Che cos’è una favola? Spesso questo termine viene applicato allo sport, quando a compiere imprese epiche sono squadre o atleti poco accreditati, magari provenienti dal basso e con storie tetre e burrascose alle spalle. Nelle ultime settimane si fa gran parlare della “favola Sassuolo”, usando impropriamente questo sostantivo.  Una favola che si rispetti, infatti, non ha un mecenate ricco e potente alle spalle, e non provoca polemiche e proteste ovunque giochi. Perché abitualmente gioca nella sua casa, nella sua città e davanti al proprio pubblico. Il Bologna della stagione 1998/1999, ad esempio, sfiorò la finale di Coppa Uefa partendo dall’Intertoto. Dall’Ara sempre pieno e Carletto Mazzone a rinfocolare la leggenda dello “Squadrone che tremare il mondo fa”. Così come il Genoa e il Torino della Coppa Uefa 1991/1992, fermati soltanto dall’Ajax, rispettivamente in semifinale e finale. Oppure, per rimembrare tempi più recenti, l’Alessandria di Gregucci, capace di farsi spazio, lo scorso anno, nella Coppa Italia costruita ad hoc per le grandi squadre, arrivando in semifinale. Eppure nessuno di questi casi ebbe un esagerato risalto mediatico come quello del club emiliano. Basta seguire un qualsiasi collegamento Sky e aprire un qualsiasi quotidiano per sentire e leggere lodi a Squinzi (ex Presidente di Confindustria), al suo modello e a quanto questo debba essere il futuro del nostro pallone. Ma è davvero così? Cominciamo con l’inquadrare la Mapei, nota azienda di cui Squinzi è proprietario e che, come riportato da uno specchietto pubblicato da Il Venerdì di Repubblica di qualche tempo fa, si attesta al quinto posto per fatturato tra le aziende che sono dietro ai club di Serie A (alle spalle di Juventus, Milan, Inter e Bologna). Già questo abbatte un principio cardine di ogni favola che si rispetti: la povertà e la semplicità del suo protagonista. Così come l’aver abbandonato ormai da anni lo stadio Ricci (peraltro inutilizzato anche negli anni di B, nonostante con la volontà di Squinzi questo fosse più che possibile) ne smonta un altro punto fondamentale: quello del piccolo centro di provincia che affronta i giganti d’Italia e d’Europa.

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Di fatto nel paesino emiliano i grandi club non hanno mai messo piede. Cosa che ha suscitato anche le critiche del tifo organizzato sassolese, da sempre contrario alla disputa delle gare in eterna trasferta, eloquente il coro “Questo stadio non ci appartiene”, così come la manifestazione condotta proprio assieme ai tifosi granata prima e durante Sassuolo-Chievo dell’8 dicembre 2013, la domenica successiva all’acquisizione ufficiale del Città del Tricolore da parte di Squinzi. E a suffragare ciò c’è anche un aspetto legato alla stagione 2013/2014, la prima in A. Con la squadra impelagata nella zona retrocessione a gennaio il club ha potuto operare un vero e proprio repulisti, acquistando ben 11 giocatori all’irrisoria cifra di 2,5 milioni di Euro. Cosa pressoché impossibile per gli altri sodalizi in lotta per non retrocedere e certamente facilitata dalla maggiore disponibilità e dai buoni rapporti con il calcio “che conta” da parte del Patron neroverde. Nulla di illecito, sia chiaro. Ma un dato incontrovertibile.

L’arrivo del Sassuolo a Reggio Emilia ha inoltre provocato numerose proteste, sull’onda di quanto era già avvenuto a Modena negli anni precedenti. Squinzi, partecipando a una regolare asta, ha acquisito lo stadio Città del Tricolore (anche detto Giglio, primo stadio di proprietà, inaugurato nel 1995 con Reggiana-Juventus di campionato), apportando sicuramente moltissime migliorie e restituendo una maggiore fruibilità all’impianto. “Mapei ha comprato lo stadio tramite operazione di cessione di credito; senza dir nulla ha fatto l’offerta, il metodo è stato sbagliato”, commenta l’On. Mauro Del Bue, assessore ai tempi della giunta Delrio. Ciò che non va giù a gran parte della tifoseria granata è l’aver voluto completamente snaturare lo stadio, coprendo e cancellando qualsiasi riferimento alla Reggiana (ne resta solo uno, in prossimità del settore ospiti) adempiendo a un comportamento che in molti disegnano teso a far diventare il Sassuolo la prima squadra della città. Eresia? Esagerazione? In tanti addossano la responsabilità di questa situazione alla politica, facendo, neanche in maniera tanto velata il nome di Graziano Delrio, attuale Ministro dei Trasporti e sindaco di Reggio dal 2004 al 2013. Di sicuro, essendo uno dei punti cardine del governo Renzi, il ministro avrebbe potuto indirizzare in altra maniera sia l’avvento del Sassuolo in città che l’asta per lo stadio, ora Mapei Stadium-Città del Tricolore. Federico Lopez Campani, tifoso reggiano già protagonista di due reportage sull’argomento (consultabili qui e qui) sottolinea come: “Il comune ha partecipato all’asta per lo stadio, giocando però a carte scoperte e rendendo nota l’offerta che avrebbe fatto. Per la Mapei è stato così molto semplice giocare al rialzo. Si poteva fare una cordata tra Squinzi e imprenditori reggiani, magari quote 80-20, si risistemava lo stadio, anche con le relative sponsorizzazioni, e nessuno avrebbe detto nulla. È tutto quello che c’è dietro a fare rabbia. Riteniamo esemplificativo il giorno di Sassuolo-Fiorentina (2013), con la presenza di Delrio, Squinzi e Renzi”.

