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Giochi di palazzo

Ma il Sassuolo è davvero una favola?

Simone Meloni

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Che cos’è una favola? Spesso questo termine viene applicato allo sport, quando a compiere imprese epiche sono squadre o atleti poco accreditati, magari provenienti dal basso e con storie tetre e burrascose alle spalle. Nelle ultime settimane si fa gran parlare della “favola Sassuolo”, usando impropriamente questo sostantivo.  Una favola che si rispetti, infatti, non ha un mecenate ricco e potente alle spalle, e non provoca polemiche e proteste ovunque giochi. Perché abitualmente gioca nella sua casa, nella sua città e davanti al proprio pubblico. Il Bologna della stagione 1998/1999, ad esempio, sfiorò la finale di Coppa Uefa partendo dall’Intertoto. Dall’Ara sempre pieno e Carletto Mazzone a rinfocolare la leggenda dello “Squadrone che tremare il mondo fa”. Così come il Genoa e il Torino della Coppa Uefa 1991/1992, fermati soltanto dall’Ajax, rispettivamente in semifinale e finale. Oppure, per rimembrare tempi più recenti, l’Alessandria di Gregucci, capace di farsi spazio, lo scorso anno, nella Coppa Italia costruita ad hoc per le grandi squadre, arrivando in semifinale. Eppure nessuno di questi casi ebbe un esagerato risalto mediatico come quello del club emiliano. Basta seguire un qualsiasi collegamento Sky e aprire un qualsiasi quotidiano per sentire e leggere lodi a Squinzi (ex Presidente di Confindustria), al suo modello e a quanto questo debba essere il futuro del nostro pallone. Ma è davvero così? Cominciamo con l’inquadrare la Mapei, nota azienda di cui Squinzi è proprietario e che, come riportato da uno specchietto pubblicato da Il Venerdì di Repubblica di qualche tempo fa, si attesta al quinto posto per fatturato tra le aziende che sono dietro ai club di Serie A (alle spalle di Juventus, Milan, Inter e Bologna). Già questo abbatte un principio cardine di ogni favola che si rispetti: la povertà e la semplicità del suo protagonista. Così come l’aver abbandonato ormai da anni lo stadio Ricci (peraltro inutilizzato anche negli anni di B, nonostante con la volontà di Squinzi questo fosse più che possibile) ne smonta un altro punto fondamentale: quello del piccolo centro di provincia che affronta i giganti d’Italia e d’Europa.

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Di fatto nel paesino emiliano i grandi club non hanno mai messo piede. Cosa che ha suscitato anche le critiche del tifo organizzato sassolese, da sempre contrario alla disputa delle gare in eterna trasferta, eloquente il coro “Questo stadio non ci appartiene”, così come la manifestazione condotta proprio assieme ai tifosi granata prima e durante Sassuolo-Chievo dell’8 dicembre 2013, la domenica successiva all’acquisizione ufficiale del Città del Tricolore da parte di Squinzi. E a suffragare ciò c’è anche un aspetto legato alla stagione 2013/2014, la prima in A. Con la squadra impelagata nella zona retrocessione a gennaio il club ha potuto operare un vero e proprio repulisti, acquistando ben 11 giocatori all’irrisoria cifra di 2,5 milioni di Euro. Cosa pressoché impossibile per gli altri sodalizi in lotta per non retrocedere e certamente facilitata dalla maggiore disponibilità e dai buoni rapporti con il calcio “che conta” da parte del Patron neroverde. Nulla di illecito, sia chiaro. Ma un dato incontrovertibile.

