Come cantava Cesare Cremonini, non è più domenica. Da quando Baggio non gioca più. Ormai sono passati dodici anni dall’ultima volta in campo. Era il 16 maggio del 2004 e quella domenica sarà l’ultima volta che Roberto Baggio, il codino più amato dagli italiani scenderà in campo con gli scarpini ai piedi. Il “suo” Brescia allenato da Luigi De Biasi verrà sconfitto per 4 a 2 dal Milan neo campione d’Italia guidato da Carlo Ancellotti. I rossoneri proprio quella domenica festeggeranno così il diciassettesimo scudetto della storia.

Il destino ha voluto che quella fosse anche l’ultima domenica da calciatore di Roberto Baggio, che con la maglia del Milan 8 anni prima aveva vinto anche lui uno scudetto. I tifosi rossoneri non si sono dimenticati di lui. Nonostante il passaggio del Divin Codino all’Inter nell’estate del 1998. E così, quando al minuto 39 del secondo tempo, l’allenatore De Biasi lo sostituisce, l’ovazione dello stadio è tutta per lui. I tifosi del Milan e quelli del Brescia sono tutti in piedi per applaudirlo. Baggio si toglie la fascia, abbraccia il capitano del Milan e suo vecchio compagno di squadra e nazionale Paolo Maldini e poi si avvia verso la panchina del Brescia. Con le braccia alzate al cielo, saluta tutti. Sarà la sua ultima volta. Da quel giorno, si dedicherà ad altro.


Tredici anni dopo, per dirla con un’altra star della musica italiana, Vasco Rossi, noi siamo ancora qua. A scrivere di lui: di Roberto Baggio. A ricordarci dei suoi 253 gol in campionato realizzati con sette maglie diverse (Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia) in venti anni di carriera. Come del Pallone d’Oro vinto nel 1993. Oppure della sua conversione al buddhismo. O ancora di quel drammatico passaggio dalla Fiorentina alla Juventus nell’estate del 1990 che scatenò l’inferno per le strade di Firenze. Ma ci ricordiamo anche e soprattutto di tante sue meravigliose giocate. Come quella del San Paolo contro il Napoli, ai tempi della Fiorentina, quando sotto gli occhi di Maradona, scartò mezza squadra avversaria compreso il portiere per entrare in porta con il pallone ai piedi. Proprio come aveva fatto Diego al mondiale messicano qualche anno prima.

O ancora, questa volta con la maglia della nazionale ai mondiali del 1998, di quel tiro uscito di un niente nei quarti di Finale persi poi ai rigori contro la Francia. Se quel tiro fosse entrato, la storia di quel mondiale sarebbe stata diversa. Ci ricorderemo anche del suo (cattivo) rapporto con molti allenatori da Capello a Sacchi per finire a Carletto Ancellotti che lo scartò ai tempi del Parma per poi pentirsene qualche anno più tardi e scriverlo nel suo libro biografico “Preferisco la Coppa”. Non sarà così per un altro grande Carletto del calcio italiano, cioè Carlo Mazzone, che invece lo vorrà fortissimamente alla sua corte quando allenerà il Brescia. E Baggio a Brescia resterà per quattro anni, chiudendo lì la sua meravigliosa carriera. Fino al minuto 39 di domenica 16 maggio 2004. Oggi, a distanza di anni, in tanti si chiedono ancora se mai nel calcio italiano, si rivedrà uno così. Sono gli stessi che danno ragione a Cesare Cremonini.

Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.

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