Connettiti con noi

Calcio

L’Italia dovrebbe rifiutarsi di giocare contro Israele?

Leonardo Ciccarelli

Published

on

L’Italia si giocherà la qualificazione al Mondiale di Russia nel 2018 nel girone in cui sarà presente anche Israele. La cosa fa storcere il naso un po’ a tutti, innanzitutto perché Israele è palesemente fuori dai confini europei. Allora perché gioca nelle competizioni Uefa?

La nazionale entra ufficialmente nell’AFC, la Confederazione Calcio Asiatica, dal 1956, vince anche la Coppa d’Asia nel ’64 e la rappresentativa giovanile ha un dominio dittatoriale per tutti gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 nei tornei di categoria, fino al 1974, quando a causa di continui boicottaggi delle nazioni e delle squadre del Medio Oriente nei confronti delle compagini israeliane fanno prendere alla nazione una decisione molto coraggiosa: lasciare l’AFC.

Si sono avviate così le pratiche per entrare nel UEFA e solo nel 1991 Israele è stata accettata a giocare in Europa, e solo nel 1994 è stato approvato l’ingresso nella federazione europea.

I motivi politici però avrebbero dovuto spingere la federazione continentale, ma la stessa FIFA, ad estromettere Israele a causa di un precedente molto forte, ovvero quello del Sudafrica.

La nazione che ha ospitato i mondiali del 2010 fu sospesa dalla FIFA dal 1964 alla fine dell’Apartheid a causa delle leggi razziali presenti nel Paese africano, ma tali leggi sono tutt’ora in vigore in Israele.

Ha indignato il mondo la scelta delle autorità di Tel Aviv di non far partire il materiale della delegazione palestinese a Rio de Janeiro per le Olimpiadi di questa estate, costringendo i 6 atleti qualificati ai Giochi per la federazione a ricomprare tutto il materiale, compresa la bandiera della Palestina, per partecipare a Rio 2016.

I tifosi del Celtic sono quelli che più si sono esposti in questi anni a favore dell’esclusione delle squadre israeliane, e della relativa nazionale, dalle competizioni Uefa per motivi politici, facendo rimostranze molto forti che questa estate hanno rischiato di far escludere la squadra di Glasgow dalla Champions League perché i tifosi biancoverdi si sono presentati allo stadio con le bandiere della Palestina, colorando di bianco, nero, verde e rosso il Celtic Park, facendo dei gazebo informativi lungo le strade di Glasgow sulla questione palestinese. Il tutto si è poi risolto con una multa, che i tifosi del Celtic hanno accolto come una sfida ed hanno donato a delle associazioni che aiutano gli sfortunati palestinesi la stessa cifra che la Uefa ha commutato al Celtic.

L’Italia è sempre stata molto neutrale sulla questione. Ha appoggiato la risoluzione all’Onu per permettere alla Palestina di diventare uno Stato Osservatore, scatenando le ire di Netanyahu e la delusione dell’ambasciatore.

L’incontro tra l’Italia e Israele ad Haifa per la qualificazione, una città prima palestinese e da cui sono stati deportati circa 100mila palestinesi dalle truppe britanniche ed israeliane affiché Haifa fosse “liberata”, ignorando il fatto che quelle terre fossero state di diritto della Palestina.

Si doveva creare un dibattito attorno a questo match, proprio com’è successo in Scozia, ma tutto scorre come nulla fosse, ignorando lo stato di inciviltà e di anti-democrazia che vige in quelle zone distrutte dal potere imperialista dell’Occidente nel corso del ‘900.

Israele-Italia sarà dunque una partita come tutte le altre, anche se contro Israele non potranno mai esserci partite come tutte le altre almeno fino a quando la Libertà non sarà tutelata in tutto lo Stato, almeno fino a quando i cittadini palestinesi non torneranno a poter vivere liberamente.

