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Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Lorenzo Martini

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Washington, 14 marzo 1996. Va di scena il match NBA di regular season tra i Denver Nuggets e i Washington Bullets, i giocatori delle due squadre si dispongono in piedi per l’inno nazionale americano. Tutto sembra procedere nella norma, quando un atleta in campo compie un gesto eclatante: mentre tutti sono in piedi come forma di rispetto, lui si siede e trascorre tutto l’inno seduto sulla sua sedia, con l’intero palazzetto intona l’inno.

Il giorno successivo il commissario NBA squalifica il giocatore a tempo indeterminato, mentre lui non tenta affatto di difendersi, ma rilancia: l’inno è un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. Ovviamente le critiche e le accuse ai suoi danni si sprecano, per giorni è al centro di un caso nazionale, viene letteralmente crocifisso dai mass media, ma rimane fermo sulle sue posizioni.

Cosa spinge una persona a commettere un gesto di tale portata, a inimicarsi una nazione intera? Quello che lo spinge ad una scelta simile ha la stessa motivazione di ciò che lo ha mosso per tutta la sua vita: la piena fiducia in quel che crede, nelle sue convinzioni. Quelle stesse convinzioni che, a volte, lo spingono a scelte radicali, ma che lo hanno portato ad una carriera cestistica straordinaria, la carriera di Mahmoud Abdul Rauf.

Sul finire degli anni ‘60, per una madre non era facile mandare avanti la propria famiglia da sola, con tre figli a carico, avuti da tre uomini diversi. Soprattutto se si viveva in condizioni di miseria, in uno stato povero di opportunità come quello del Mississippi. E, soprattutto, se uno dei tre figli soffriva di tic e spasmi improvvisi che a volte non gli permettevano nemmeno di infilarsi i pantaloni.

E’ in queste condizioni che nasce Chris Jackson, povero e oppresso da un male sconosciuto. Deriso e umiliato a scuola, l’unica cosa che gli resta da fare è trovare una valvola di sfogo, va al campetto e inizia a tirare, tirare e tirare. Diventa una sfida maniacale per lui, deve tirare in continuazione e, soprattutto, segnare. Nella sua testa ha un unico obiettivo: il tiro perfetto.

Gli spasmi non vogliono abbandonarlo, si attaccano a lui come una gomma da masticare sulla suola delle scarpe, ma lui riesce a liberarsene quando gioca a basket. E’ alto appena un metro e 80, ma è agile e scattante ed è un autentico cecchino quando si tratta di tirare. Le voci delle sue prestazioni incredibili attirano scout da tutta l’America, che impazziscono per lui. A livello liceale continua la sua ascesa, al punto che la Lousiana University fa carte false pur di averlo nel suo college, e lui ripaga le aspettative battendo record su record. Nel 1990 arriva il grande momento: si dichiara eleggibile per il draft NBA e viene preso dai Denver Nuggets con la terza scelta assoluta. Il sogno di una vita sta diventando realtà.

Durante il liceo, aveva scoperto che i tic che lo affliggevano erano dovuti alla sindrome di Tourette e che molto probabilmente lo avrebbero accompagnato per il resto della vita, ma questo non lo aveva scoraggiato. Al contrario, le sue difficoltà lo spinsero a migliorare di giorno in giorno e anche nel mondo NBA non gli crearono nessun grattacapo.

Ma sono altre le problematiche che lo destabilizzano nei primi due anni in NBA: gli infortuni lo colpiscono, ha problemi di peso, ma soprattutto si sente estraneo alla realtà in cui vive. Avvicinatosi profondamente al pensiero di Malcom X e alla cultura islamica non si riconosce più nello showbusiness, nella massificazione e nei valori del mondo americano.

Nel 1991 decide di convertirsi all’islamismo e cambia nome in Mahmoud Abdul Rauf. Trova una pace interiore mai raggiunta prima, che gli infonde grande fiducia e determinazione. Per migliorare, rispetto alla scialba stagione da poco conclusa, inizia ad allenarsi anche 9 ore al giorno, alla ricerca di quel tiro perfetto che lo assillerà per tutta la sua carriera.

