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Calcio

L’ipocrisia delle critiche a Tévez

Matteo Calautti

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Sta facendo scalpore in questi giorni il trasferimento di Carlos Tévez dal Boca Juniors allo Shanghai Shenhua. Si parla di cifre pazzesche: 38 milioni di euro a stagione per due anni all’Apache e circa 11 milioni, per un giocatore che a febbraio compirà 33 anni. Ci sono state principalmente tre categorie di moralisti in questi giorni:

  1. A) Criticatore romantico, ovvero chi sostiene che una volta tornato al Boca da Jugador del Pueblosi sia dimostrato ipocrita a lasciarlo.
  2. B) Criticatore economista, ovvero chi dice che gli sarebbero dovuti bastare i soldi che già percepiva.
  3. C) Criticatore ferito, ovvero chi avrebbe voluto continuare a vederlo con un’altra maglia.

Le argomentazioni contro le ultime due tipologie sono agili e scontate: ognuno fa della sua carriera ciò che vuole. Posto il fatto che il calcio abbia ormai spalancato le sue porte al capitalismo, non si può far altro che rispettare le decisioni degli altri. Può permettersi queste argomentazioni critiche solamente chi contesta la scelta di Tévez ed allo stesso tempo non alimenta il mondo del calcio boicottandolo dal punto di vista delle Pay TV, gadget, biglietti allo stadio, magliette e così via. In caso contrario esiste solo una parola: il rispetto.

La prima critica, invece, è un po’ più solida. Il quotidiano sportivo argentino Diario Olé, per esempio, ha pubblicato in prima pagina il titolo «El jugador del pueblo chino», ovvero «Il giocatore del popolo cinese».

Alcuni stanno invece rispolverando le frasi rilasciate dall’attaccante al canale argentino TyC Sports nel 2010: «Non ho più voglia di giocare. Sono stanco del calcio e delle persone che ci lavorano: ci sono troppi soldi di mezzo, non mi piace più». E lui effettivamente è rimasto coerente con quest’idea, rinunciando a stipendi più importanti per ritrovare stimoli alla Juventus, portandola fino alla finale di Champions League. Poi romanticamente ha fatto ritorno al Boca Juniors, dichiarando di voler chiudere la carriera in Azul y Oro e conducendo la squadra alla vittoria della Primera División nel 2015, a tre anni dall’ultimo successo, e sfiorando una finale di Copa Libertadores quest’estate. Tutto normale fino a circa un mese fa, quando si iniziava ad essere assillante (e sempre più credibile) la voce di un’offerta faraonica da parte dei cinesi. Un’offerta che poi lui accetterà, e che si concretizza nel seguente guadagno: 38.000.000 € all’anno, 3.166.666,67 € al mese, 791.666,69 € a settimana, 104.109,59 € al giorno, 4.337,90 € all’ora, 72,30 € al minuto, 1,20 € al secondo, 0,12 € al decimo di secondo. Quindi è valida la prima tipologia di critiche? Per quanto sia la più solida dal punto di vista delle argomentazioni, secondo me no. Lui è tornato da Jugador del Pueblo ed è stato Jugador del Pueblo, regalando perfino il Superclásico all’Estadio Monumental con una doppietta, caratterizzata da una rete da antologia.

E quando è stato il momento di rifiutare offerte in Europa, una volta tornato in Argentina, l’Apache non si è tirato indietro. È il caso del Chelsea di Antonio Conte, per esempio, la cui offerta sarebbe stata educatamente rifiutata. Un campione vero, veramente legato alla sua gente. «La gente de Boca sabe que yo muero por estos colores», ha dichiarato l’argentino dopo la vittoria contro i Millonarios, ovvero «la gente del Boca sa che muoio per questi colori». Ma la gente deve anche sapere che un’offerta da 2 € ogni normale respiro non può essere rifiutata, in quanto non costituisce una proposta come tutte le altre. E non si parla di avidità: si parla di realismo. Una cosa che la sua gente ha compreso, così come il suo club, lanciando l’hashtag #HastaProntoCarlitos. Un augurio, se vogliamo, ribadito anche dal suo presidente Daniel Angelici: «Si fuimos capaces de traerlo cuando era imposible, por qué no pensar que pueda volver?», ovvero «Se siamo stati in grado di prenderlo quando era impossibile, perché non pensare che possa tornare?».

«Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano», cantava Antonello Venditti. In futuro scopriremo se si è trattato di un 再見 oppure di un hasta pronto, ovvero di un “addio” o di un “arrivederci”.