L’arrivo del Sassuolo a Reggio Emilia ha inoltre provocato numerose proteste, sull’onda di quanto era già avvenuto a Modena negli anni precedenti. Squinzi, partecipando a una regolare asta, ha acquisito lo stadio Città del Tricolore (anche detto Giglio, primo stadio di proprietà, inaugurato nel 1995 con Reggiana-Juventus di campionato), apportando sicuramente moltissime migliorie e restituendo una maggiore fruibilità all’impianto. “Mapei ha comprato lo stadio tramite operazione di cessione di credito; senza dir nulla ha fatto l’offerta, il metodo è stato sbagliato”, commenta l’On. Mauro Del Bue, assessore ai tempi della giunta Delrio. Ciò che non va giù a gran parte della tifoseria granata è l’aver voluto completamente snaturare lo stadio, coprendo e cancellando qualsiasi riferimento alla Reggiana (ne resta solo uno, in prossimità del settore ospiti) adempiendo a un comportamento che in molti disegnano teso a far diventare il Sassuolo la prima squadra della città. Eresia? Esagerazione? In tanti addossano la responsabilità di questa situazione alla politica, facendo, neanche in maniera tanto velata il nome di Graziano Delrio, attuale Ministro dei Trasporti e sindaco di Reggio dal 2004 al 2013. Di sicuro, essendo uno dei punti cardine del governo Renzi, il ministro avrebbe potuto indirizzare in altra maniera sia l’avvento del Sassuolo in città che l’asta per lo stadio, ora Mapei Stadium-Città del Tricolore. Federico Lopez Campani, tifoso reggiano già protagonista di due reportage sull’argomento (consultabili qui e qui) sottolinea come: “Il comune ha partecipato all’asta per lo stadio, giocando però a carte scoperte e rendendo nota l’offerta che avrebbe fatto. Per la Mapei è stato così molto semplice giocare al rialzo. Si poteva fare una cordata tra Squinzi e imprenditori reggiani, magari quote 80-20, si risistemava lo stadio, anche con le relative sponsorizzazioni, e nessuno avrebbe detto nulla. È tutto quello che c’è dietro a fare rabbia. Riteniamo esemplificativo il giorno di Sassuolo-Fiorentina (2013), con la presenza di Delrio, Squinzi e Renzi”.

Reggio sembra essere spaccata in due. “Molti di quelli che non hanno mai seguito il calcio – spiega Campani –  sostengono che la Mapei abbia fatto il bene della città, riportando la Serie A e risistemando lo stadio. In realtà le testimonianze dei negozianti certificano come gli unici a giovare un po’ della presenza dei neroverdi siano gli esercenti de I Petali, il centro commerciale all’interno dello stadio. Inoltre c’è una costante mistificazione dei numeri. I media parlano di rado dei i paganti effettivi, incrementando sovente le presenze (basti pensare che per Sassuolo-Stella Rossa Sky ha parlato ripetutamente di 10.000 paganti, mentre il dato reale è di 6.861, di cui oltre mille serbi, tutto facilmente consultabile su numerosi giornali ndr). Basterebbe guardare una foto di Reggiana-Bassano, semifinale playoff Lega Pro di due anni fa, per rendersi conto di come in quel caso ci fossero il doppio degli spettatori che generalmente fa realmente registrare il Sassuolo”. Altro punto cardine della politica condotta dalla società neroverde, e contestata dal pubblico reggiano, è il proselitismo, ritenuto scorretto dai granata: “Ovviamente vendere biglietti a tariffe agevolate e regalare tagliandi alle scuole, dove spesso sono presenti per parlare di etica dello sport – spiega – semplifica l’afflusso del pubblico. I reggiani che vanno a vedere il Sassuolo, spesso fanno l’abbonamento per assistere a poche partite durante l’anno, quelle contro le grandi squadre. Mentre attorno esiste un vero e proprio sistema mediatico che vuole sempre più il Sassuolo come la prima squadra della città”. Un modus operandi che sicuramente elide quel collante tra calcio e territorio che da sempre rende questo sport popolare, identitario e fonte di passione.