Al suo terzo anno in NBA sigla oltre 19 punti e 4 assist di media, venendo nominato come Most Improved Player dell’anno. L’anno successivo invece sfiora un’impresa storica, a coronamento dei suoi sforzi: fa registrare il 95, 6% di realizzazione ai tiri liberi, mancando di pochissimo il record ancora imbattuto di Calvin Murphy. Una percentuale mostruosa!

Poi, nel 1996 accade, lo spiacevole episodio dell’inno nazionale. Mahmud già da tempo aveva manifestato un forte dissenso verso simboli nazionalistici e ogni genere di patriottismo. Per questo, in molte partite mentre nel palazzetto veniva intonato l’inno lui restava nello spogliatoio, coperto dai compagni. Per puro caso, invece, il 14 marzo si trova in campo durante l’esecuzione dell’inno, ma pur di mantenere fede ai suoi principi, decide di compiere un gesto per cui verrà dannato in eterno.

Da lì la sua carriera subisce un brusco declino. Viene scambiato coi Sacramento Kings, ma le sue medie stagionali precipitano, l’opinione pubblica non lo ama affatto e, per questo, dopo i due anni di contratto decide di lasciare il basket professionistico americano.

Carriera finita? Ma neanche per sogno. Giocare gli piace da matti, è l’unico modo in cui riesce a liberarsi dai fantasmi dovuti alla sua sindrome. Per questo decide di andare a giocare in Europa, al Fenerbahce.
Dopo un anno però i problemi, anche di infortuni, riscontrati in America lo tormentano pure in Europa. Seppur a malincuore, decide di appendere le scarpe al chiodo.

Ma se si ha a che fare con Mahmud Abdul Rauf, mai dire mai. Infatti, neanche un anno e torna in NBA, stavolta ai Vancouver Grizzlies, dove però non trova la giusta continuità. Decide quindi di lasciare nuovamente il basket.
Inoltre, dopo essersi sposato con una sua vecchia amica del liceo, Mahmud inizia a trascorrere molti mesi dell’anno con la moglie in una villa a Gulfport, la cittadina del Mississippi in cui è nato. Ma un giorno, tornando nella sua residenza, la trova completamente vandalizzata da membri del Ku Klux Klan. Un atto barbaro che lo sconvolge profondamente.

Nel mezzo dei due anni di inattività, accade l’evento che scuote il mondo intero: l’11 settembre del 2001 vengono abbattute le Torri Gemelle. Mentre l’America intera piange le sue vittime e grida vendetta, la voce fuori dal coro di Abdul Rauf fa scalpore. Pur condannando l’atto terroristico, non si esime dall’incolpare la sua nazione, rea di aver commesso fin troppi soprusi ai danni dei popoli musulmani. E’ scandalo.

Di lì a poco Mahmud decide che è tempo di tornare a giocare e si trasferisce prima in Russia e poi, a 35 anni suonati, in Italia a Roseto, dove fa registrare ottime medie. Dopodichè, passa all’Aris Salonicco, per poi spostarsi in Arabia Saudita e infine terminare la propria carriera a Kyoto, in Giappone, all’età di 41 anni.

A distinguere Mahmoud Abdul Rauf da qualsiasi altro atleta, c’è sola una cosa: la necessità di dover decidere. In quarta elementare, è lui che decide di farsi bocciare perche non riesce più a sopportare quei tremendi attacchi, così come quando inizia a giocare a basket è lui che sceglie di passare ore e ore ad allenarsi pur di raggiungere il “tiro perfetto”. La conversione all’islam è una sua scelta intima, così come il rifiuto di intonare l’inno è frutto di una sua decisione personale molto difficile, ma per lui necessaria. E’ perennemente costretto a trovarsi davanti a delle scelte, ma non gli importa cosa pensano gli altri di lui, perché è alla ricerca di una pace interiore.

E se pensate che Mahmoud abbia smesso di prendere decisioni importanti, vi sbagliate di grosso. Nel 2014 si è scoperto che Ammar, uno dei cinque figli di Mahmoud, era malato di cancro. Ma, per fortuna, dopo mesi di lotte, nel gennaio del 2015 con un comunicato ha fatto sapere che Ammar ha vinto la lotta contro il tumore.