 

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10 Commenti

10 Comments

  1. Ominise

    dicembre 31, 2016 at 3:40 pm

    Ma soprattutto mi chiedo chi fa la campagna acquisti in Cina e con quali qualifiche. Non sono un calciatore, a mala pena sono capace di giocare, ma penso che se danno a me i soldi che hanno dato a Tevez tengo per me un milione e con quei soldi dal Brasile torno con cinque giocatori forti piu giovani e piu promettenti di lui

    • Jonathan

      gennaio 2, 2017 at 8:49 am

      Che nessuno conosce e di cui nessuno comprerà la maglia e nei quali nessuno sponsor investirà…
      Tevez, come tutti gli altri campioni strapagati che vanno in cina o in america o altrove non servono per vincere, servono per vendere.

  2. GiulianoFornari

    gennaio 1, 2017 at 10:14 am

    Sinceramente, non sorprende il livello degli ingaggi , visto che in qualsiasi mercato il prezzo viene fissato dal rapporto tra domanda e offerta, quanto il fatto che le pay tv non trasmettano alcuna partita di quel campionato : fanno talmente pena ?

  3. Angelico Sibona

    gennaio 1, 2017 at 1:53 pm

    La quarta categoria è quella dei ” tifosi-BabboNatale Befana Mago di Oz e Biancaneve”, e sono quelli che vanno allo stadio nella convinzione che i giocatori del suo club giocano per pura passione sportiva ed amore per la maglia, e che si guadagnano da vivere lavorando duramente durante la settimana come facchini ai mercati generali.

  4. augusto

    gennaio 1, 2017 at 6:47 pm

    Almeno spariscono le mele marcie che circolano

  5. Roberto

    gennaio 1, 2017 at 11:31 pm

    Credo che gli ingaggi e le scelte tecniche siano frutto del rifiuto di alcuni calciatori di andare in Cina, sia Cavani che Ibra proprio in questi giorni hanno rifiutato maxi offerte dalla Cina.

  6. Nino

    gennaio 2, 2017 at 8:21 am

    Questo andazzo non potrà durare a lungo. Non so chi ci sia dietro questi ingaggi monstre che hanno preso ad elargire ma le regole economiche non si possono ignorare per molto tempo. QUESTI SOLDI NON TORNERANNO INDIETRO IN NESSUN MODO. Il calcio cinese non se lo fila nessuno, mancano sia i valori tecnici (che non si costruiscono infilando qualche buon giocatore in una rosa di brocchi) che la tradizione. E sono cose che non si tirano su in qualche anno.

  7. davide

    gennaio 3, 2017 at 1:40 am

    Mi sembra tutto un po´ipocrita. Non ci si ricorda più di Pellé (che in confronto a Carlitos è un vero brocco),Nessuno si scandalizzò più di tanto. Non dimentichiamoci che Tevez è nato in un una Chabola argentina e ha avuto un ‘infanzia di miseria e violenza. Si è riscattato grazie al calcio fino ad arrivare ad essere il grandissimo campione che è. Perché rifiutare un’offerta che offrirà a lui e ai suoi figli (forse anche a nipoti e pronipoti) quel benessere economico che altri raggiungono senza meritarselo. Semmai quelli da criticare sono coloro che inorridiscono davanti a questi ingaggi e poi alimentano il marcio mondo del calcio con abbonamenti TV, biglietti a costi esorbitanti, ecc.

  8. alicenelpaesedellemeraviglie

    gennaio 3, 2017 at 2:55 pm

    dei 38 annui ufficiali i cinesini ne portano fuori ripuliti non meno di 30, e (forse) 8 vanno al giocatore.
    i cinesini prima di farti vedere un soldo li devi spremere come limoncini sotto una pressa, figurati se all’improvviso sono diventati il nuovo eldorado del calcio, e poi pensate solo al fantastico ingaggio di pellè….. è assolutamente fantascienza!

  9. gino@latino.com

    gennaio 4, 2017 at 2:58 pm

    Vorrei proprio vedere gli ipocriti che stanno a criticare. Con un tizio che gli mette una valigetta con dentro 76 MILIONI e gli dice :” E’ tua se lavori per me 2 anni”. Sono certo che più della metà accetterebbe senza nemmeno chiedere di che lavoro si tratta e i rimanenti una volta saputo che non devono uccidere nessuno, non devono rapinare, truffare,spacciare e nemmeno asfaltare una strada ma “solo” giocare a calcio, sicuramente non chiedrebbero nè in che squadra nè in che paese ma solo :”Dove devo firmare?”

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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