Ama i sorrisi e la sua vecchia handbike. Quella che l’ha accompagnato nei primi anni, prima di essere dismessa a un passo di Rio, per un modello più affidabile. Ma Luca Mazzone non l’ha dimenticata. Ama rispondere con una sincerità a tratti disarmante, su qualsiasi cosa, perché, dice, è più forte di lui.

Ama anche vincere, Luca. E pure tanto: dai Giochi Paralimpici di Rio è tornato con due ori, nella crono individuale H2 e nel Team Relay, con Alex Zanardi e Vittorio Podestà, oltre che con l’argento nella prova in linea. Messe insieme fanno un bel carico speciale: le stringe, le accarezza, nella sua casa di Ruvo di Puglia, prima di riporle in un cassetto, giura.

Arrivavi a Rio da pluricampione del Mondo in carica, ma queste tre medaglie con cui sei tornato dal Brasile hanno un peso particolare?

«I Giochi sono un evento unico, i Mondiali sono un titolo prestigioso ma capitano una volta all’anno: se ti sfuggono un anno prima ci puoi riprovare l’anno dopo. Tutti gli atleti finalizzano la preparazione di quattro anni ai Giochi, quindi c’è da aspettarsi di tutto, anche che venga fuori un atleta più forte, non bisogna mai abbassare la guardia. Mi sono allenato duramente, lontano dalla famiglia, per diversi giorni in ritiro a Rovere, in Abruzzo, in alta quota, a differenza degli altri che sono tornati a casa: questo sia per continuare allenamento in altura, sia perché in Puglia le temperature sono alte ».

Per un handbiker, vicino alla strada come nessun altro, ci raccontavi che il mondo è particolare, con leggi diverse da quelle che conoscono tutti

«Noi sdraiati prendiamo il sole sia direttamente, sia quello indiretto proveniente dall’asfalto: già a luglio era difficile allenarsi. Per giunta, lontano dalla famiglia e dagli affetti, è dura: ma sapevo che era una cosa da fare, per un titolo che sognavo da bambino, da quando i miei occhi videro Mennea con quel dito all’insù…»

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Citi spesso Pietro Mennea tra i tuoi punti di riferimento nello sport. Laltro è Luca Pancalli: poi ti è successo di batterne i record di nuoto, ai Giochi di Sydney, nella tua prima vita da atleta paralimpico, quella da nuotatore.

«Mennea l’ho conosciuto proprio nel 2000, una persona fantastica, di quelle che non parlano tanto, ma che piacciono a me. Pancalli è un altro esempio lampante di quello che è lo sport, di quegli esempi indiretti, non per le parole, ma per quello che queste persone fanno: quello è il metro di misura di una persona, i fatti, e non le parole. Pancalli mi ha dato la forza e la visione di quello che potevo fare ».

La volontà può essere tutto?

«Adesso è tanto in voga lo yes, you can come concetto, ma tra il dire e il fare è vero che c’è il mare. Persone come Pancalli, come magari ora io stesso, possono rappresentare una dimostrazione fattiva, senza parole, per altri atleti con disabilità, ma anche non necessariamente in questo campo, per ragazzi che sono un po’ frastornati da questo momento di crisi. Per esempio per approfondire gli studi, aprirsi, uscire dal guscio, andare verso altri posti ».

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In occasione dei Giochi Paralimpici una nuotatrice statunitense, Jessica Long, ha detto al New York Times: Non chiamateci fonte dispirazione, è una parola che non ci piace sentire. Tu come la pensi? In bicicletta senti di essere tu e basta, o ti piace lidea di essere un simbolo?

«Quando ho iniziato col nuoto non vedevo di buon occhio chi voleva darmi insegnamenti, senza conoscere le sfaccettature di una situazione sia patologica che mentale. Ricevere insegnamenti da qualcuno che ha uno stato di benessere, che sia economico o mentale, non è facile. Dico solo che non si tratterà di ispirazione, ma di esempio fattivo sì: ho una tetraplegia, quando andavo in acqua finivo giù, affondavo, bevevo. Mi chiedevo come potessi nuotare, con una simile patologia, le gambe che affondavano, andando giù a ogni tentativo di bracciata, senza riuscire a stare neanche in assetto orizzontale, senza respirare. Ma l’aveva fatto Pancalli, con la mia stessa patologia, quindi mi sono convinto di poterlo fare. Ho iniziato a fare i corsi, con i primi piccoli accorgimenti, con le gambe un po’ più su potevo riuscire a concentrarmi sui movimenti più tecnici del nuoto. Poi ho affinato lo stile, ho allenato la forza, la resistenza. Se siamo un esempio per chi è demoralizzato? Io penso di sì. Anche per chi è sul divano, preda di scoramento, e si ripete di non riuscire a fare niente. Lo sport è metafora, sul divano ci si può stare metaforicamente non solo nello sport, ma nella vita, in altre sfere. Ho conosciuto mia moglie grazie allo sport. Lo sport crea quello che il mio allenatore, a Pechino, chiamava effetto moltiplicatore ».

