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Storie dell'altro mondo

L’Odissea del portiere argentino detenuto in Italia per traffico di droga

Federico Corona

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Un tuffo sul cemento

Voltare pagina non significa dimenticare del tutto quella precedente. Significa essersi soffermati su ogni sua riga, dalla più dura alla più dolce, averla letta e riletta, metabolizzata. Le ferite fanno male sia quando te le procuri sia il giorno dopo. Poi a frenare la forza risanatrice del tempo ci pensa la cicatrice, sempre lì, a ricordarti quella pagina rimasta segnata per non cadere di nuovo in quelle righe buie.

Per raccontare il romanzo della vita di questo giovane ragazzo argentino, per la delicatezza della situazione in cui ancora si trova, occorre adottare un nome di fantasia, mentre la sua storia, che oscilla tra il sogno e l’abisso, la caduta e il riscatto, è tutta vera.

Incontro Ruben (lo chiameremo così da ora in poi, ndr) in un centro sportivo gestito dalla parrocchia in un comune vicino a Varese, dove allena una squadra di calcio di bambini e i portieri di un’altra squadra di bambini un po’ più grandi. Ci sediamo su una panchina che sta proprio a bordo del campo centrale, con l’odore dell’erba umida vivo tra le narici e il sapore di calcio provinciale che chi ha frequentato certi campi conosce bene. Sono lì per farmi raccontare la sua storia, che parte proprio da uno di quei rettangoli verdi, ma il suo sguardo, che è di una profondità rara, non si incrocia quasi mai con il mio: è fisso verso il campo, lievemente socchiuso, un po’ per il bagliore del sole calante e un po’ perché quel campo è per lui un turbinio di sentimenti contrastanti. Lo guarda come una terra promessa mai raggiunta, retaggio di un passato ambizioso e spiraglio di un futuro qualsiasi, diverso dal presente. Parla bene l’italiano, Ruben, ma la cadenza è ancora quella argentina, come è tipicamente argentino quel sorriso leggero che accompagna le sue parole e che sembra sempre volerti sbattere in faccia la positività della vita, anche una come la sua, non esattamente felice.

Ruben comincia a giocare a calcio all’età di 4 anni a Bella Vista, sulla riva nord del fiume Reconquista, in provincia di Buenos Aires. Senza indugi indossa i guanti e si piazza tra i pali, come fosse una vocazione. La sua carriera prende subito slancio e a 14 anni approda al San Miguel, dopo mesi che l’osservatore Miguel Rios non si è perso una sua partita. Si ispira a Carrizo, e in generale ai portieri dai piedi educati; non è molto alto, ma vola.

Il tempo di farsi un po’ le ossa e a 16 anni, Ruben fa il suo esordio con la prima squadra, che milita nella serie C argentina. Il profilo è quello classico del predestinato. Con lui, altri due giovanissimi giocano titolari in quella e nelle successive partite, scatenando la rivolta dei senatori dello spogliatoio, generali che vogliono fare valere i gradi: “non gli andava bene che giocassimo noi, presero le scarpe e lasciarono lo spogliatoio”. Come spesso tristemente accade il più forte ebbe la meglio, e così Ruben torna a sedersi in panchina.

Arriva un’altra occasione, ad affacciarsi alla finestra è il Vélez, squadra di primera division e compagine storica del campionato argentino. Step dopo step, Ruben supera tutti i provini, prima di fermarsi all’ultimo gradino che porta all’Olimpo: “sei bravo, ma troppo basso”. Spiazzato, come in un rigore. Come se per toccare il cielo non bastasse volare, ma bisognasse per forza tenere i piedi per terra. Quelle parole riecheggiano nella sua testa in continuazione, martellanti, difficile rassegnarsi all’idea che la vita è “una questione di centimetri”: “ancora oggi non capisco cosa mi è mancato per diventare un calciatore”.

Ci prova ancora, Ruben. 1o mesi al Sol de America, in Paraguay, e qualche mese in prestito all’Alem. “Non devi diventare a tutti i costi un professionista” continuava a ripetergli suo padre, riuscendo in quell’esercizio di guida liberale che molti padri di aspiranti calciatori tradiscono mettendo davanti se stessi ai figli. Ma “una cosa è fare il padre, un’altra il marito”. Dopo alcun duri scontri, Ruben è costretto a prendere suo padre di forza e cacciarlo di casa, anche a causa di una depressione che lo stava divorando. Oggi si pente: “quel giorno sbagliai a sbatterlo fuori”.

