Un tuffo sul cemento

Voltare pagina non significa dimenticare del tutto quella precedente. Significa essersi soffermati su ogni sua riga, dalla più dura alla più dolce, averla letta e riletta, metabolizzata. Le ferite fanno male sia quando te le procuri sia il giorno dopo. Poi a frenare la forza risanatrice del tempo ci pensa la cicatrice, sempre lì, a ricordarti quella pagina rimasta segnata per non cadere di nuovo in quelle righe buie.

Per raccontare il romanzo della vita di questo giovane ragazzo argentino, per la delicatezza della situazione in cui ancora si trova, occorre adottare un nome di fantasia, mentre la sua storia, che oscilla tra il sogno e l’abisso, la caduta e il riscatto, è tutta vera.

Incontro Ruben (lo chiameremo così da ora in poi, ndr) in un centro sportivo gestito dalla parrocchia in un comune vicino a Varese, dove allena una squadra di calcio di bambini e i portieri di un’altra squadra di bambini un po’ più grandi. Ci sediamo su una panchina che sta proprio a bordo del campo centrale, con l’odore dell’erba umida vivo tra le narici e il sapore di calcio provinciale che chi ha frequentato certi campi conosce bene. Sono lì per farmi raccontare la sua storia, che parte proprio da uno di quei rettangoli verdi, ma il suo sguardo, che è di una profondità rara, non si incrocia quasi mai con il mio: è fisso verso il campo, lievemente socchiuso, un po’ per il bagliore del sole calante e un po’ perché quel campo è per lui un turbinio di sentimenti contrastanti. Lo guarda come una terra promessa mai raggiunta, retaggio di un passato ambizioso e spiraglio di un futuro qualsiasi, diverso dal presente. Parla bene l’italiano, Ruben, ma la cadenza è ancora quella argentina, come è tipicamente argentino quel sorriso leggero che accompagna le sue parole e che sembra sempre volerti sbattere in faccia la positività della vita, anche una come la sua, non esattamente felice.

Ruben comincia a giocare a calcio all’età di 4 anni a Bella Vista, sulla riva nord del fiume Reconquista, in provincia di Buenos Aires. Senza indugi indossa i guanti e si piazza tra i pali, come fosse una vocazione. La sua carriera prende subito slancio e a 14 anni approda al San Miguel, dopo mesi che l’osservatore Miguel Rios non si è perso una sua partita. Si ispira a Carrizo, e in generale ai portieri dai piedi educati; non è molto alto, ma vola.

Il tempo di farsi un po’ le ossa e a 16 anni, Ruben fa il suo esordio con la prima squadra, che milita nella serie C argentina. Il profilo è quello classico del predestinato. Con lui, altri due giovanissimi giocano titolari in quella e nelle successive partite, scatenando la rivolta dei senatori dello spogliatoio, generali che vogliono fare valere i gradi: “non gli andava bene che giocassimo noi, presero le scarpe e lasciarono lo spogliatoio”. Come spesso tristemente accade il più forte ebbe la meglio, e così Ruben torna a sedersi in panchina.

Arriva un’altra occasione, ad affacciarsi alla finestra è il Vélez, squadra di primera division e compagine storica del campionato argentino. Step dopo step, Ruben supera tutti i provini, prima di fermarsi all’ultimo gradino che porta all’Olimpo: “sei bravo, ma troppo basso”. Spiazzato, come in un rigore. Come se per toccare il cielo non bastasse volare, ma bisognasse per forza tenere i piedi per terra. Quelle parole riecheggiano nella sua testa in continuazione, martellanti, difficile rassegnarsi all’idea che la vita è “una questione di centimetri”: “ancora oggi non capisco cosa mi è mancato per diventare un calciatore”.

Ci prova ancora, Ruben. 1o mesi al Sol de America, in Paraguay, e qualche mese in prestito all’Alem. “Non devi diventare a tutti i costi un professionista” continuava a ripetergli suo padre, riuscendo in quell’esercizio di guida liberale che molti padri di aspiranti calciatori tradiscono mettendo davanti se stessi ai figli. Ma “una cosa è fare il padre, un’altra il marito”. Dopo alcun duri scontri, Ruben è costretto a prendere suo padre di forza e cacciarlo di casa, anche a causa di una depressione che lo stava divorando. Oggi si pente: “quel giorno sbagliai a sbatterlo fuori”.

Il sogno sta svanendo all’orizzonte. Gli sforzi, i sacrifici e la tenacia con cui Ruben non si è mai stancato di rincorrerlo cominciano a venire meno. Inizia a lavorare in un locale notturno. I guanti da portiere li indossa solo per allenare i bambini di una scuola calcio.

Gli basta poco per accorgersi che nel giro del locale bazzica gente losca. Basta ancora meno per fare conoscenza e scoprire che quei tali gestiscono un traffico internazionale di droga. Un giorno il cantante che faceva karaoke chiede a Ruben di presentargli quelle persone perché voleva fare “un viaggio”. È presto fatto: intasca un anticipo e parte con una valigia carica di coca verso l’Uruguay, dove avrebbe dovuto fare sosta in un albergo prestabilito e poi ripartire verso l’Italia. L’occasione ha fatto ancora una volta l’uomo ladro, e così il cantante, una volta arrivato in Uruguay, lascia la valigia nell’hotel e scappa con il malloppo preso come anticipo.

I mandanti vanno subito da Ruben: “tu ci hai presentato quella persona e ora tu porti a termine il viaggio”. È un aut aut che gli lascia poco scampo. Per lui nessun anticipo, nessuna paga alla consegna, solo un maledettissimo gesto “riparatore”. Non riesce a opporsi, forse non può, accetta di partire. Arrivato in Uruguay trova la valigia abbandonata, la carica in spalla con tutta la titubanza del caso e si imbarca per Milano in preda al panico: “in aereo bevevo champagne per smorzare la tensione, continuavo a ripetermi che stavo facendo una cazzata, a domandarmi perché l’avevo fatta, ma ormai era troppo tardi”. Attera, stordito dall’alcol ma lucido per l’adrenalina. Viene subito fermato. Arrestato. Condannato: 6 anni. E sei anni in una galera di un paese sconosciuto per uno che nella sua vita non ha mai conosciuto crimine e criminali, sono un inferno.

Il compagno di cella è dentro per aver ammazzato il padre e Ruben non gli permette di stare troppo tempo sdraiato sul letto: “mi ricordava mio padre, sempre a letto in stato depressivo”. Ma in carcere si fa rispettare e conoscere per quello che è, un ragazzo umile e generoso, che non significa debole: “la forza che mi è mancata fuori l’ho trovata qui dentro”.

Tre anni e tre mesi dopo quel malaugurato viaggio, l’incontro che cambia il suo destino. Uno di quei crocevia che segnano la vita. Tra le mura arriva un allenatore di calcio per occuparsi della squadra della galera. Si chiama Luca, un uomo di cui riconosci immediatamente la purezza, molto distante da quei volontari che hanno la puzza sotto il naso e che da qualche parte, girandosi, cercano un tornaconto. Luca vuole portare la gioia del calcio in carcere. Un sano idealista che crede davvero nello sport come motore per la riabilitazione sociale.

È subito partita, ed è subito folgorato da Ruben: “al primo tuffo che ha fatto sul cemento, ho capito che si trattava di un ragazzo speciale. Per buttarsi in quel modo sul cemento bisogna avere coraggio, oltre che tecnica”. Luca decide di incontrarlo subito dopo la partita: “e se ti portassi fuori a giocare?”. “Ti farei un monumento”. Poche settimane dopo, Ruben è fuori, in permesso. Ogni mattina prende la sua bicicletta e dal carcere pedala 8 chilometri per arrivare al campo della parrocchia per allenare i bambini. Un tragitto che gli ricorda quello che con il pullman lo portava al campo d’allenamento, quando la borsa da calcio era carica di sogni e speranze. Oggi la borsa pesa di meno, ma sogni e speranze trovano ancora spazio.

Spesso, racconta Luca, attorno alla rete che circonda il campo da gioco si formano gruppetti di genitori impressionati dal suo modus allenandi. Molti non sanno che è un detenuto, e che finito l’allenamento, dopo la doccia che lava via quel fango che tanto gli mancava perché sa di libertà, deve risalire in sella alla sua bici, pedalare altri 8 km e tornare a dormire in cella. Ha deciso di pagare il suo debito aiutando gli altri.

Un bambino che non parlava mai con nessuno, dopo pochi giorni ad allenarsi con Ruben è cambiato totalmente. “La madre è venuta a ringraziarmi per quello che stavo facendo, pensava fosse un miracolo, era incredula”. Ruben guarda questi bambini e vede la fortuna: “per allenarsi indossano le maglie originali di Messi e Ronaldo, hanno l’ultimo modello di scarpe e dei genitori sempre vicino. I bambini che allenavo in Argentina a metà pomeriggio passavano da casa mia per mangiare un pezzo di pane.

Il calcio, prima demonio che gli ha spinto la testa per annegarlo e poi angelo che gli ha teso la mano per farlo tornare a galla. Per Pasolini il calcio era “l’unica rappresentazione sacra del nostro tempo”, e come tale Ruben l’ha sempre vissuto.

Manca poco prima della Camera di Consiglio che deciderà se il calvario improvviso e inaspettato che ha segnato in maniera indelebile la sua vita finirà, o se Ruben dovrà ancora resistergli, pedalata dopo pedalata. In programma c’è il corso Uefa per allenatori e il ritorno in campo, da giocatore. In Italia o altrove, non importa. Intanto Ruben ha voltato quella pagina nera, e la parata più difficile l’ha già fatta.

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