Akinfeev, portiere titolare senza di lui, a volte fa delle papere spaventose. Ma la sua decisione parte da lontano. Da almeno sei anni fa.

Nel marzo del 2011 sua moglie è in auto e rimane vittima di uno spaventoso incidente. Vyacheslav non rimane solo sconvolto, ma anche disorientato. Già perchè la sua era una famiglia. Ci sono anche due figli. Maxim e Xenia. Piccoli. Lui continua a giocare per il resto della stagione, ma dentro ha un tarlo bello grosso. Può scegliere, continuare il suo mestiere e affogare il dolore, ma il suo cruccio è la tristezza dei figli. Nel 2012 prende una decisione, anzi due. Intanto chiede a Spalletti, il suo allenatore, di allenarsi ad orari diversi. Questo perchè lui la mattina vuole fare la colazione ai bambini e vuole accompagnarli allo scuolabus, poi torna a preparare il pranzo. In più chiede di parlare con Capello, allenatore della Russia. Gli chiede di non essere più convocato. “Non voglio lasciare i miei figli da soli per troppo tempo, è un momento delicato”. Capello capisce, prova a dissuaderlo, ma alla fine gli dice che forse sta facendo una scelta che un vero uomo farebbe, gli chiede solo se gli darà una mano per le emergenze, lui risponde con una sportività di pochi: “ha due portieri bravissimi, la Russia è in buone mani”.

Ma qualcosa dentro di lui continua. Il vedere la vita sotto un’altra prospettiva. E capisce che forse il dolore gli sta proponendo nuove opportunità, e poco prima degli Europei, maggio scorso annuncia il ritiro dal calcio. A 37 anni che per un portiere non sono nulla. Quando spiegò la sua rinuncia alla nazionale, lo fece tenendo per mano i suoi figli e dicendo: “avrei potuto metterli in un collegio, nel migliore di tutta la Russia, ma sarebbe stata una decisione crudele e irresponsabile. Amo i miei figli, il calcio mi ha permesso una vita da privilegiato e ora posso staccare un po’ la spina senza troppi problemi”. Insomma un campione, che i figli non a caso, chiamano Superman, come i supereroi, ma lui corregge anche i compiti.

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