Il sogno sta svanendo all’orizzonte. Gli sforzi, i sacrifici e la tenacia con cui Ruben non si è mai stancato di rincorrerlo cominciano a venire meno. Inizia a lavorare in un locale notturno. I guanti da portiere li indossa solo per allenare i bambini di una scuola calcio.

Gli basta poco per accorgersi che nel giro del locale bazzica gente losca. Basta ancora meno per fare conoscenza e scoprire che quei tali gestiscono un traffico internazionale di droga. Un giorno il cantante che faceva karaoke chiede a Ruben di presentargli quelle persone perché voleva fare “un viaggio”. È presto fatto: intasca un anticipo e parte con una valigia carica di coca verso l’Uruguay, dove avrebbe dovuto fare sosta in un albergo prestabilito e poi ripartire verso l’Italia. L’occasione ha fatto ancora una volta l’uomo ladro, e così il cantante, una volta arrivato in Uruguay, lascia la valigia nell’hotel e scappa con il malloppo preso come anticipo.

I mandanti vanno subito da Ruben: “tu ci hai presentato quella persona e ora tu porti a termine il viaggio”. È un aut aut che gli lascia poco scampo. Per lui nessun anticipo, nessuna paga alla consegna, solo un maledettissimo gesto “riparatore”. Non riesce a opporsi, forse non può, accetta di partire. Arrivato in Uruguay trova la valigia abbandonata, la carica in spalla con tutta la titubanza del caso e si imbarca per Milano in preda al panico: “in aereo bevevo champagne per smorzare la tensione, continuavo a ripetermi che stavo facendo una cazzata, a domandarmi perché l’avevo fatta, ma ormai era troppo tardi”. Attera, stordito dall’alcol ma lucido per l’adrenalina. Viene subito fermato. Arrestato. Condannato: 6 anni. E sei anni in una galera di un paese sconosciuto per uno che nella sua vita non ha mai conosciuto crimine e criminali, sono un inferno.

Il compagno di cella è dentro per aver ammazzato il padre e Ruben non gli permette di stare troppo tempo sdraiato sul letto: “mi ricordava mio padre, sempre a letto in stato depressivo”. Ma in carcere si fa rispettare e conoscere per quello che è, un ragazzo umile e generoso, che non significa debole: “la forza che mi è mancata fuori l’ho trovata qui dentro”.

Tre anni e tre mesi dopo quel malaugurato viaggio, l’incontro che cambia il suo destino. Uno di quei crocevia che segnano la vita. Tra le mura arriva un allenatore di calcio per occuparsi della squadra della galera. Si chiama Luca, un uomo di cui riconosci immediatamente la purezza, molto distante da quei volontari che hanno la puzza sotto il naso e che da qualche parte, girandosi, cercano un tornaconto. Luca vuole portare la gioia del calcio in carcere. Un sano idealista che crede davvero nello sport come motore per la riabilitazione sociale.

È subito partita, ed è subito folgorato da Ruben: “al primo tuffo che ha fatto sul cemento, ho capito che si trattava di un ragazzo speciale. Per buttarsi in quel modo sul cemento bisogna avere coraggio, oltre che tecnica”. Luca decide di incontrarlo subito dopo la partita: “e se ti portassi fuori a giocare?”. “Ti farei un monumento”. Poche settimane dopo, Ruben è fuori, in permesso. Ogni mattina prende la sua bicicletta e dal carcere pedala 8 chilometri per arrivare al campo della parrocchia per allenare i bambini. Un tragitto che gli ricorda quello che con il pullman lo portava al campo d’allenamento, quando la borsa da calcio era carica di sogni e speranze. Oggi la borsa pesa di meno, ma sogni e speranze trovano ancora spazio.

Spesso, racconta Luca, attorno alla rete che circonda il campo da gioco si formano gruppetti di genitori impressionati dal suo modus allenandi. Molti non sanno che è un detenuto, e che finito l’allenamento, dopo la doccia che lava via quel fango che tanto gli mancava perché sa di libertà, deve risalire in sella alla sua bici, pedalare altri 8 km e tornare a dormire in cella. Ha deciso di pagare il suo debito aiutando gli altri.

Un bambino che non parlava mai con nessuno, dopo pochi giorni ad allenarsi con Ruben è cambiato totalmente. “La madre è venuta a ringraziarmi per quello che stavo facendo, pensava fosse un miracolo, era incredula”. Ruben guarda questi bambini e vede la fortuna: “per allenarsi indossano le maglie originali di Messi e Ronaldo, hanno l’ultimo modello di scarpe e dei genitori sempre vicino. I bambini che allenavo in Argentina a metà pomeriggio passavano da casa mia per mangiare un pezzo di pane.

