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Calcio

Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

Matteo Calautti

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L’attuale generazione gode della fortuna di poter contemplare da vicino atleti di livello straordinario. Si pensi per esempio ai vari Michael Phelps nel nuoto, Lionel Messi nel calcio, Usain Bolt della corsa e Roger Federer nel tennis. Tutti atleti magnifici e dall’impatto mediatico pazzesco nella loro disciplina di competenza. Tuttavia, nella storia dello sport c’è stato un caso italiano di eclettismo più unico che raro. Si sta parlando di Luigi Burlando, atleta genovese che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 riscrisse la storia dello sport nostrano.

Nato a Genova nel 1899, Luigi Burlando fu costretto ad affrontare un’infanzia difficile. La morte della madre quando ancora era poco più che un bambino lo costrinse a badare ai suoi fratelli. Forse fu proprio la ricerca della leggerezza perduta che, dopo aver trovato lavoro nel porto, lo spinse prima a frequentare i campi da calcio dell’Audace Genova e poi ad accettare la proposta dell’Andrea Doria, una delle due società calcistiche più prestigiose nella Genova di allora. Due campionati in cui il mediano si fa le ossa, togliendosi anche la soddisfazione di un giovane esordio all’età di 16 anni mentre il mondo intorno a lui stava cambiando. Infatti, una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale venne chiamato alle armi in quanto ″ragazzo del ’99″, precisamente nel reparto di artiglieria sul Piave.

Luigin, come veniva soprannominato dagli amici, tornato sano e salvo all’Andrea Doria, fece il suo esordio in Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma non solo. Infatti, negli anni precedenti l’atleta genovese si era contraddistinto a livello nazionale anche per le sue doti da pallanuotista, venendo così convocato in terra belga in entrambe le selezioni italiane. Un caso più unico che raro nello sport nostrano, ma anche uno dei più particolari della storia dello sport. Sì, lo statunitense Johnny Weissmuller (come molti altri) partecipò per esempio alle Olimpiadi sia come nuotatore che come pallanuotista, conquistando anche delle medaglie. Ma si trattava comunque di due sport in primis non così differenti, in secundis non entrambi di squadra. Il buon Burlando si trovò così costretto a partecipare a sfide di differente natura anche ad una distanza di poche ore. Tuttavia questo record non gli bastava. Due anni dopo, durante la vittoria per 4-2 contro i campioni olimpici del Belgio a Milano, infatti entrò di diritto nella storia del calcio grazie ad un goal di testa da oltre 40 metri di prima su rilancio di un colpevole Jean De Bie.

Dopo l’esperienza olimpica, Burlando ricevette la chiamata che gli cambiò la vita intera: quella del Genoa del leggendario William Garbutt. La sua esperienza in Rossoblù fu caratterizzata da 11 stagioni, 234 presenze e 9 goal, per un totale di due Scudetti consecutivi nelle stagioni 1922/23 e 1923/24 e di una finale persa durante in occasione delle ″interminabili″ (ed oscure) sfide con il Bologna in epoca fascista. Se con Ottavio Barbieri ed Ettore Leale formava il leggendario terzetto della mediana rossoblù sui campi di calcio, nelle piscine continuava a dominare con la calottina dell’Andrea Doria, conquistando cinque Scudetti tra il 1921 ed il 1926. Un albo d’oro che nelle precedenti annate era stato monopolizzato, ironia della sorte, proprio dalla sezione pallanuotistica del Genoa, inaugurata nel 1911 dal presidente rossoblù Edoardo Pasteur e scioltasi nel 1922.

Ma non solo calcio e pallanuoto. Burlando, oltre ad essere un amante della ginnastica pura, riuscì a competere a livello nazionale anche nella scherma con il bastone e nella savate, sport di combattimento meglio conosciuto come boxe francese. Per quanto riguarda questa disciplina, nata a Marsiglia nel XVIII secolo, l’atleta genovese si laureò perfino campione italiano nel 1921 e 1922, biennio nel quale divenne anche campione italiano di pallanuoto con l’Andrea Doria.

Terminata la sua carriera agonistica, come poteva fermarsi un uomo che aveva fatto dello sport la sua vita? Il buon Luigin non ci mise molto a decidere di rimanere nell’ambiente. Già sul finire della carriera divenne consigliere ed osservatore del Genoa, nonché responsabile del settore giovanile rossoblù nella stagione 1930/31. Il suo carisma nello spogliatoio e la sua esperienza sotto la Lanterna portarono la società ad eleggerlo perfino allenatore-giocatore nella stagione successiva, affiancato dal campione argentino Guillermo Stábile nel suo periodo di degenza in seguito al suo grave infortunio alla gamba destra, subito durante una amichevole contro l’Alessandria. Questa prima esperienza con il Grifone terminò a gennaio, mese nel quale la società lo sollevò dall’incarico di allenatore (rimanendo comunque in rosa come giocatore) per far posto all’austriaco Karl Rumbold.

In seguito rientrò nell’ambiente della Nazionale divenendo uno stretto collaboratore di Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro che conquistò due Mondiali consecutivi tra il 1934 ed il 1938, rispettivamente in Italia e Francia. Anche se non più da giocatore, Burlando divenne così campione del mondo per la prima volta nel 1938 allo Stade Olympique de Colombes di Parigi, grazie alla vittoria in finale contro l’Ungheria. L’ex commissario tecnico della Nazionale, durante un’intervista rilasciata negli anni Sessanta, lo dipinse così: «È l’immagine della schiettezza, della lealtà e della sincerità». «Mai avuto un aiutante simile in vita mia», continuò l’amico e collega, «mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa, di fraternità che sta alla base dei nostri successi».

Nella stagione 1940/41 divenne nuovamente (anche se temporaneamente) allenatore della squadra di cui era diventato una bandiera: il Genoa. Chiamato dalla società per subentrare sulla panchina Rossoblù al suo ex capitano e compagno di mille avventure Ottavio Barbieri, Burlando condusse il Genoa ad un tranquillo decimo posto in Serie A. Questa fu la sua ultima esperienza sportiva degna di nota nella sua lunghissima carriera. Morì nella sua Genova nel 1967, a causa di un male incurabile.

Aldo Merlo, famoso giornalista genovese e genoano, lo dipinse con le seguenti parole: «Forse l’unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie». Il corrispondente genovese de La Stampa, invece, lo descrisse in occasione della sua morte come «una delle figure più significative dello sport genovese di tutti i tempi».

Un unicum della storia dello sport italiano. Un unicum la cui leggenda si perde nella notte dei tempi.

 

 

 

 

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

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Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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