Proprio sui giovani si basa uno dei nodi fondamentali della vicenda. “Hanno contattato molti ragazzini del settore giovanile della Reggiana per portarli a Sassuolo e quanto successo al Torneo Cavazzoli di quest’anno la dice lunga su quale siano le loro mire. Questo torneo, composto da 30-40 squadre giovanili della provincia di Reggio – continua – si svolge tradizionalmente al Città del Tricolore, e in passato al Mirabello, mentre quest’anno il Sassuolo ha inizialmente negato l’utilizzo dello stadio perché in prossimità si sarebbe dovuta svolgere la finale di Champions League femminile. Alla fine hanno fatto un passo indietro, ma a presenziare durante la cerimonia c’era il sindaco di Sassuolo (che dista 20 km ed è compreso nella provincia di Modena) e ovunque erano apposte effigi neroverdi. Nonostante questo evento sia da sempre un simbolo della Provincia di Reggio Emilia”. Ultimo episodio, in ordine cronologico, a far scaturire le proteste dei tifosi reggiani è stato il diniego della società sassolese per l’utilizzo dello stadio in vista del match di Coppa Italia contro il Feralpi Salò (31 luglio scorso), a causa di lavori in corso al Città del Tricolore. L’inversione di campo non ha certo suscitato l’approvazione dei supporter (i quali hanno inscenato una manifestazione che faceva seguito a quella di qualche tempo prima durante le finali del campionato Primavera e a quella datata 2014, durante il Trofeo Tim, con corteo e cori), così come il silenzio della Reggiana che nel frattempo ha conosciuto un cambio al timone, con l’arrivo di Mike Piazza al posto del contestatissimo Alessandro Barilli e, si sussurra, un possibile risanamento dei rapporti con Squinzi per venire a capo di questa situazione.

Insomma, verrebbe da dire che non è tutto oro quel che luccica. Immaginate per un istante il Sassuolo che sfida la Stella Rossa in un rinnovato stadio Ricci e un club che si fa grande all’interno delle proprie mura cittadine, senza creare polemiche e malumore in altre città che, in quanto a calcio, vantano storie ormai centenarie e meriterebbero almeno la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Non vi pare, questo, un po’ più romantico e cavalleresco? Sbaglia chi sostiene che seguire un club solo in base alla categoria e ai risultati sportivi è quanto di più grigio e asettico possa esserci? Ci piace pensare che in una bandiera o in una sciarpa si possa vedere ben altro che la mera sete di successi, a costo di tutto, anche delle tradizioni e dei sentimenti.

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17 Commenti

17 Comments

  1. Valerio

    agosto 24, 2016 at 10:32 pm

    Fulgido esempio di giornalismo scorretto e approssimativo… sempre a proposito di mistificazione e disinformazione….

  2. Fabio

    agosto 25, 2016 at 12:49 am

    Sentiamo, e per quale motivo sarebbe scorretto? Mi sembra che abbia riportato fonti e citato articoli, non gettando fango addosso a nessuno ma raccontando il suo punto di vista.

  3. ALESSANDRO BRAGLIA

    agosto 25, 2016 at 1:25 am

    10 e lode.

  4. Walter

    agosto 25, 2016 at 9:32 am

    …e perché “scorretto e approssimativo”? Illuminaci un po’…

  5. Fabio

    agosto 25, 2016 at 10:34 am

    L’esempio del Sassuolo è un esempio per il calcio del futuro e tu lo valuti con i criteri del passato remoto. Inoltre, retorica quanto vuoi, ma questo successo dei neroverdi dà l’esatta misura di quanto alla fine conti (e sia sempre contato) il tifo nel successo di una squadra. Un bel niente. Trovatevi qualcosa da fare la domenica.

  6. Valerio

    agosto 25, 2016 at 2:06 pm

    Particolarmente FAZIOSO il passaggio sul dato degli spettatori. Le medie stagionali delle due squadre non sono neanche lontanamente paragonabili! Probabilmente per Reggiana-Bassano c’erano i famosi occasionali che tanto criticano proprio i tifosi reggiani…vada a vedere una partita di campionato della Reggiana!! Fa comodo poi prendere a riferimento Sassuolo-Stella Rossa nella settimana di ferragosto e con il terrorismo fatto dai giornali sulla pericolosità dei tifosi serbi…perché non parliamo di Sassuolo-Lucerna invece, guarda caso in concomitanza con la manifestazione dei tifosi reggiani di cui parla nell’articolo. Perché non dice che in occasione di quella manifestazione c’erano decisamente più reggiani dentro al Mapei Stadium ben felici di vedere lo spettacolo di Sassuolo-Lucerna mentre fuori saranno stati al massimo 200 a protestare?! Anche questa è mistificazione?!?