Il calcio, prima demonio che gli ha spinto la testa per annegarlo e poi angelo che gli ha teso la mano per farlo tornare a galla. Per Pasolini il calcio era “l’unica rappresentazione sacra del nostro tempo”, e come tale Ruben l’ha sempre vissuto.

Manca poco prima della Camera di Consiglio che deciderà se il calvario improvviso e inaspettato che ha segnato in maniera indelebile la sua vita finirà, o se Ruben dovrà ancora resistergli, pedalata dopo pedalata. In programma c’è il corso Uefa per allenatori e il ritorno in campo, da giocatore. In Italia o altrove, non importa. Intanto Ruben ha voltato quella pagina nera, e la parata più difficile l’ha già fatta.

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29 Commenti

29 Comments

  1. Francesco

    febbraio 23, 2016 at 9:57 am

    Come è possibile che un narcotrafficante possa tranquillamente insegnare calcio a dei bambini. Come al solito l’Italia si fa mettere i piedi in testa da tutti! Voglio vedere se in Argentina un italiano veniva trattato con i guanti come facciamo noi

    • Alessandro

      febbraio 23, 2016 at 10:05 am

      Francesco se fossi stato attento nel leggere avresti visto che si è trovato in mezzo in una situazione. Purtroppo il problema è questo: che in Italia il carcere viene visto come l’atto finale per punire un errore e non la possibilità di ricominciare. Parlate di privazione di libertà e siete i primi ad invocarla

    • roberto sparta

      febbraio 23, 2016 at 1:01 pm

      Caro Francesco….. IL caro te lo metto come opzione … impara a leggere prima l articolo e dopo sputa qualsiasi sentenza …… ma a quanto pare nn sai leggere vedi solo il male delle persone… cerca di riscattarti comprati un buon libro ma ti prego prima di fare un riassunto dello stesso leggilo fino alla fine …

  2. Alberto

    febbraio 23, 2016 at 10:00 am

    la solita favola di quello che è stato incastrato. Tanto qua basta che dici che sei vittima e la giustizia chiude un occhio. Poveri noi

  3. Marta

    febbraio 23, 2016 at 10:01 am

    Che storia stupenda. Il carcere è anche questo: la possibilità di redimersi e ricominciare. In bocca al lupo

  4. Lorenzo

    febbraio 23, 2016 at 10:10 am

    Emozionante. Stupendo il parroco che ha dato una possibilità di riprendersi la vita a chi non ha saputo dire di no. Si parla troppo della chiesa come il male italiano e troppo poco di queste persone che per pochi spicci svolgono ogni giorno un lavoro di recupero immenso.

  5. Federica

    febbraio 23, 2016 at 10:12 am

    Chiudete le frontiere e vedrete che queste situazioni non succedono. Mio figlio frequenta la parrocchia e pensare che ad insegnare calcio ci sia un galeotto mi fa rabbrividire.

    • Carlo

      febbraio 23, 2016 at 10:14 am

      Cara Federica, credo che ci si debba preoccupare più degli insegnanti che di chi sta provando a ricominciare. Basta aprire un giornale o guardare un tg per vedere in che mano spesso vengono messi i nostri figli.

    • Egidio

      febbraio 23, 2016 at 11:16 am

      Invece pensare di affidare tuo figlio ai pedofili della cosca vaticana ti fa stare bene, usi la parola galeotto con troppa facilità, ti ricordo che hai un figlio e per finire in galera, specie a 20 anni, non immagini quanto possa essere facile, basta uno spinello o magari bere due bicchieri di vino e guidare, ti auguro di non doverti mai pentire per aver detto la parola galeotto come se si trattasse di un criminale assassino di mafia

    • Antonio

      febbraio 23, 2016 at 11:28 am

      Federica credo che parlare di galeotto sia sbagliato quanto dire che ogni prete o uomo di chiesa sia un pedofilo come dice Egidio. Non siamo giudici e non ci possiamo permettere di esserlo. Ogni storia è un caso a sè. Siamo prima uomini e donne. Le generalizzazioni sono pericolose in tutti i casi

    • roberto sparta

      febbraio 23, 2016 at 1:04 pm

      qui ne abbiamo unaltra sará la moglie di francesco??)))

    • piericolo

      febbraio 23, 2016 at 7:30 pm

      Il problema sono le culture dalle quali provengono queste persone. Immagino che se qualcuno a cui l’uomo ha fatto torto viene a conoscenza del luogo dove allena Rubens, potrebbe scatenarsi una sparatoria…quindi?