Comments

comments

32 Commenti

32 Comments

  1. roberto

    settembre 5, 2016 at 2:03 pm

    L’italia non rifiuterà mai nulla così come non prenderà mai nessuna decisione autonoma. Washington o Berlino ci dicono cosa fare

  2. Romano Monti

    settembre 5, 2016 at 2:30 pm

    Sono d’accordo con il commentarore che mi ha preceduti. Per quanto riguarda Israele, con tutto il rispetto per quando si comporta correttamente, non capisco perche’ inserirla in Europa: dovrebbe competere con li Paesi del suo territorio, perche’ di Europa non ha nulla.
    Altrime ti, perche’ no Tunisia, Marocco, Algeria, Libano, Egitto…. Nel caso specifico noi siamo succubi solo degli usa, non della Germania, che, invece, ci condiziona in altri campi

  3. Cacchio

    settembre 5, 2016 at 4:42 pm

    Fa sorridere la sicumera con cui si mettono in fila i fatti storici in questo post. Magari la realtà fosse così semplice.
    La situazione in quei posti è così ingarbugliata che nessuno ormai ha torto e nessuno ha ragione.
    Si citano le leggi razziali, ma non se ne riporta una sola, probabilmente perché non ne esistono (ancora).
    Israele ha le proprie responsabilità nell’impedire che la situazione migliori, ma i comportamenti di Iran, OLP e Hamas fanno gioco affinché tutto resti com’è.
    Persone come Ciccarelli sarebbero soddisfatte solo quando i cittadini ebrei di Israele si saranno suicidati in massa.

  4. Jonny

    settembre 5, 2016 at 4:43 pm

    Articolo assurdo, pieno di falsità e, quando va bene, grossolane inesattezze. Le leggi razziali in Israele? Haifa una città araba? La storia del materiale palestinese per Rio che è una BUFALA? Siete senza vergogna.

    • HollyBB

      settembre 5, 2016 at 9:40 pm

      All’inizio del XX secolo, gli abitanti di Haifa erano circa 100.000, formati per l’82% da arabi musulmani, per il 14% da arabi cristiani e per il 4% da ebrei.
      Ovvio che Haifa era una citta’ araba. E lo e’ stato fino a 1948, quando i palestinesi sono stati cacciati dai terroristi ebrei come STERN, Haganah ecc.
      Credi davvero che la Palestina era disabitata prima di 1948? Ha forse visto troppi film propagandistici tipo EXODUS!

  5. Francesco

    settembre 5, 2016 at 4:54 pm

    Quali sarebbero queste leggi razziali, uguali a quelle sudafricane, che sarebbero ancora vigenti in Israele?

  6. Mauro

    settembre 5, 2016 at 4:56 pm

    quindi Haifa non era araba……
    https://it.wikipedia.org/wiki/Haifa

  7. leonardo

    settembre 5, 2016 at 5:06 pm

    Nel pezzo c’è scritto chiaramente che Haifa era palestinese, non araba. E lo era come potete leggere dalla pagina di wiki che avete postato. Quanto alle leggi, ci sono. Questo è un articolo preso ad esempio

    http://www.unimondo.org/Guide/Politica/Xenofobia-e-razzismo/Israele-critiche-alle-leggi-razziali-122207

  8. Pietro

    settembre 5, 2016 at 5:17 pm

    Caro Ciccarelli,

    lei si dovrebbe vergognare per aver scritto che in Istraele sono in vigore leggi razziali. E’ evidente che lei non sa la differenza tra leggi razziali e leggi sulla sicurezza, ma vista la quantità di castronerie scritte nel suo articolo, non mi aspetto che la capisca.

    Come fa ad affermare che tali “terre fossero state di diritto della Palestina”? Su che basi storiche, politiche e geografiche afferma ciò?

    “100.000 deportati”? Ma a che eventi si riferisce? Conosce il termine della parola “deportazione”? Oppure ha semplicemente scopiazzato quanto scritto su Wikipedia?

    La cosa che più mi colpisce è che nessuno al Fatto, unico quotidiano serio in Italia, non controlli.

    Chieda scusa per questo articolo a dir poco vergognoso.

    • Stefano

      settembre 6, 2016 at 8:48 am

      Dovrebbe vergognarsi lei che copre le leggi razziali israeliane definendole “sulla sicurezza”, il suo é l’atteggiamento tipico dei colonialisti che da 70 anni stanno effettuando una sistematica pulizia etnica nei confronti della popolazione palestinese che da secoli vive in Palestina.
      Questo articolo é uno dei pochi che riesce ad andare fuori dal coro e che non si adegua alla visione sionista dove tutto é dovuto e giustificato a favore dei discendenti di un gruppo di terroristi che ha rubato la terra e negato la vita ad una popolazione, il tutto con la protezione di nazioni colonialiste e guerrafondaie come gli stati uniti, dove guardacaso i sionisti occupano posizioni importanti nel governo.