Sono stati momenti difficili per Mahmud che, però, è rimasto ancorato alle proprie convinzioni e alla propria fede. E’ andato avanti e continuerà così, facendo quello che ha sempre fatto: decidere per la propria vita.

 

 

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Ci vuole un fisico bestiale: LeBron James e il segreto dell’eterna giovinezza

Emanuele Sabatino

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Probabilmente la NBA non ha mai visto prima di Lebron James un giocatore di 203 cm con una forza devastante ed un’intelligenza cestistica così elevata. Una talento e una fisicità imparabili ed una longevità rarissima da trovare. Il segreto del “Chosen One” è quello di prendersi estremamente, compresi i piccoli dettagli, cura del proprio corpo. Per farlo non bada a spese infatti l’importo totale annuo alla voce “cura del corpo” si aggira intono al milione e mezzo di dollari.

Non solo, la casa di LBJ è un vero e proprio laboratorio con un team di specialisti che lo aiutano costantemente a stare al top della forma. Tra questi un ex Navy SEAL che l’aiuta nel migliorare la sua biomeccanica, ovvero la forza del core (addominali), un coach per il riposo, trainer vari, uno chef personale e massaggiatori. James dentro casa ha la vasca ghiacciata, quella bollente, una palestra completa e soprattutto una camera iperbarica.

Il suo ex compagno di squadra Mike Miller ha detto che James tratta la cura del suo corpo come un investimento, sicuro che verrà ripagato. In effetti facendo calcoli molto semplici questa costosissima cura del corpo se gli garantirà, e lo sta facendo, più anni al top e quindi di contratto è un investimento assolutamente vincente. Tutti quelli che conoscono James sanno che ha una cura maniacale, financo religiosa,  per il proprio corpo e la propria salute.

Nel 2015 venne rivelato per la prima volta il protocollo seguito dal “Chosen One” per rimanere al top: bere bevande ad alto contenuto di elettroliti nel post gara, fare spesso uso di elettrostimolazioni e vestiti speciali per far scorrere il sangue durante i viaggi aerei.

Lebron James è l’esempio che dimostra che per quanto la fortuna e la natura sia stata benevola con lui, donandogli talento ed un fisico bestiale, senza la cura maniacale dei dettagli sarebbe stato un giocatore fortissimo ma forse non il più forte di tutti per così tanto tempo. La testa del campione si vede proprio qui: dopo 15 anni ad altissimi livelli, una volta ottenuto tutto quello che si desidera, ricerca ancora il dettaglio che fa la differenza per rimanere al top ed essere il più forte di tutti, adesso e per alcuni di tutti i tempi.

 

 

 

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Kobe Bryant: -Acta est fabula, plaudite!-

Born in the post

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Il 14 Aprile di due anni fa ci svegliavamo con l’amaro ancora in bocca. Nella notte, Kobe Bryant con 60 punti si ritirava, lasciando al Basket la sua eredità, la sua impronta che, per certi versi, sarà difficile da eguagliare.

Siete mai stati a teatro ?

Velluto rosso ovunque, morbido alla vista oltre che al tatto. Platee colme di poltrone talmente appariscenti che ti attraggono magneticamente, talvolta anche troppo, tanto da farti crollare tra i loro bracciali qualora non riuscissi a fare l’amore con la messa in scena. Lampadari dorati che scendono come cascate da soffitti verosimilmente stanchi di essere violati nell’intimità dai più stravaganti sconosciuti ben vestiti per l’occasione.

Il sipario che si apre fa comparire due strade di fronte agli occhi dello spettatore, che non ha libero arbitrio circa la via da imboccare. Perché il teatro non lo controlli, decide lui come trattarti. Può chiuderti le palpebre ed immergerti in un mondo parallelo, farti pulsare il sangue nelle vene fino a farti sentire vivo, trasportando sia il tuo cuore che la tua mente in un viaggio che ti fa assaporare qualsiasi tipo di sentimento. Per qualche ora puoi essere il suo amante segreto, finendo per rimanerne tramortito, quasi incredulo.