    Meno male che il titolo del blog è “Io gioco pulito”…. non è per niente un articolo equo e obiettivo. Sembra fatto da un ultrà della Reggiana.

    • Orso Yoghi

      agosto 26, 2016 at 11:02 am

      Generalmente invece si registrano pienoni al Giglio, giusto? E non è assolutamente vero che il Sassuolo tarocca i dati degli spettatori presenti, giusto?

  7. Stefano

    agosto 25, 2016 at 2:35 pm

    Questo articolo è il classico esempio della mentalità mediocre del tifoso medio italiano. A Modena hanno fatto la guerra al Sassuolo per anni, pensando che fosse il cancro della città mentre sotto al loro naso Casari, Caliendo e Co. hanno distrutto una società che sta andando lentamente al collasso. Con uno stadio, il Braglia, che ormai sui seggiolini ha più merda di piccioni che spettatori. A Reggio hanno avuto un susseguirsi di presidenti uno più fallimentare dell’altro e a mio avviso i tifosi dovrebbero pensare a sostenere un presidente che sembra avere ambizioni serie per portare una piazza come Reggio dove merita, invece di fare una guerra inutile al Sassuolo che ha dimostrato di avere un progetto serio e sicuramente più concreto di quelli visti negli ultimi 15 anni sia a Modena che a Reggio Emilia.

  8. Claudio

    agosto 25, 2016 at 5:17 pm

    Fabio ma che belli i tuoi concetti. Che bello il calcio del futuro. Che idioti questi tifosi che ancora pretendono di avere un minimo di folklore e tradizione la domenica, dopo 6 giorni passati in una società sempre più standardizzata e senza emozioni. Scusaci, hai ragione tu, ci troveremo da far altro la domenica. Tu però ricordati che tra qualche anno dovrai andare a Fiorano per seguire il Sassuolo. E tutto questo perché Squinzi si sarà stancato del proprio giocattolino. Se puoi informarci su chi tiferai…

    • Fabio

      agosto 25, 2016 at 9:26 pm

      Tiferò chi mi pare mente tu ti farai prendere per i fondelli dell’ennesimo presidente fantoccio. E tu sarai arrabbiato, io no.

    • Alessandro

      settembre 14, 2016 at 12:06 am

      Claudio, andare a giocare in campetti di provincia è quello che stai facendo da 20 anni, e che facevi prima di aver avuto tre anni di gloria . Il tuo nuovo idolo Piazza secondo te è innamorato della maglia granata o forse vuole solo fare business, come ha candidamente dichiarato e dimostrato passando da voler comprare il Parma a comprare la Reggiana? Se fosse per noi tifosi del Sassuolo, giocheremo in CASA. Ma purtroppo ci dobbiamo accontentare…

  9. Orso Yoghi

    agosto 25, 2016 at 9:48 pm

    “Mentalità mediocre”, “Approssimativo”, “Scorretto”. Insomma, se non pensi che il Sassuolo sia il nuovo esempio calcistico o se la pensi diversamente dalla massa pecoreccia sei, giocoforza, un inetto. Poi magari ti parlano pure di democrazia e libertà di pensiero. Ma quando riuscite a tenere un discorso rispettando le tesi degli altri e smettendola di vedere sempre e comunque la malafede altrui?

  10. Filippo

    agosto 26, 2016 at 4:11 am

    Articolo ai limiti dell’incredibile,dati distorti e presunzione ad ogni riga,viene da chiedersi chi sia ‘sto genio che pensa che in quattro e quattr’otto si possa risolvere la cosa.

    • Orso Yoghi

      agosto 26, 2016 at 11:01 am

      Quali sarebbero questi dati distorti? Illuminaci.