    • Gianluca

      settembre 7, 2016 at 12:05 am

      Signor Pietro,
      Sta davvero sostenendo che in Israele non vi siano problemi razziali? Davvero crede che le “leggi di sicurezza” siano tali? Potrà anche non trattarsi di leggi che lasciano apertamente intendere al razzismo, ma credo che episodi come l’assassinio del ventiquattro settembre dell’anno scorso di una studentessa palestinese da parte di un soldato israeliano (tanto per citarne uno dei tanti), non può essere motivato solo dalla “leggittima difesa”. Va bene, è indiscutibile che anche il popolo palestinese usando la violenza passa automaticamente nel torto, ma Israele si fa forte del sostegno delle grandi potenze occidentali per poter segregare in modo paragonabile all’apartheid la minoranza araba (palestinese o meno che sia) presente all’interno del paese. Insomma, se non siamo alle leggi razziali poco ci manca…

  9. Eugenio

    settembre 5, 2016 at 5:33 pm

    Ma chi è il cialtrone mentitore che ha scritto questo articolo ??? Sarebbe da denuncia!!!!!

  10. Federico

    settembre 5, 2016 at 5:55 pm

    Tolto il fatto che è ovvio che la colpa stia da entrambe le parti, è innegabile che in Israele esistano leggi ( chiamatele come volete, razziali, di sicurezza, antiterrorismo) che limitano la libertà dei palestinesi. Senza fare tanti esempi su i diritti di cittadinanza e le varie risoluzioni Onu mai rispettate dal governo Israeliano, quello più eclatante è il Divieto di poter sventolare la bandiera palestinese ( pena fino a 3 anni di reclusione), su un territorio che, a torto o a ragione, non è israeliano o al limite è di entrambi.
    Essere Israeliani o ebrei non significa essere per forza di cose a favore di quello che dice e che fa il governo ma spesso questo accade per partito preso.
    Saluti

  11. sandro

    settembre 5, 2016 at 6:10 pm

    come giornalista non vale niente sig ciccarelli ha ciccato

  12. Brazov

    settembre 5, 2016 at 6:21 pm

    Sono curioso di vedere come si comporteranno i tifosi italiani al ritorno, avendo fischiato l’inno francese senza motivi apparenti, in questo caso ne avrebbero ben donde.

  13. HULK

    settembre 5, 2016 at 6:35 pm

    per il signor Mauro questo è ciò che è scritto nel link da lui messo: Costruita ai piedi del monte Carmelo, in una baia naturale, fu fondata nell’antichità. Ai piedi del Carmelo, in una zona ormai inglobata nella città, vi è una grotta nella quale, secondo tradizione, dimorò il profeta Elia.

    La città di Haifa è citata nel Talmud come una piccola città contadina. Nel VII secolo vi sono insediati i Bizantini fino alla CONQUISTA (sottolineo CONQUISTA) dei Persiani e poi degli Arabi.
    Quindi Haifa non è Araba ma una città Israeliana CONQUISTATA dagli arabi.
    Per quanto riguarda il sig. Federico, non vi è nessun divieto a sventolare la bandiera Palestinese e quel Territorio è Israeliano a tutti gli effetti votato dall’ONU nel 1947, allora se la sua è uno scritto per sentito dire la invito ad andare in Israele e vedere come vivono lì gli Arabi, se è una presa di posizione in quanto antisemita allora arrivederci e stiamo bene così!.

  14. Leonardo Ciccarelli

    settembre 5, 2016 at 7:03 pm

    @Hulk ma città israeliana conquistata dagli arabi dove? Israele non esisteva. Ci appelliamo ad un testo sacro ora? A questo punto diciamo che Bucarest è italiana perché si trovava nell’Impero Romano? Israele è uno stato su carta. Non esiste Israele. Esiste la Palestina.

  15. enzo20

    settembre 5, 2016 at 7:43 pm

    Usare il calcio per sfogare il proprio antisemitismo è davvero degno degli hooligans neonazisti che imperversano in tutta Europa, complimentoni. Se in Medio Oriente non vogliono giocare contro Israele, probabilmente perchè perdevano la maggior parte delle volte, sul campo come in guerra, va benissimo che sia nella UEFA
    Fuori la Turchia piuttosto!