Reggio sembra essere spaccata in due. “Molti di quelli che non hanno mai seguito il calcio – spiega Campani –  sostengono che la Mapei abbia fatto il bene della città, riportando la Serie A e risistemando lo stadio. In realtà le testimonianze dei negozianti certificano come gli unici a giovare un po’ della presenza dei neroverdi siano gli esercenti de I Petali, il centro commerciale all’interno dello stadio. Inoltre c’è una costante mistificazione dei numeri. I media parlano di rado dei i paganti effettivi, incrementando sovente le presenze (basti pensare che per Sassuolo-Stella Rossa Sky ha parlato ripetutamente di 10.000 paganti, mentre il dato reale è di 6.861, di cui oltre mille serbi, tutto facilmente consultabile su numerosi giornali ndr). Basterebbe guardare una foto di Reggiana-Bassano, semifinale playoff Lega Pro di due anni fa, per rendersi conto di come in quel caso ci fossero il doppio degli spettatori che generalmente fa realmente registrare il Sassuolo”. Altro punto cardine della politica condotta dalla società neroverde, e contestata dal pubblico reggiano, è il proselitismo, ritenuto scorretto dai granata: “Ovviamente vendere biglietti a tariffe agevolate e regalare tagliandi alle scuole, dove spesso sono presenti per parlare di etica dello sport – spiega – semplifica l’afflusso del pubblico. I reggiani che vanno a vedere il Sassuolo, spesso fanno l’abbonamento per assistere a poche partite durante l’anno, quelle contro le grandi squadre. Mentre attorno esiste un vero e proprio sistema mediatico che vuole sempre più il Sassuolo come la prima squadra della città”. Un modus operandi che sicuramente elide quel collante tra calcio e territorio che da sempre rende questo sport popolare, identitario e fonte di passione.

Proprio sui giovani si basa uno dei nodi fondamentali della vicenda. “Hanno contattato molti ragazzini del settore giovanile della Reggiana per portarli a Sassuolo e quanto successo al Torneo Cavazzoli di quest’anno la dice lunga su quale siano le loro mire. Questo torneo, composto da 30-40 squadre giovanili della provincia di Reggio – continua – si svolge tradizionalmente al Città del Tricolore, e in passato al Mirabello, mentre quest’anno il Sassuolo ha inizialmente negato l’utilizzo dello stadio perché in prossimità si sarebbe dovuta svolgere la finale di Champions League femminile. Alla fine hanno fatto un passo indietro, ma a presenziare durante la cerimonia c’era il sindaco di Sassuolo (che dista 20 km ed è compreso nella provincia di Modena) e ovunque erano apposte effigi neroverdi. Nonostante questo evento sia da sempre un simbolo della Provincia di Reggio Emilia”. Ultimo episodio, in ordine cronologico, a far scaturire le proteste dei tifosi reggiani è stato il diniego della società sassolese per l’utilizzo dello stadio in vista del match di Coppa Italia contro il Feralpi Salò (31 luglio scorso), a causa di lavori in corso al Città del Tricolore. L’inversione di campo non ha certo suscitato l’approvazione dei supporter (i quali hanno inscenato una manifestazione che faceva seguito a quella di qualche tempo prima durante le finali del campionato Primavera e a quella datata 2014, durante il Trofeo Tim, con corteo e cori), così come il silenzio della Reggiana che nel frattempo ha conosciuto un cambio al timone, con l’arrivo di Mike Piazza al posto del contestatissimo Alessandro Barilli e, si sussurra, un possibile risanamento dei rapporti con Squinzi per venire a capo di questa situazione.

Insomma, verrebbe da dire che non è tutto oro quel che luccica. Immaginate per un istante il Sassuolo che sfida la Stella Rossa in un rinnovato stadio Ricci e un club che si fa grande all’interno delle proprie mura cittadine, senza creare polemiche e malumore in altre città che, in quanto a calcio, vantano storie ormai centenarie e meriterebbero almeno la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Non vi pare, questo, un po’ più romantico e cavalleresco? Sbaglia chi sostiene che seguire un club solo in base alla categoria e ai risultati sportivi è quanto di più grigio e asettico possa esserci? Ci piace pensare che in una bandiera o in una sciarpa si possa vedere ben altro che la mera sete di successi, a costo di tutto, anche delle tradizioni e dei sentimenti.

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