Dopo la drammatica storia di Serge Ibaka, eccone un’altra che riguarda uno dei personaggi più rappresentativi del movimento cestistico africano. Un giocatore che, pur sulla via del tramonto, ha saputo costruirsi un’invidiabile carriera NBA, condita con due convocazioni all’All Star Game. Un difensore arcigno, un tiratore affidabile, un cestista di grande intelligenza. In poche parole, Luol Deng.

 Luol Ajou Deng nasce il 16 aprile 1985 a Waw, piccola città lontana oltre 600 km dalla capitale sud sudanese Giuba. Fa parte della tribù dei Dinka, conosciuta in tutto il mondo per la spropositata altezza dei suoi membri. E’ l’ultimo di 9 figli, e il padre Aldo è Ministro dei Trasporti sudanese e siede in Parlamento, il che permette alla famiglia Deng un minimo di agiatezza economica.

Ma la seconda guerra civile sudanese è alle porte. Un conflitto sanguinosissimo durato circa vent’anni, conclusosi solo nel 2005 con un bilancio terrificante di quasi due milioni di morti e quattro milioni di profughi. E il papà Aldo, comprendendo la gravità della situazione, sul finire degli anni ’80 decide di far espatriare la sua famiglia, trovandole una sistemazione in Egitto.

Ma l’anno dopo, quando il padre è pronto a raggiungere la sua famiglia, viene bloccato dalle autorità sudanesi e incarcerato per tre lunghi mesi. Sono momenti difficilissimi per il piccolo Luol: non solo è costretto a vivere in un Paese sconosciuto, in una casa minuscola da condividere con la madre e gli otto fratelli, ma è in costante apprensione per le sorti del padre, del quale per lunghi periodi non si hanno più notizie.

L’unica via per aprirsi alla nuova realtà è uscire di casa coi suoi fratelloni, che hanno preso l’abitudine di andare a giocare in polverosi campetti in cemento. E’ in questo modo che il piccolo Deng entra a contatto col basket. Lui sta lì, li guarda e si innamora di quella palla arancione. Poi una volta decidono di farlo giocare e lui, piccolissimo, dimostra una propensione fuori dal comune per quello sport. Un talento cristallino.

 Il caso vuole che Luol conosca un maestro che gli cambierà la vita: il leggendario Manute Bol. Sì, proprio lui, un giocatore simbolo della Lega, coi suoi vertiginosi 2.31 metri di altezza coi quali s’era distinto come cestista più alto di sempre in NBA. Inoltre i due provengono dalla stessa tribù Dinka, il che fa sì che Manute prenda a cuore il piccolo Luol e gli faccia da mentore nella sua crescita cestistica e umana.

E nel 1993 arriva una splendida notizia. Papà Aldo non solo sta bene, ma è riuscito ad ottenere per lui e la sua famiglia asilo politico a Londra. E’ così che Luol si trasferisce ancora, stavolta col sorriso sulle labbra perché diretto in una delle città più cosmopolite del globo. Qui per lui non è facile l’adattamento, ma riesce ad integrarsi proprio grazie a quello sport che in Egitto lo aveva stregato. Inizia proprio a far sul serio col basket, inserendosi nei Brixton Topcats, dove non solo diventa presto la stella della squadra, ma riesce ad esprimere tutta la sua indole.

E anche in questo frangente la sorte gli è benevola. Perché durante una partita dei suoi Topcats viene individuato da uno scout americano, che resta impressionato dal suo potenziale al punto da offrirgli una borsa di studio alla Blair Academy, una High School del New Jersey. A 14 anni è di nuovo in viaggio, una nuova avventura lo aspetta.

 Anche in questo frangente l’adattamento non è semplice. Nuove amicizie, nuovo stile di vita, una famiglia distante migliaia di chilometri. E stavolta il basket non lo aiuta molto: se in Inghilterra era il più forte, la prima donna della squadra, ora si ritrova nello status di panchinaro, sempre un passo indietro ai suoi coetanei americani. Ma Deng non si demoralizza, non è venuto negli States per farsi sbattere le porte in faccia. Decide di alzarsi tutti i giorni alle 6 per allenarsi prima delle lezioni, va in palestra continuamente e tira per ore, finchè non riesce a colmare il gap tecnico con gli altri. Col vantaggio di avere un fisico e un’altezza fuori dal comune.

Da lì, la strada diventa tutta in discesa. Nel 2003, l’ultimo anno di High School, il suo strapotere è tale da renderlo il secondo prospetto più interessante del Paese. Chi sia il primo? Un certo Lebron James, uno qualsiasi. Durante l’estate Luol sceglie Duke a livello universitario, per poi dichiararsi eleggibile al Draft l’anno successivo e venir chiamato con la settima pick dai Suns, che lo girano a Chicago. E’ l’inizio di una carriera ricca tanto di soddisfazioni quanto di responsabilità. 10 anni in maglia Bulls, rappresentando una franchigia abituata a vincere dopo l’era Jordan. 10 anni di totale dedizione, garantendo sempre punti, costanza di rendimento e intensità difensiva alla squadra, per la quale diventerà uno dei giocatori simbolo.

Dopodiché il passaggio prima in maglia Cavs, poi Heat e poi ancora Lakers. Anche qui, l’abnegazione è massima. Ma è fuori dal campo che Luol dimostra un impegno ancor più lodevole: non solo ha fondato la Luol Deng Foundation, un’associazione no-profit che opera tra Regno Unito, Stati Uniti e Africa e si occupa di sponsorizzare il basket nel continente nero, ma nel 2015 è stato tra gli organizzatori della prima partita NBA in Africa, a Johannesburg, dove si sono affrontati l’Africa Team e il World Team.

In Sudan è un idolo. La nazione intera lo acclama, e lui ricambia visitando spesso la sua terra, dove sempre nel 2015 ha inaugurato un campo intitolato al suo vecchio mentore Manute Bol. Un gesto di grande umanità. Al di là dei milioni, dello sfarzo, della megalomania che animano il mondo NBA, Luol è riuscito a restare coi piedi per terra, non dimenticando mai le sue origini, ma rendendo omaggio alla terra che lo ha cresciuto.

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