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Luca Mazzone, tre medaglie e una certezza: “Da Rio 2016 al divano di casa, io vi dico: si può fare”

Ezio Azzollini

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Ama i sorrisi e la sua vecchia handbike. Quella che l’ha accompagnato nei primi anni, prima di essere dismessa a un passo di Rio, per un modello più affidabile. Ma Luca Mazzone non l’ha dimenticata. Ama rispondere con una sincerità a tratti disarmante, su qualsiasi cosa, perché, dice, è più forte di lui.

Ama anche vincere, Luca. E pure tanto: dai Giochi Paralimpici di Rio è tornato con due ori, nella crono individuale H2 e nel Team Relay, con Alex Zanardi e Vittorio Podestà, oltre che con l’argento nella prova in linea. Messe insieme fanno un bel carico speciale: le stringe, le accarezza, nella sua casa di Ruvo di Puglia, prima di riporle in un cassetto, giura.

Arrivavi a Rio da pluricampione del Mondo in carica, ma queste tre medaglie con cui sei tornato dal Brasile hanno un peso particolare?

«I Giochi sono un evento unico, i Mondiali sono un titolo prestigioso ma capitano una volta all’anno: se ti sfuggono un anno prima ci puoi riprovare l’anno dopo. Tutti gli atleti finalizzano la preparazione di quattro anni ai Giochi, quindi c’è da aspettarsi di tutto, anche che venga fuori un atleta più forte, non bisogna mai abbassare la guardia. Mi sono allenato duramente, lontano dalla famiglia, per diversi giorni in ritiro a Rovere, in Abruzzo, in alta quota, a differenza degli altri che sono tornati a casa: questo sia per continuare allenamento in altura, sia perché in Puglia le temperature sono alte ».

Per un handbiker, vicino alla strada come nessun altro, ci raccontavi che il mondo è particolare, con leggi diverse da quelle che conoscono tutti

«Noi sdraiati prendiamo il sole sia direttamente, sia quello indiretto proveniente dall’asfalto: già a luglio era difficile allenarsi. Per giunta, lontano dalla famiglia e dagli affetti, è dura: ma sapevo che era una cosa da fare, per un titolo che sognavo da bambino, da quando i miei occhi videro Mennea con quel dito all’insù…»

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Citi spesso Pietro Mennea tra i tuoi punti di riferimento nello sport. Laltro è Luca Pancalli: poi ti è successo di batterne i record di nuoto, ai Giochi di Sydney, nella tua prima vita da atleta paralimpico, quella da nuotatore.

«Mennea l’ho conosciuto proprio nel 2000, una persona fantastica, di quelle che non parlano tanto, ma che piacciono a me. Pancalli è un altro esempio lampante di quello che è lo sport, di quegli esempi indiretti, non per le parole, ma per quello che queste persone fanno: quello è il metro di misura di una persona, i fatti, e non le parole. Pancalli mi ha dato la forza e la visione di quello che potevo fare ».

La volontà può essere tutto?

«Adesso è tanto in voga lo yes, you can come concetto, ma tra il dire e il fare è vero che c’è il mare. Persone come Pancalli, come magari ora io stesso, possono rappresentare una dimostrazione fattiva, senza parole, per altri atleti con disabilità, ma anche non necessariamente in questo campo, per ragazzi che sono un po’ frastornati da questo momento di crisi. Per esempio per approfondire gli studi, aprirsi, uscire dal guscio, andare verso altri posti ».

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In occasione dei Giochi Paralimpici una nuotatrice statunitense, Jessica Long, ha detto al New York Times: Non chiamateci fonte dispirazione, è una parola che non ci piace sentire. Tu come la pensi? In bicicletta senti di essere tu e basta, o ti piace lidea di essere un simbolo?

«Quando ho iniziato col nuoto non vedevo di buon occhio chi voleva darmi insegnamenti, senza conoscere le sfaccettature di una situazione sia patologica che mentale. Ricevere insegnamenti da qualcuno che ha uno stato di benessere, che sia economico o mentale, non è facile. Dico solo che non si tratterà di ispirazione, ma di esempio fattivo sì: ho una tetraplegia, quando andavo in acqua finivo giù, affondavo, bevevo. Mi chiedevo come potessi nuotare, con una simile patologia, le gambe che affondavano, andando giù a ogni tentativo di bracciata, senza riuscire a stare neanche in assetto orizzontale, senza respirare. Ma l’aveva fatto Pancalli, con la mia stessa patologia, quindi mi sono convinto di poterlo fare. Ho iniziato a fare i corsi, con i primi piccoli accorgimenti, con le gambe un po’ più su potevo riuscire a concentrarmi sui movimenti più tecnici del nuoto. Poi ho affinato lo stile, ho allenato la forza, la resistenza. Se siamo un esempio per chi è demoralizzato? Io penso di sì. Anche per chi è sul divano, preda di scoramento, e si ripete di non riuscire a fare niente. Lo sport è metafora, sul divano ci si può stare metaforicamente non solo nello sport, ma nella vita, in altre sfere. Ho conosciuto mia moglie grazie allo sport. Lo sport crea quello che il mio allenatore, a Pechino, chiamava effetto moltiplicatore ».