  16. Faelino

    settembre 5, 2016 at 8:12 pm

    Ciccarelli, che storia hanno i palestinesi? Quando msi nella Storia è mai esistito uno stato chiamato palestina? Chi sono i leader palestinesi antecedenti al1864 quando è ststo inventato il popolo palestinese da Ahmed Shukeiri?
    I re David e Salomone erano palestinesi? Come mai qyella Terra ai tempi dell’Ebreo Gesu’ su chianava Regno di Israele e Regno di Giuda? Sono per cado citati nel Vecchio e Nuovo Testamento “palestinesi “??
    Ma si vergogni e torni a studiare la vera Storia! Israele è sempre esistito. I palestinesi? Chi sono?

    • Michele

      settembre 5, 2016 at 8:27 pm

      La Palestina senza storia? Non esistevano? Sei sicuro?
      https://it.m.wikipedia.org/wiki/Palestina

    • lorenzo

      settembre 5, 2016 at 8:51 pm

      ma si rende conto di quello che realmente è stato/viene fatto la? da tutta la gente? sia gli ebrei che i palestinesi? ci si rende conto o no??????? perchè se si parte da qui ok… sennò è essere solo tifosi da tastiera.

      comunque sono d’accordo, israele deve giocare la la spagna qua…. questo è un gioco e ci sono delle regole, se non si rispettano che senso ha contnuare a giocare?

  17. Pelavet

    settembre 5, 2016 at 9:29 pm

    – E’ del tutto evidente che Israele sia una Terra che appartiene agli Ebrei e che gli Arabi siano subentrati secoli dopo.
    – Detto questo, come mai nessuno si chiede che fine abbiano fatto tutti i fondi della Comuità internazionale destinati per anni ad Arafat ? Come sono stati spesi da Arafat e dalla sua Gente ? Scuole ? Ospedali ? Strade ? Quartieri moderni ? Ma insomma che fine hanno fatto tutti quesi soldi ?
    Per caso ne sa qualcosa la moglie di Arafat ? A proposito come si guadagna da vivere ?
    – Tutti coloro che manifestano per il popolo palestinese e cercano donazioni (Tifosi del Celtic incluso), perchè non chiedono mai conto dei milioni di dollari ricevuti dall’OLP ?
    Grazie

  18. Antonio

    settembre 5, 2016 at 10:09 pm

    Anzitutto, comincio con esprimere la mia incondizionata e massima solidarietà umana, intellettuale, politica e giornalistica all’amico e compagno Leonardo che, tramite questo blog del Fatto quotidiano, è riuscito a trasmettere vivacemente ed appassionatamente l’amore e la prossimità allo sport come strumento di liberazione dalla colonizzazione culturale che alcuni popoli hanno subito nel corso dell’ultimo secolo, identificando quest’attività fisica come mezzo di confronto dialogico autentico interculturale.
    Ciò detto, mi preme rivolgermi a tutti i commentatori di quest’articolo che, vuoi mossi da malafede vuoi da ignoranza ingiustificata ed incontestabilmente volontaria quindi gravissima, indirizzano le proprie “critiche” aspre ed inconsistenti all’autore dell’ articolo semplicemente per aver riportato dei fatti oggettivi, evidentissimi agli occhi della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, delle ONG e di tutte quelle associazioni di solidarietà con la nobile, coraggiosa e vitale causa palestinese, ma non a quelli di fomentatori d’odio, razzisti, sion-nazisti (perchè sì, nessuno mi convincerà che il sionismo è una pratica ideologico-politica differente dal nazismo), pseudocredenti e compagnia socratica.
    Leggo di un tipo che parla di “antisemitismo” perché non si riconosce come legittimo lo “Stato di Israele” che, secondo il diritto internazionale, esercita un brutale regime di occupazione militare in Cisgiordania, favorendo maggiormente e costantemente dei piccoli “bantustan” ( aree in cui vige la segregazione razziale, uguali a quelle esistenti nel Sudafrica dell’apartheid), impedendo ai palestinesi di recarsi a lavoro, scuola e qualsiasi altro luogo della socialità e vita attiva liberamente, senza dover passare ogni volta per checkpoint militari onnipresenti in tutto il territorio israeliano e West Bank (Zona A, B, C, anche in quella parte di territorio la cui sicurezza è garantita dalle forze dell’ordine dell’ANP).
    Occorrerebbe uno spazio nettamente più ampio per scrivervi esaustivamente ma mi limito ad un altro paio di punti:
    1) Come potete azzardarvi a sopprimere ignobilmente e spudoratamente la storia del popolo palestinese, storia dello stesso Gesù Cristo, vissuto in Giudea, all’ epoca provincia dell’Impero Romano in cui si parlavano aramaico, ebraico, latino?
    2) Com’è possibile che non ammettete la natura razzista, xenofoba, segregazionista, genocida (la “Nakba” registratasi nel 1947 con la fondazione dell’entità sionista dura tutt’oggi, seppur in forme inedite) e quindi la sua illegalità istituzionale?
    3)Ah, ditemi: Gerusalemme sarebbe “città israeliana” soltanto perchè in essa sorse a suo tempo il Tempio di Salomone sulle cui rovine è sorta la Moschea di Al-Aqsa, sacra ai fratelli islamici?
    Per il resto, trovo che l’analfabetismo funzionale, la rimozione deliberata della memoria storica, l’ottusità e l’incapacità di comprendere oltreché d’interpretare alcuni fatti storici siano ormai tratti caratterizzanti la vostra argomentazione fallace.