Oppure sceglie di lasciarti fuori da tutto questo. Opta per annoiarti, sbattendoti in faccia la porta di quell’universo meraviglioso. Quando parlo di noia, intendo sbadigli su sbadigli che ti costringono a disprezzare il luogo medesimo oltre che lo spettacolo. E a quel punto non vedi l’ora che si concluda. Odi tutti quelli che appaiono assorti e ti guardano come il peggiore degli insensibili. Per non sentirti a disagio provi con fatica a sfondare quel muro, ma ogni tentativo risulta vano.

Io ho sempre pensato di far parte di quest’ultima cerchia di persone. Insomma, per anni sono stato quello che una volta seduto si addormentava, spesso prima che tutto iniziasse. Ero convinto che in qualche modo non potessi rientrare tra i pochi eletti aventi la fortuna di fare amicizia con quella realtà illusoria.

L’ho creduto fino al 13 Aprile scorso, quando in un’arena losangelina andava in scena, in maniera “so Hollywood”, l’ultimo atto del Macbeth shakespeariano. Stavolta però, il protagonista non era quel Michael Fassbender la cui interpretazione sarebbe potuta essere meritevole di Premio Oscar, ma il più grande attore dell’epoca moderna: Kobe Bean Bryant.

Un’esperienza mistica che mi ha consumato, che ha preso il me stesso bambino e l’ha nutrito con l’essenza delle emozioni più profonde. Ho assaggiato la purezza del vero amore, la gioia a tratti orgasmica della vittoria e il barbaro dolore della sconfitta. Alla fine, guardandomi allo specchio, ho finalmente capito di aver vissuto inconsciamente per vent’anni in un’opera teatrale.

È incredibile come la storia scritta dal più famoso poeta inglese assomigli alla carriera, e perché no anche alla vita, di Kobe Bryant.

Kobe è il generale Macbeth.

È la compulsiva brama di potere, il sangue che idealmente ha fatto scorrere in ogni luogo d’America per poterlo raggiungere. È l’iniezione di ogni goccia amara derivante dalle sconfitte per diventare completamente privo di compassione.

Bryant ha preso il furore agonistico e ha soffocato la sua coscienza poco a poco, pesi dopo pesi, canestri su canestri. È diventato un tiranno. Ha ascoltato le tre streghe del componimento di Shakespeare sussurrargli “Il bello è il brutto, il brutto è il bello” e ha deciso che quell’esclamazione l’avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni, fino a diventare l’epitaffio sulla sua lapide sportiva, invertendo completamente i rapporti tra etica e morale di cui avevamo letto sui libri di filosofia fino a quel momento.

Ha distrutto i Pacers di Reggie Miller, i 76ers di Iverson, i Nets di Jason Kidd, i Magic di Howard e i Celtics dei Big Three, nell’ultimo caso vendicandosi con rabbia del trattamento da lesa maestà ricevuto nelle Finals del 2008. Si è seduto su quello che possiamo considerare il suo trono di Scozia. Si è fatto attanagliare dal terrore di perderlo e ha parlato a quattr’occhi coi demoni della paura, stringendo un patto che lo avrebbe visto compiere qualsiasi atto pur di non dover cedere lo scettro.

Si è dovuto arrendere e ha continuato a cospirare impotente, da solo contro tutti. Si è satollato di orrori durante gli anni in cui non riusciva ad andare oltre il primo turno di Playoffs, e vedeva migliaia di ore passate in palestra cadere nel dimenticatoio.


Kobe vive a metà nell’eterna dicotomia tra bene e male e, sebbene sia lui stesso in una recente pubblicità in cui è testimonial ad affermare “Don’t love me. Hate me”, ancora oggi non sappiamo se definirlo antieroe senza scrupoli o vittima di se stesso.

Avete capito bene, perché sono sicuro che una sfumatura del 24 in purple&gold non desiderasse far prendere il sopravvento al lato oscuro. È la parte che lo avrebbe reso simile a suo padre, quel “Jellybean” il cui epiteto ne descriveva perfettamente l’indole, da cui il figlio ha preso sovente le distanze. C’è stato un momento in cui Kobe non sapeva se volesse veramente essere quello che è stato. Era esitante. È qui che entra in gioco la sua ambizione ossessiva.