  11. Brian

    agosto 26, 2016 at 11:42 am

    Mentre leggevo l’articolo pensavo: ok ma qual è il punto? Che cattivo questo presidente che rifà gli stadi, punta sui giovani e regala biglietti! Bello invece il vostro calcio sporco, antico, “folkloristico”, dove comandando le fecce come gli ultrà e i presidenti vi sfruttano per riciclare denaro. Svegliatevi imbecilli

  12. FAVOLEGGIANDO...

    agosto 29, 2016 at 11:09 am

    Sono un tifoso del Sassuolo e cerco di rispondere nel modo più obiettivo possibile ad un articolo tendenzioso che distorce la realtà e che cerca di creare rivalità e divisioni di cui non se ne sente il bisogno.
    Una favola, al di là dei soldi, è quella che ti fa sognare e io in questi giorni sto sognando grazie alla mia squadra del cuore: Magnanelli che parte dalla C2 con la maglia neroverde e arriva con la stessa maglia a giocare l’Europa League è una favola; Berardi che rifiuta il trasferimento alla grande Juve per continuare a giocare in neroverde col suo mentore Di Francesco è una favola; il piccolo Sassuolo che umilia ed elimina dall’Europa League la Stella Rossa Belgrado che ha in bacheca una Champions League è una favola. Ma a Reggio Emilia credete, solo voi, all’unica favola seconda la quale Squinzi avrebbe acquistato lo stadio in segreto e con metodi sbagliati. Ognuno è libero di credere alle favole che vuole ma l’acquisto da parte di Squinzi era l’unico possibile e quello economicamente più conveniente per tutti.
    La realtà è che Squinzi è stato accolto dalle istituzioni reggiane con inchini e tappeti rossi e i vostri cari amministratori se ne sono altamente fregati dei reggiani e della Reggiana perché mai e poi mai avrebbero dovuto permettere l’acquisto dello stadio da parte del patron di un’altra squadra. Vi hanno amministrato talmente bene che non siete neanche più padroni a casa vostra, ma nonostante tutto continuate a prendervela con Squinzi e con il Sassuolo.
    Confesso che nei vostri panni proverei un po di fastidio nel vedere giocare un’altra squadra nel mio ex stadio e premetto che io al Mapei Stadium non mi sentirò mai a casa perché non sono reggiano e preferirei vedere il Sassuolo giocare in un campetto sassolese piuttosto che sempre in trasferta però non ci posso fare niente come voi non potete farci niente se avete permesso ai vostri ‘condottieri’ di vendervi anche l’anima.
    Ricordo che la vostra prestigiosa squadra di basket, la Grissin Bon, ha raggiunto per due anni consecutivi la finale scudetto ma gioca le partite casalinghe in un palazzo dello sport (PalaBigi) inadeguato e ai limiti del regolamento. Come si suol dire, due indizi fanno una prova. A proposito, se vi fanno schifo i soldi di Squinzi perché permettete alla vostra squadra di basket di portare sulle maglie lo sponsor Mapei senza protestare?
    Auguro ai veri tifosi reggiani le migliori gioie sportive mentre a quelli che creano tensioni e divisioni auguro di continuare a rosicare. Forza Sassuolo. (Alberto Favali)

  13. nick

    settembre 9, 2016 at 3:26 pm

    Ho letto due articoli dello stesso giornalista e mi sembra molto retorico sul tifo e molto confuso sui risultati in bacheca delle diverse squadre…infatti arriverebbe a dire pur di avvalorare le sue tesi che la Lazio(mi sembra neanche 2) ha più scudetti della Juve; oppure che la Sampdoria e l’Hellas Verona non hanno mai vinto niente…. Anche se sono convinto del fatto che le romane(il giornalista è nato nel Lazio) non vinceranno mai più nulla e l’unica cosa che rimarrà a queste piazze sarà qualche coreografia di cartapesta e forse neanche questa…Probabilmente ha più possibilità di vincere qualcosa il Sassuolo che la Lazio e questo da fastidio a queste piazze ormai vetuste…e a qualche tifoso giornalista.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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