  19. domenico

    settembre 5, 2016 at 11:11 pm

    E se qualcuno decidesse che non si deve più giocare con noi perché vendiamo armi a tutti i peggiori stati canaglia del mondo?
    Comunque la Confederazione calcistica non c’entra con il continente geografico
    Il Kazakistan gioca in Europa l’Australia gioca in Asia ed il Suriname gioca in Nord America

  20. Roberto

    settembre 6, 2016 at 12:25 am

    Lei è sioltanto un semplice antisemita.
    Sicuramente ben informato ma così tanto antisemita da nascindere e camuffare la realtá.
    Di certo sarebbe stato meglio non risponderle, perché ” a lavar le orecchie all’asino si perde tempo e sapone’ ma ho voluto farlo solo per sentirmi a posto con la coscienza. Purtroppo siamo pieni di scribbacchini sottoculturati a cui viene dato spazio. Il tempo è galantuomo, sará costretto a ricredersi e sulla democraticità dello Stato di Israele e , mi soiace per lei perchè sará dura, su cosa sono e cosa fanno gli islamici.

  21. Anna

    settembre 6, 2016 at 11:27 am

    Per fortuna fra i commentatori c’e’ chi ha risposto a questo articolo antisemita che contiene un ammasso di menzogne. Studiare (un bel po’) di storia le farebbe senz’altro bene prima di scrivere cose che evidentemente non sa, ma mi limito a ricordarle che NON esistono in Israele leggi razziste, e che TUTTi i cittadini, ebrei, arabi, drusi, cristiani ecc, godono di pari diritti in Israele. Cosa che non succede in nessun altro Paese del Medio Oriente, dove anche i cristiani sono perseguitati o anche trucidati. Israele e’ il baluardo della democrazia, e bisogna essere ciechi (o in mala fede) per non vederlo.
    Come ha detto Roberto – sarebbe stato meglio non risponderle – ma davanti a un articolo talmente antisemita non ho resistito

    • matteo

      settembre 6, 2016 at 11:44 am

      Ma basta con questo “antisemitismo”. Come con questa cosa di nazisti e razzisti se uno prova solo a contestare Israele. Si può anche essere Ebrei e non essere d’accordo con il governo di Israele. Ogni volta che viene tirato in ballo Israele sembra si debba avere una certa cura nel non offendere o attaccare per non rischiare di essere marchiati come nazisti e antisemiti. Io capisco tutto, capisco questo porsi sulla difensiva attaccando visto il recente passato che il popolo ebraico ha dovuto sopportare con deportazioni e uccisioni di massa ignobili da parte del nazismo, però questo non può significare che ad Israele ( governo e non popolo, che in questa faccenda c’entra poco) tutto è concesso e non si può criticare niente in nome dell’Olocausto. Il genocidio ebraico fa schifo ( non c’è bisogno neanche di dirlo) ma non ha nulla a che fare con la geopolitica di quella zona, che a seconda dei punti di vista può essere elogiata come criticata. In questo pezzo vedo una critica al governo/potere di Israele, un punto di vista che può essere accettato o meno. Ma non vedo nulla che possa rimandare al tanto speculato appellativo “antisemita” ( che significa Odio per gli Ebrei, questo lo dico per chi lo usa in maniera sempre troppo poco appropriata).

