L’Isis contro il calcio è una scontro che il Califfato porta avanti ormai da tempo. Molti sono stati gli episodi in cui gli uomini in nero di Daesh hanno dimostrato che anche il calcio può essere visto come un nemico da combattere. Gli attacchi terroristici in Francia di quasi un anno fa ne sono il terribile esempio. Ma non solo: se allo Stadio St. Denis l’obiettivo era quello di minare la sicurezza del popolo francese e occidentale in generale, colpendo luoghi di svago, di vita normale, come andare a vedere la partita o un concerto (come è successo al Bataclan), nei territori sotto il controllo dello Stato Islamico, le operazioni condotte dall’esercito di Al Baghdadi hanno lo scopo di distruggere ogni espressione che possa essere ricollegata alla libertà di poter aggrapparsi alle così dette “piccole gioie della vita” che in questo caso sono rappresentate da un pallone che rotola.

In Iraq, lo scorso marzo, durante un torneo giovanile, un attentato uccise 41 bambini e ne ferì più di 100. A maggio, a Balad, sempre in Iraq, l’attacco al fans club del Real Madrid, con 16 vittime a farne le spese. Scena che si è poi ripetuta, pochi giorni dopo, a Baakouba, vicino Baghdad, mentre a San Siro si giocava la finale della Champions League 2016. In quell’occasione furono 4 i morti di età compresa tra i 18 e i 30 anni.

Lo scenario della dittatura islamica continua a diffondere il terrore ed è notizia di pochi giorni fa che l’Isis abbia imposto il divieto di indossare casacche di squadre di calcio, in particolare quelle che possano rappresentare il nemico occidentale. Nella provincia di Al Furat, in Iraq, infatti, chiunque venga visto vestito con le maglie delle maggiori squadre europee rischia fino ad 80 frustate. In particolare, la punizione è prevista per coloro che sono in possesso di tenute da gioco prodotte dai colossi sportivi Nike e Adidas, come specchio di una cultura anti-musulmana che Daesh vuole eliminare nei territorio sotto il loro controllo. Tra le squadre nel mirino c’è l’italiana Milan, accompagnata in questa “lusinghiera” lista anche dalle spagnole Real Madrid e Barcellona. Non esenti le inglesi tra cui Manchester United, Manchester City, Chelsea, West Bromwich e Sunderland ma anche quella della nazionale dei Tre Leoni, della Germania e della Francia, i Paesi impegnati con più forza nella lotta al radicalismo islamico.

L’ennesimo tentativo di imporre il capo chino ad una popolazione oppressa neanche più libera di poter vestire come i campioni che sogna da lontano, miraggio di una vita migliore. Ma, con tutti i difetti e le considerazioni del caso, il calcio ( e lo sport in generale) continuerà a scaldare i cuori della gente e a mantenere viva la speranza. E se le esplosioni e gli spari ricominceranno ad illuminare il cielo, in qualche sperduto luogo, un pallone tornerà a rotolare. Come in Libia, quando squadre storicamente rivali, durante i bombardamenti, giocarono un derby in nome della libertà, gridando in un’unica voce la voglia di resistere.

L’Isis non ha ancora vinto e la partita non è ancora finita..

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