È quella che lo ha spinto ad essere contemporaneamente un grande re ed un villano, ogni minuto trascorso sul parquet. È stata la sua Lady Macbeth e tutti quanti ne abbiamo visto la genesi, la crescita e, al termine dell’ultima partita contro i Jazz, la morte.

Un epilogo che fa interrogare chiunque lo abbia amato, odiato e rispettato; che mette a nudo il nostro io e lo intima velatamente ad ascoltare la ragione a discapito della lusinga.

Acta est fabula, plaudite!- così si chiudeva la rappresentazione nel teatro antico.

Mamba outcosì scompare dietro il palco Kobe Bryant.

Batte le mani anche Jack.

Potete aprire gli occhi. É tutto finito.

Sipario.

Daniele Quetti – Born in the Post

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James Harden: Genesi della Barba più famosa del Pianeta

Lorenzo Martini

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Di solito questi articoli si scrivono a fine Regular Season o dopo i Playoff, per decantare le gesta di un giocatore durante tutta la stagione. Ma per un tipo fuori dagli schemi come James Harden è giusto fare un’eccezione. Perchè il Barba si sta affermando sempre più come il protagonista assoluto di quest’annata, guidando i suoi Rockets al comando della Lega e predicando basket in lungo e in largo.

Ma per James non è stato facile arrivare fino a questo punto, gli ostacoli da fronteggiare non sono mancati. Anzitutto, l’asma: Harden fin da piccolo soffre di una grave forma d’asma, che causava forti attacchi di tosse e gli impedivano di giocare troppo a lungo. Nulla di drammatico, intendiamoci, ma spesso sono i dettagli a decidere chi emerge e chi resterà per sempre nell’ombra.

In secondo luogo, James deve fare i conti con il difficile ambiente dove è nato. Si scrive Rancho Dominguez, si legge criminalità. Perché nel piccolo sobborgo di Compton, a due passi da Los Angeles,  la legge viene fatta rispettare a fatica, mentre le gang malavitose pullulano per le strade adescando i più deboli. E tra le maglie della criminalità locale cade anche James Senior, il papà del piccolo Harden. Dopo gli anni da ufficiale in marina, anche lui si lascia trascinare in questa spirale di delinquenza e tra droga e piccoli furti si ritrova ben presto dietro le sbarre. Di fatto l’unico contatto che avrà col figlio sarà durante i colloqui in prigione.

 

Ma malgrado la violenza per le strade, Rancho Dominguez un pregio ce l’ha: i campetti da basket. Lì puoi trovare gente che con lo Spalding tra le mani sa fare di tutto, e quale posto migliore per passare i pomeriggi? James vive nei playground ed è lì che, tra il rimbombo di un proiettile e il suono di un sirena, si crea una reputazione. Del resto incarna lo stereotipo del giocatore moderno: alto, atletico, scattante, ma anche molto molto tecnico. Anche troppo per i suoi avversari, che spesso devono alzare bandiera bianca quando lui si presenta sul campo.

Ma Harden non eccelle solo sui campetti. Anche a scuola si distingue come uno studente modello, tanto perspicace quanto scrupoloso e serio. Peccato però che nella scuola di Rancho Dominguez gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno. Decide allora di intervenire mamma Monja. La signora Willis ha la fortuna di lavorare all’AT&T, una delle compagnie telefoniche più note al mondo, e sceglie così di investire parte del suo stipendio nell’educazione del figlio. Lo iscrive per questo alla Artesia High School di Lakewood, a una ventina di chilometri da casa, dove non solo l’offerta formativa è ottima,ma anche la squadra di basket è tra le più competitive. E James si convince in breve, soprattutto dopo aver scoperto che il suo idolo d’infanzia Jason Kapono ha militato proprio in quella squadra.

Nella nuova scuola il problema ambientale è risolto, resterebbe solo la questione legata all’asma. Ma per quello ci pensa la divina provvidenza: dopo anni e anni controlli, con la crescita la tosse asmatica viene meno. Si può finalmente iniziare a pensare in grande.