  6. Daniele77

    febbraio 23, 2016 at 10:13 am

    se uno commette un errore non può iniziare una nuova vita ?? Questo ragazzo lo ha fatto. In bocca al lupo

    • Matteo

      febbraio 23, 2016 at 10:18 am

      Se ha commesso un errore è giusto che paghi nel paese suo perchè ci dobbiamo sempre accollare i problemi degli altri. Rimandiamolo in Argentina a scontare la sua pena

  7. Lucia

    febbraio 23, 2016 at 10:21 am

    Eccovi tutti a dare la condanna come i giudici di cui ci lamentiamo. Se il carcere in Italia non può significare recupero allora tanto vale mettere la pena di morte no? Cercate di capire le singole situazioni e immedesimatevi. Di persone capaci a sparare sentenze l’Italia è già piena

    • Egidio

      febbraio 23, 2016 at 11:17 am

      Questi che emettono sentenze da fascisti, sono tutti superuomini, sicuri che a loro non succederà mai di sbagliare.

  8. Marco

    febbraio 23, 2016 at 10:24 am

    Lucia voglio vedere te con un bambino che si deve fare il doposcuola accompagnato da uno che trafficava droga. Sono sicuro che tutti quelli che invocano benevolenza all’atto pratico sono i primi ad indignarsi. Questa è ipocrisia

  9. Stefano

    febbraio 23, 2016 at 10:26 am

    Cosa danno a fare le condanne se uno a metà della pena è libero di stare in giro tutto il giorno e rientrare la sera come se fosse in Hotel. Vitto e alloggio pagato dagli italiani. Vergogna

  10. Paolo

    febbraio 23, 2016 at 10:31 am

    Stefano il sistema permette a chi è meritevole di compiere azioni nel sociale piuttosto che stare abbandonato a se stesso e, come dici tu, a spese nostre. Ho visitato un carcere e ti assicuro che il vitto e alloggio di cui parli tu è qualcosa che non si augura a nessuno. Questa storia e l’esempio di come dovrebbe operare uno stato, preoccupandosi soprattutto del recupero della persona

  11. Gaia

    febbraio 23, 2016 at 10:35 am

    Fortunatamente esistono ancora persone come il parroco che ci fanno capire che la Chiesa va ben oltre gli scandali che leggiamo ogni giorno. Si generalizza troppo spesso sia nei confronti dei preti che dei detenuti e questa storia ci fa capire che troppo spesso si parla a vanvera e si sentenzia senza capire cosa c’è dietro. Sofferenza, delusione.

  12. mario

    febbraio 23, 2016 at 11:31 am

    ce un ex boss della banda della magliana che accudisce i bambini handicappati e se ce uno che si dedica anima e corpo a questi bambini e proprio lui

    • Giovanni

      febbraio 23, 2016 at 11:36 am

      Si vabbè allora speriamo che Provenzano faccia da tutor a mia figlia. Voi siete pazzi. La sicurezza del bambino e, soprattutto quella del genitore che lo affida ad estranei, è la prima cosa che deve contare. Non posso aver paura che intorno ai miei ragazzi ci sia una persona che sì magari è pentita, ma che nel suo passato nasconde violenza e criminalità.

  13. Alessia

    febbraio 23, 2016 at 11:58 am

    Credo che sia troppo facile fare il bello e il cattivo tempo per una vita e poi quando si è messi alle strette pentirsi e pulirsi la coscienza con azioni sociali, sebbene meritevoli di lode. Si dà sempre troppo spazio a queste situazioni in cui il “cattivo” di turno prova a diventare una brava persona e sempre poco spazio a chi ogni giorno, nell’anonimato e nel menefreghismo comune, porta avanti la sua causa e aiuta la gente in difficoltà.

    • Giacomo

      febbraio 23, 2016 at 6:11 pm

      Ma non consigliare nulla va la, che fai più bella figura.

  14. mario

    febbraio 23, 2016 at 12:45 pm

    Giovanni io come ex guardia carceraria mi fiderei piu di un Provenzano o un boss della magliana che non uno che ragiona come te perche la tua e solo ipocrisia come la stra grande maggioranza dei commenti fatti qua

  15. Giovanni

    febbraio 23, 2016 at 12:52 pm

    Mario nessuno ti ha chiesto di fidarti di me.. di sicuro la differenza tra me e Provenzano o un boss della magliana è che a me nessuno mi ha mai condannato per associazione mafiosa, omicidi, e quant’altro. Quindi se tu preferisci fidarti di queste persone piuttosto che di una persona incensurata come me è un problema tuo. E sottolineo PROBLEMA. Ti consiglio a questo punto di chiamare direttamente queste persone se ti serve una baby sitter per i tuoi figli, ma sono sicuro che ti fidi di più di una ragazza qualunque che lo fa di mestiere. Allora dove sta l’ipocrisia di cui mi accusi?

