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Per come la vedo io la distanza tra Occidente ed Oriente, nonostante negli anni sembri attenuarsi e diminuire sempre più sotto la spinta di capitalismo e globalizzazione, sarà sempre più o meno quella che c’è tra Urano e la Terra. Magari superficialmente sembreranno sempre più vicini, ma solamente per il lavoro telescopico dei media.

Troppo incatenato all’immanente uno e troppo proiettato verso il trascendente l’altro.

Particolare contro Universale. Forma contro Sostanza. Difficile cucire toppe su questi buchi.

Le arti marziali in genere sono quanto di più NON occidentale possa ancora esistere al giorno d’oggi, nonostante siano ampiamente entrate nel quotidiano anche degli occidentali.

Per noi generalmente in un contesto di competizione (sportiva e non) ci possono essere dei soggetti “forti” e dei soggetti “deboli”.

I forti vincono sempre. I deboli soccombono sempre.

Forza = Vittoria.

Punto.

Ma in Oriente le cose non stanno così. C’è un termine che fa veramente al caso nostro ed è “cedevolezza”.

Un termine che per noi occidentali ha accezioni per lo più negative e assimilabili in generale alla debolezza, e quindi automaticamente alla sconfitta.

In alcune arti marziali, come il judo, il jujitsu o l’Aikido, questa caratteristica diventa la base di tutto. Hey yo shin kore do, ovvero “Il morbido vince il duro“.

La leggenda del salice.

Durante il freddo inverno la neve che si accumula sugli alberi spezza anche i rami più robusti. L’unico albero che resiste è il salice, che rimane imperturbabilmente se stesso. Ogni volta che la quantità di neve minaccia di sommergerlo e spezzare i suoi rami, questi si flettono lasciando che il peso stesso della neve la trascini a terra, e poi ritornano alla loro posizione originaria.

La forza della quale si necessita per sconfiggere l’avversario in pratica proviene dall’avversario stesso. Più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro.

La chiave di tutto si risolve nel momento cruciale, nell’ultimo istante dell’attacco subìto.

In quelle frazioni di secondo si deve affrontare l’avversario con morbidezza e cedevolezza, in modo che lui non si accorga di una difesa e trovi, davanti a sé, il vuoto. Solo e soltanto il vuoto.

Il principio della “non resistenza”. La cedevolezza.

La cedevolezza che ha dimostrato il Portogallo agli europei una volta privata di Ronaldo, la sua unica forza, lasciando che la tempesta di neve dei francesi padroni di casa si dissolvesse nel nulla.

La cedevolezza che ha dimostrato il Leicester, che non è stato sommerso dalla nevicata di miliardi di Arsenal, Chelsea, City, United e Tottenham.

Li ha sfidati. Li ha aspettati, consapevole di essere inferiore, e alla fine li ha battuti tutti.

Trionfi memorabili e difficilmente ripetibili.

La cedevolezza dei Mavericks del 2011, che contro ogni pronostico hanno ribaltato il destino senza storia della sfida con i fortissimi Heat di James, Wade e Bosh.

La cedevolezza del loro eterno leader, Dirk Nowitzki. Il suo fadeaway sembra veramente mutuato dagli insegnamenti di chissà quale maestro orientale. Ti trovi addosso l’avversario che spinge con tutta la sua forza. Di colpo poi con un passo indietro gli fai assaporare “il vuoto”. La sua forza si annulla completamente e finisce per travolgere lui stesso.

Quante volte ho visto il difensore su Nowitzki allungarsi nel vuoto nel vano tentativo di stoppare il tedesco. Qualcuno ogni tanto nella foga è addirittura caduto. Credo che nessuno lo abbia mai stoppato.

Il biondo si inarca all’indietro e lascia partire una parabola morbidissima che finisce praticamente sempre nel cotone dentro il canestro. Sublime.

Un gesto tecnico di una bellezza sconcertante. Il gesto che lo ha già consegnato all’immortalità sportiva.

Sì, perchè se c’è una cosa che segna indelebilmente il nostro passaggio su questo pianeta e che supera il tempo della nostra esistenza è proprio l’Arte.

E il fadeaway di Nowitzki è Arte, e Nowitzki è per certi versi un artista. Un giocatore meraviglioso. Dotato di un tiro senza eguali, soprattutto se considerate le sue misure.

Mani da pianista su un 2,13. Un giocatore che ha di fatto cambiato il gioco dal suo arrivo nella NBA.

Ma prima di tutto un leader, una bandiera che ha sempre dato l’anima per la squadra dove ha giocato, sia essa la nazionale tedesca o i Dallas Mavericks.

In tutto l’arco della carriera non ha mai fatto una singola scelta opportunistica, facile, conveniente, diciamo pure “occidentale”.

Anche nei momenti più bui, quando mezza lega lo avrebbe ricoperto d’oro, quando sarebbe stato semplice e forse più sensato fare un passo indietro ed andare a vincere da secondo violino con qualche superstar più giovane e sulla cresta dell’onda, Nowitzki non ha mai tentennato.

(Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti e collegabili al contratto firmato da Kevin Durant è da considerarsi assolutamente voluto ed accusatorio).

Giurò fedeltà a Dallas, alla gente di Dallas, ai Dallas Mavericks e al suo mentore Mark Cuban, quel pazzo scatenato che sembra un moderno Don Chisciotte, senza Sancho ma con molta panza e che porta sempre acqua al suo mulino a vento.

Ha subito in silenzio tutte le critiche successive alla cocente sconfitta patita nelle finali del 2006, dove per assurdo quello “forte” era proprio lui.

Si è lasciato cucire addosso l’etichetta di perdente senza mai replicare. Nella sua fortezza di umiltà e consapevolezza ha atteso con pazienza e costanza il momento opportuno per scrollarsi di dosso tutta quella neve.

E quella neve dai sui rami di salice nel 2011 è scivolata via in maniera incredibile. Perchè insieme alla cedevolezza ci sono sempre umiltà e consapevolezza. E queste doti sì che alla fine ti portano alla forza. Quella vera.

Una postseason e delle finali per certi versi veramente eroiche.

Un giocatore che in quelle partite giocò il miglior basket della sua vita.

Un trascinatore che dentro il campo trascinò veramente il proprio cuore.

E chi è così fa scelte di cuore. Non potrebbe essere altrimenti.

Come l’ultima, di qualche settimana fa.

Altri due anni ai Mavs. Fino ai 40.

Sinceramente credo che dopo Kobe Bryant e Tim Duncan non avrei retto a un terzo ritiro dalle scene di questa portata. E allora questa notizia due certezze me le ha regalate.

La prima: Nowitzki raggiungerà e supererà i trentamila punti.

La seconda : io e Mark Cuban almeno per altri due anni continueremo a guardare lo sport più bello del mondo.

di Michele Ghirotti, il Profeta – Born in The Post

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