La tua storia è quasi letteraria: un tuffo, gli scogli, la vita che cambia. Esattamente lo stesso infortunio che colpisce Ramòn Sampedro, dalla cui storia è nato un film di incredibile bellezza, “Mare Dentro”. Lui non accetterà mai la trasformazione della sua vita: quanto è possibile metabolizzare un evento di questo tipo? Quanto lo sport è capace di ricostruirti nelle prospettive, negli obiettivi, e nellautoaccettazione?

«Dire che l’ho metabolizzato è difficile. Purtroppo dopo i primi anni di lutto, perché per un ragazzo di 19 anni che faceva body building, calcio, che non stava mai fermo, il trovarsi immobile senza poter alzare il cucchiaio è un lutto, è una cosa che non metabolizzi mai. Molte persone che mi vogliono bene, mi ripetono che senza quello che mi è successo non avrei avuto la gioia di questi successi: non sono concordi quando dico che per camminare di nuovo ridarei queste medaglie. Vedere tuo figlio che gioca a pallone in casa, ti fa pensare che ti manca qualcosa. Non vorresti essere sano per te stesso, ma per chi ti sta vicino. Alla fine fai buon viso a cattivo gioco, e tenti sempre di portare le tue potenzialità al limite, adesso come allora, quando alzavo 180 chili. E gli amici, quando mi alzavo dalla panca me ne dicevano di tutti i colori, perché dovevano smontare tutti quei pesi. Che ricordi, la frustrazione dei miei amici. La cosa migliore che credo di avere è questa: portare le mie potenzialità al limite  sempre e comunque mi permette di essere contento di quello che ho, e non rimpiangere quello che non ho ».

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C’è unimmagine di Rio 2016 che conserviamo nellalbum dei momenti più emozionanti: allarrivo del Team Relay, tre omaccioni, tre rocce, stesi sullasfalto, ad abbracciarsi in lacrime. Ce la racconti?

«Quella è opera di Alex, medioman: anche mediaticamente lui è il massimo, ci disse subito che quella foto avrebbe fatto impazzire tutti, come quel suo scatto a Londra, in cui aveva sollevato la bici. Guarda, dopo la medaglia, rivedere quella foto confesso che mi ha fatto scappare qualche lacrima, è la sintesi un po’ delle nostre storie e della nostra amicizia. Tengo al team relay in particolare, sia perché dal mio ingresso, nel 2013, siamo ininterrottamente campioni del Mondo, sia perché, al di là di questo, il team relay dà un senso di amicizia, di fratellanza: vinci una medaglia se tutti e tre vanno bene, tutto è collegato con un fil rouge. È troppo bello, tanta adrenalina, tanta bellezza ».

A proposito di bellezza: Roma 2024 non ci sarà. Qual è la tua posizione?

«Alex mi insegna, mi dice sempre di non entrare in questioni politiche. Purtroppo non ce la faccio, devo essere sincero: come appassionato di sport non posso non essere a favore delle Olimpiadi, e soprattutto delle Paralimpiadi, in Italia: un motivo di orgoglio e per l’Italia l’occasione di dimostrare ulteriormente di essere un Paese civile. Certe volte fare delle cose ti dà modo di smentire un pregiudizio. Condivido molto del pensiero dei 5 Stelle, ma rinunciare perché noi italiani siamo mafiosi, o palazzinari, dà dimostrazione che siamo proprio questo. In maniera sobria, si potrebbe fare un’Olimpiade solo all’Acqua Acetosa, con tutti gli impianti che ci sono, con gli sport acquatici all’Aniene, per dirne una. Si sarebbe potuto dimostrare tanto, senza sfarzo, con sobrietà, sfatando questi pregiudizi: sarebbe stata un’occasione per un partito che vuol cambiare il modus operandi. Dicendo al Paese: “Guardate, noi le facciamo, ma le facciamo come diciamo noi”».

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Oltre a questo, lamministrazione di Roma ne ha fatto un discorso economico

«Certo, su questo ha ragione la Raggi, il dispendio economico è notevole e vanno privilegiati gli interessi del popolo. In Brasile, quando ti capita di passare nelle favelas, ti viene da pensare. Pensi che in Italia siamo fortunati ad avere una costituzione che garantisce più o meno una casa a tutti. E a quanto di ciò che è stato investito a Rio per un’Olimpiade potesse essere investito nell’edilizia popolare: è un pensiero che ti viene per forza ».

Adesso, per il Mondiale in Sudafrica, come si riparte? Questo bel carico speciale arrivato a Rio rischia di appagarti? Come si fa?

«Il nuoto mi ha fatto da maestro prima che il ciclismo, mi ha forgiato sia a livello tecnico che mentale: quando riparto, resetto tutto. Le medaglie non mi piace appenderle, le ripongo nel cassetto, per lasciare il posto alle altre: sarà un altro anno di fatica, in cui voglio dare il massimo, scordare in fretta i complimenti e ripartire da zero. Con la mente torno sempre a quando ho iniziato: trovare la forza per uscire con la bicicletta, per dimostrare qualcosa a te stesso, non agli altri…».

Foto: L.Perrucci . Limmagine dellarrivo del Team Relay è Rai Sport

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Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che “salvò” l’Italia

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 104 anni Gino Bartali, leggenda del ciclismo italiano e mondiale, recentemente dichiarato cittadino onorario di Gerusalemme. La sua vita e la sua carriera attraversarono la storia di un’Italia prima sotto il Regime Fascista e poi intenta a ricostruirsi un’identità e unità nazionale.

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese.

Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero e dal mito era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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