  22. Rivera

    settembre 6, 2016 at 3:59 pm

    Qualcuno avverta subito Taleb Tawatha!

  23. franco

    settembre 7, 2016 at 5:08 pm

    Se il sig. Ciccarelli fosse una persona non carica di odio unilaterale a sfondo razzistico ,( come dovrebbe essere ogni giornalista che si rispettii) avrebbe dovuto sapere che :

    a) se israele gioca in Europa è probabilmente dovuto al fatto che le Nazioni Arabe circostanti – considerata la loro grande civiltà e senso sportivo (sic) – non avrebbero mai giocato sportivamente con Israele.
    Servono esempi ‘ ( a Rio gli atleti libanesi si sono rifiutati di salire sulol stesso autobus (dico autobus non partita!!) degli Israeliani e il judoka Egiziano, contravvenendo a una millenaria tradizione SPORTIVA si è rifiutato di salutare il suo avversairo (sportivo) davanti a miliardi di telespettatori.
    Senza poi dilungarmi sulle comiche affermazioni circa le distruzioni ad opera delle potenze “iimperialiste occidentali”ecc ( è rimasto un pò indietro vero caro Ciccarelli,
    sa un pò di PRAVDA)) e sulle altre affermazioni a dir poco razziste, dico che per avere un minimo di credibilità e di onestà morale Ciccarelli aveva il dovere etico di promuovere il boicottaggio a tutte le manifestazioni sportive Internazionali di Iran (impiccagione degli omosessuali e feroce repressione dei pacifici oppositori, l’ Egitto per il caso Regeni, la Siria (inutile dire perchè) Hamas ( per l’ esecuzione di confratelli accusati di collaborazionismi senza processo) ,la Corea del Nord, il Sudan , per non parlare della Turchia.
    O il suo mirino è puntato solo su Israele ??
    Che provasse a rifletter sul fatto che demonizzare serve solo a fomentare odio !
    Franco

  24. augusto

    settembre 7, 2016 at 8:23 pm

    Non commento nemmeno le vergognose stupidaggini su Israele. Mi limito a ricordare che nelle competizioni Uefa giocano anche Turchia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan, e nessuno storce il naso.

  25. franco

    settembre 9, 2016 at 2:12 pm

    Ho letto l’ intervento di Antonio e desidero complimentarmi con lui per gli enormi sforzi che dedica a dare un contributo alla pace in Medio Oriente.
    A prescindere dai deliranti riferimenti storici, riporto solamente una parte degli incredibili e hitleriani epiteti da lui rivolti a Israele :
    “sion nazisti” ( a un popolo che ha subito tragicamente il nazismo)
    “razzisti” a un popolo che ha subito il razzismo più di ogni altro
    “genocida”
    “xenofobo”
    segregazionista”
    ecc ecc
    La dice poi lunga il fatto che questo signore, fortunatamente isolato, non faccia il minimo cenno alle responsabilità dei suoi amici di Hamas (organizzazione classificata come terroristica dall’ ONU) e che, tra le altre atrocità esegue esecuzioni in piazza di confratelli accusati di collaborazionismo, in assenza del benchè minimo processo.
    Fortunatamente il mondo non è fatto di persone che fomentano un tale odio nei confronti di una sola parte.

  26. pIETR

    settembre 5, 2017 at 3:53 pm

    Fra tutti i ” commenti ” nessuno spiega veramente perché Israele gioca in
    Europa.- Nessuno, ripeto nessuno, spiega che il motivo sono ” i S O L D I “.-
    Secondo Voi tutti, Israele si accontentava di essere boicottata nelle gare in
    ASIA , in tutti i giochi ?????……ed i R I C C H I Ebrei del Mondo intero………..
    starebbero solo a guardare o, a partecipare, L’UEFA HA DATO UNA MANO .-

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

Published

on

Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

Published

on

La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending