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Calcio

Se lo Sport si inchina alla Fede: Calcio e Ramadan, un’integrazione difficile

Matteo Luciani

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Nelle prossime settimane, gli allenatori di diverse compagini, composte principalmente da giocatori musulmani, dovranno lavorare con la maggioranza dei ragazzi alle prese con la pratica del digiuno dall’alba fino al crepuscolo, il famosissimo Ramadan.

Tra questi non possiamo certo non menzionare Jurgen Klopp che, dopo aver raggiunto la finale di Champions con il suo Liverpool deve fare i conti con i precetti religiosi che imporranno un rigido regime alimentare, ma non solo, ai giocatori che sono stati diretti partecipi della vittoria sulla Roma e l’accesso all’ultimo step della Champions contro il Real Madrid. Se infatti Emre Can è fermo ai box da tempo, le sue due ali d’oro Manè e Salah sono di religione musulmana e, a partire da martedì 15 Maggio fino a giovedì 14 Giugno, osserveranno certamente il Ramadan. Il problema nasce dal fatto che, durante il mese santo, i due saranno protagonisti della Finale di Kiev, dovendo gestire uno stile di vita che prevede l’assenza di alimentazione e idratazione prima del tramonto che inevitabilmente cozza con la professione di giocatore, figuriamoci in vista di una partita così determinante che cade proprio a metà del Ramadan, il 26 maggio.

Non è, tuttavia, la prima volta che il Ramadan abbia coinciso con appuntamenti sportivi, anzi. Le Olimpiadi di Londra del 2012, la Coppa del Mondo del 2014 o il Campionato Europeo del 2016 in Francia sono soltanto alcuni degli esempi più recenti.

Con il clima spesso torrido dei periodi estivi in ​​Europa, la qualità delle prestazioni dei giocatori può dunque essere un serio problema per tante formazioni di ogni sport.

Capitano, comunque, anche occasioni in cui viene concesso il famoso ‘strappo alla regola’.

Durante Londra 2012, la squadra di calcio degli Emirati Arabi ha ricevuto una speciale disposizione da parte dell’autorità religiosa più alta del paese per poter mangiare nei giorni delle partite. Il tedesco Mesut Ozil, di religione musulmana, scelse a sua volta di non digiunare durante la campagna mondiale della coppa più importante per nazionali nel 2014 in Brasile.

Altri atleti, invece, nel corso della storia, hanno seguito le regole imposte dalla propria religione. Ne è un esempio la selezione calcistica dell’Algeria, i calciatori della quale hanno digiunato durante una partita contro la Germania, nonostante avessero ricevuto anche loro una speciale esenzione da tale regola dalle autorità religiose; solo il portiere Rais M’bolhi ha successivamente ‘rotto’ tale scelta, sorseggiando dell’acqua a metà tempo. Per non dimenticare, nel Basket,  Hakeem Olajuwon  che durante il Ramadan del Febbraio 1995, continuò a giocare in Nba facendo 30 punti di media a partita.

Ma andiamo a capire, innanzitutto, in un momento storico così delicato: che cosa è il Ramadan?

Si tratta del nono mese dell’anno musulmano, durante il quale viene osservato il rigoroso digiuno dall’alba al tramonto.

I musulmani credono che qualsiasi azione positiva comporti una ricompensa maggiore poiché il mese è stato benedetto da Allah.

Alcuni, ad esempio, pregano di più, mentre altri leggono il Corano più spesso.

La data, annualmente, cambia, tornando indietro di circa 11 giorni ogni 12 mesi.

Il festival di Eid è ciò che celebra la fine del periodo del Ramadan.

Quest’anno, il Ramadan partira il 16 maggio, con termine in data 14 Giugno. Negli scorsi anni  molte squadre nazionali in tutta l’Asia e in Africa hanno ritardato il calcio d’inizio delle proprie partite addirittura alla notte.

Emblematico fu nel 2017 il match di qualificazione alla Coppa Asiatica tra la Palestina e l’Oman , alla periferia di Gerusalemme, è un esempio di quanto riportato.

La federazione calcistica della Palestina aveva inizialmente programmato la partita a partire dalle ore 21.45 locali, per poi passare alle 22.45 ed infine alle 23.

Tutto ciò era stato creato per dare alla squadra e ai suoi tifosi l’opportunità di mangiare e mettersi, dunque, in forze velocemente prima di andare allo stadio.

In realtà, si è andata a creare una situazione piuttosto caotica, con molti tifosi non in grado di poter andare allo stadio e tornare da esso in tempo per la successiva giornata lavorativa.

Da un punto di preparazione, invece, sia l’Oman che la Palestina hanno spostato allenamenti e addestramenti tattici alle ore notturne, regolando le abitudini alimentari già da diversi giorni prima della sfida.

I preparatori atletici che devono far fronte a questo problema, raccomandano ai propri atleti di bere, ovviamente dopo il tramonto, almeno tre litri di acqua al giorno, evitando invece di mangiare eccessivamente, in quel caso stravolgendo totalmente il proprio metabolismo e anche le capacità atletiche.

L’ultima raccomandazione ha riguardato le ore di sonno; tendenzialmente, durante la fase di Ramadan, gli interessati dormono o, comunque, si riposano molto di più. Per i professionisti di tali squadre, invece, è assolutamente controproducente fare ciò. Via, così, a diverse ore di bagni in acqua gelata o di crioterapia, per mantenere il più possibile il fisico tonico ed in vigore.

Come dicevamo, esistono però delle eccezioni che potrebbero riguardare anche i casi di Manè e Salah. Infatti, attraverso la deroga da parte delle autorità spirituali musulmane, il Ramadan può essere interrotto o posticipato. Nello specifico esisterebbe il caso in cui se i fedeli si dovessero trovare, per motivi di viaggio, ad una distanza superiore agli 84 km dal loro luogo abituale di preghiera, potrebbero interromperlo e posticiparlo una volta ritornati. In questa fattispecie rientrerebbero proprio i due Reds che, dovendo trasferirsi a Kiev giorni prima della Finale di Champions, e quindi ad una distanza ben superiore a quanto richiesto, potrebbero trascorrere i momenti precedenti alla partita più importante della loro carriera, nel pieno delle forze sia in allenamento che durante quella notte magica. E a Klopp farebbe sicuramente piacere: cosa c’è, del resto, di più sacro di una Finale di Champions League?

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Calcio

Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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