La tua storia è quasi letteraria: un tuffo, gli scogli, la vita che cambia. Esattamente lo stesso infortunio che colpisce Ramòn Sampedro, dalla cui storia è nato un film di incredibile bellezza, “Mare Dentro”. Lui non accetterà mai la trasformazione della sua vita: quanto è possibile metabolizzare un evento di questo tipo? Quanto lo sport è capace di ricostruirti nelle prospettive, negli obiettivi, e nellautoaccettazione?

«Dire che l’ho metabolizzato è difficile. Purtroppo dopo i primi anni di lutto, perché per un ragazzo di 19 anni che faceva body building, calcio, che non stava mai fermo, il trovarsi immobile senza poter alzare il cucchiaio è un lutto, è una cosa che non metabolizzi mai. Molte persone che mi vogliono bene, mi ripetono che senza quello che mi è successo non avrei avuto la gioia di questi successi: non sono concordi quando dico che per camminare di nuovo ridarei queste medaglie. Vedere tuo figlio che gioca a pallone in casa, ti fa pensare che ti manca qualcosa. Non vorresti essere sano per te stesso, ma per chi ti sta vicino. Alla fine fai buon viso a cattivo gioco, e tenti sempre di portare le tue potenzialità al limite, adesso come allora, quando alzavo 180 chili. E gli amici, quando mi alzavo dalla panca me ne dicevano di tutti i colori, perché dovevano smontare tutti quei pesi. Che ricordi, la frustrazione dei miei amici. La cosa migliore che credo di avere è questa: portare le mie potenzialità al limite  sempre e comunque mi permette di essere contento di quello che ho, e non rimpiangere quello che non ho ».

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C’è unimmagine di Rio 2016 che conserviamo nellalbum dei momenti più emozionanti: allarrivo del Team Relay, tre omaccioni, tre rocce, stesi sullasfalto, ad abbracciarsi in lacrime. Ce la racconti?

«Quella è opera di Alex, medioman: anche mediaticamente lui è il massimo, ci disse subito che quella foto avrebbe fatto impazzire tutti, come quel suo scatto a Londra, in cui aveva sollevato la bici. Guarda, dopo la medaglia, rivedere quella foto confesso che mi ha fatto scappare qualche lacrima, è la sintesi un po’ delle nostre storie e della nostra amicizia. Tengo al team relay in particolare, sia perché dal mio ingresso, nel 2013, siamo ininterrottamente campioni del Mondo, sia perché, al di là di questo, il team relay dà un senso di amicizia, di fratellanza: vinci una medaglia se tutti e tre vanno bene, tutto è collegato con un fil rouge. È troppo bello, tanta adrenalina, tanta bellezza ».

A proposito di bellezza: Roma 2024 non ci sarà. Qual è la tua posizione?

«Alex mi insegna, mi dice sempre di non entrare in questioni politiche. Purtroppo non ce la faccio, devo essere sincero: come appassionato di sport non posso non essere a favore delle Olimpiadi, e soprattutto delle Paralimpiadi, in Italia: un motivo di orgoglio e per l’Italia l’occasione di dimostrare ulteriormente di essere un Paese civile. Certe volte fare delle cose ti dà modo di smentire un pregiudizio. Condivido molto del pensiero dei 5 Stelle, ma rinunciare perché noi italiani siamo mafiosi, o palazzinari, dà dimostrazione che siamo proprio questo. In maniera sobria, si potrebbe fare un’Olimpiade solo all’Acqua Acetosa, con tutti gli impianti che ci sono, con gli sport acquatici all’Aniene, per dirne una. Si sarebbe potuto dimostrare tanto, senza sfarzo, con sobrietà, sfatando questi pregiudizi: sarebbe stata un’occasione per un partito che vuol cambiare il modus operandi. Dicendo al Paese: “Guardate, noi le facciamo, ma le facciamo come diciamo noi”».

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Oltre a questo, lamministrazione di Roma ne ha fatto un discorso economico

«Certo, su questo ha ragione la Raggi, il dispendio economico è notevole e vanno privilegiati gli interessi del popolo. In Brasile, quando ti capita di passare nelle favelas, ti viene da pensare. Pensi che in Italia siamo fortunati ad avere una costituzione che garantisce più o meno una casa a tutti. E a quanto di ciò che è stato investito a Rio per un’Olimpiade potesse essere investito nell’edilizia popolare: è un pensiero che ti viene per forza ».

Adesso, per il Mondiale in Sudafrica, come si riparte? Questo bel carico speciale arrivato a Rio rischia di appagarti? Come si fa?

«Il nuoto mi ha fatto da maestro prima che il ciclismo, mi ha forgiato sia a livello tecnico che mentale: quando riparto, resetto tutto. Le medaglie non mi piace appenderle, le ripongo nel cassetto, per lasciare il posto alle altre: sarà un altro anno di fatica, in cui voglio dare il massimo, scordare in fretta i complimenti e ripartire da zero. Con la mente torno sempre a quando ho iniziato: trovare la forza per uscire con la bicicletta, per dimostrare qualcosa a te stesso, non agli altri…».

Foto: L.Perrucci . Limmagine dellarrivo del Team Relay è Rai Sport

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