Alla Artesia James aumenta notevolmente il suo livello di gioco. Non solo diventa letale in penetrazione, ma dimostra un QI cestistico sopra la media, vincendo per due anni consecutivi il titolo statale. Le università fanno a gara per accaparrarsi i suoi talenti, ma alla fine lui opta per Arizona State: qui vive due stagioni in continuo miglioramento, ma la squadra non gira e le soddisfazioni latitano. E se questa mancanza di risultati avesse un effetto negativo sul Draft del 2009?

Per fortuna ci pensa Sam Presti a sventare questo pericolo. Il GM dei Thunder resta letteralmente affascinato da Harden, al punto di puntare tutto su di lui. E’ così che, contro i pronostici iniziali, Oklahoma lo seleziona con la terza scelta assoluta.

Da allora di cose ne sono cambiate. Anzitutto, The Beard entra nelle Lega come specialista difensivo. Il che fa sorridere, visto che negli anni è stato spesso e volentieri etichettato come un pessimo difensore, un telepass che risulta deleterio nella propria metà campo. Critiche sacrosante e più che giustificate, di cui però negli ultimi tempi sembra essersi liberato grazie a prestazioni difensive perlomeno dignitose.

Ad essere cambiato è anche il ruolo nelle propria squadra. A Okc per anni ha rivestito le vesti di sesto uomo ( nel 2012 fu anche eletto Sixth Man of the Year), colui che doveva spaccare il match entrando dalla panchina. Ora a Houston è il go-to-guy, l’indiscussa stella della squadra, il leader dello spogliatoio. Una condizione resa ancor più netta con l’arrivo in panca di coach D’antoni, che non solo lo ha trasformato in un playmaker, responsabilizzandolo, ma gli ha consegnato le chiavi della squadra, rendendolo il motore, il cuore pulsante dei Rockets.

 A cambiarlo sono stati anche gli incredibili record siglati sul parquet. Come ad esempio la storica tripla doppia da 53 punti, 17 assist e 16 rimbalzi messa a segno  la notte di Capodanno 2016 contro i New York Knicks. Oppure la prima tripla doppia da 60 punti di sempre, messa a referto contro gli Orlando Magic lo scorso gennaio. Prestazioni che lasciano il tempo che trovano, ma comunque mostruose.

Però di pari passo con i record infranti sono giunte anche parecchie delusioni. Al di là della mancata conquista del titolo – le Finals del 2012 in maglia Thunder contro gli Heat di Lebron e le WC Finals del 2015 contro i Warriors le delusioni più cocenti -, per ben due volte il titolo di MVP gli è sfumato per un nonnulla. In molti sostengono che almeno uno di quei titoli gli sarebbe spettato, ma è inutile starne ancora a discutere. Di sicuro in entrambi i casi le motivazioni per non assegnarglielo non sono mancate: la competizione con due stelle del calibro di Curry e Westbrook, le sue croniche lacune difensive, l’inconsistenza nei momenti clou di partite importanti – ad esempio l’oscena prestazione in gara 6 gli scorsi playoff contro gli Spurs, che decretò l’uscita di scena dei Rockets -.

Una sola la costante nella carriera di James Harden: la sua Barba. Un segno distintivo tanto banale quanto rappresentativo della sua persona, del suo atteggiamento, del suo stile. Quella barba così retrò che lo accompagna da sempre, dagli anni del College, quando era un’icona a Arizona State, fino ad oggi. Ogni sera, con quella barba d’altri tempi, con quelle movenze lente e sincopate, con quella classe unica.

 Ma è giunto il momento che questa classe porti i suoi frutti. Quest’anno il titolo di MVP sembra vicino più che mai, ma non è questo il principale obiettivo. Il Barba vuole vincere.  E a differenza degli scorsi anni può contare su un secondo violino come Chris Paul, un altro campione assetato di vittorie. Malgrado il record in Regular Season i Warriors restano gli avversari da battere. E se il Barba riuscisse a rovinargli la festa? Con dei Rockets in questo stato, nulla è impossibile.

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