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  17. elzevier

    febbraio 23, 2016 at 4:45 pm

    E meno male che siamo in periodo di Giubileo della Misericordia.
    Un momento particolare, dedicato a perdono e riconciliazione, dice Papa Francesco. Povero illuso, sopravvaluta l’animo umano.
    Ma tutti questi saccenti- benpensanti- forcaioli, che hanno la verità in tasca, cosa possono trasmettere ai propri figli oltre ad odio e pregiudizio?
    Per fortuna questa sera rientro in carcere, nella mia cella sovraffollata, che condivido con delinquenti di ogni sorta, dopo una giornata intensa trascorsa in un teatro a raccontare a 500 ragazzi delle superiori che un individuo non è il suo reato. Purtroppo quando rientrano a casa si confrontano con cotanti genitori. Ma ce la possono fare.

  18. cobianchi cristina

    febbraio 24, 2016 at 12:54 pm

    Che dire, articolo stupendo e non si può fare finta di non guardare la realtà.
    Il mondo reale deve prevedere la possibilità di reintegrarsi nella società, anche se con grande difficoltà, per chi capisce e fa propri gli errori fatti.

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Calcio

Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

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Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Coppa del Mondo: in Russia c’era anche l’Italia. Quella della musica

Tommaso Nelli

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C’è un’Italia che ha comunque partecipato al Mondiale in Russia. È quella della musica che, grazie al compositore Ettore Grenci, può dire anche di essersi tolta delle belle soddisfazioni. Il singolo realizzato dall’artista di origini napoletane, “United by love”, una delle canzoni di accompagnamento della rassegna iridata, nel giro di pochi giorni ha superato i 9 milioni di visualizzazioni sul canale YouTube della Warner Mùsica.
Interpretato dall’uruguagia Natalia Oreiro, star internazionale della musica pop latina, il brano, le cui parole sono di Silvia Molina (moglie dello stesso Grenci) è cantato in tre lingue – russo, inglese e dialetto castigliano – ed è un inno alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Per Grenci, che ha realizzato l’opera con il produttore discografico Diego Córdoba e che ha dedicato al padre scomparso da poco, si tratta di un altro risultato di prestigio all’interno di una carriera che lo ha visto collaborare, fra gli altri, con altri personaggi di spicco del panorama musicale mondiale, fra i quali Demi Lovato, Marc Anthony e Ricky Martin.
Proprio quest’ultimo, rimanendo in tema di canzoni mondiali, fu l’interprete de ‘La copa de la vida’, colonna sonora dell’edizione di ‘Francia’ 98′, culminata col successo in finale dei padroni di casa per 3-0 sul Brasile di Ronaldo.
A differenza del successo dell’asso portoricano, quello di Grenci non è stato il singolo ufficiale della rassegna russa, riconoscimento andato a “Live it up” di Nick Jam (con la partecipazione di Era Istrefi e Will Smith), bensì uno di quelli di accompagnamento.

Un riconoscimento più che considerevole se si pensa che, dal 1962 a oggi (cioè da quando è previsto che la Coppa del Mondo abbia un suo motivo canoro), questo onore, per gli artisti italiani, era spettato soltanto al “Nessun Dorma”, con voce dell’indimenticato Luciano Pavarotti, durante “Italia’ 90”. In quell’occasione altri due artisti nostrani, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, dettero forma a “Un’estate italiana”, canzone ufficiale della manifestazione che stampò indelebili nelle menti dei tifosi le gesta degli azzurri di Azeglio Vicini e di Totò Schillaci. E pensando anche al maestro Ennio Morricone, compositore della “Marcha del Mundial” argentino del 1978 assieme alla “Orquesta Filarmonica de Buenos Aires”, Grenci è quindi in ottima e illustre compagnia nella galleria dove s’incontrano la musica e il calcio ai suoi massimi livelli.
E l’auspicio è che le ottime intenzioni emanate da “United by love” arrivino anche alle orecchie e soprattutto al cuore della Nazionale di Roberto Mancini, spingendola a leggere nell’assenza da questo Mondiale una grande occasione per risollevare la testa e ambire a un deciso riscatto internazionale sul piano dell’immagine e dei risultati.

Non ci resta che ascoltarla..

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