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Calcio

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

Mattia Zucchiatti

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Il 20 Gennaio 1983 Manè Garrincha moriva a soli 49 anni per cirrosi epatica ed edema polmonare. L’ala destra brasiliana fu protagonista di un aneddoto incredibile ma vero che ci racconta la sua militanza nella squadra di un paese di 8000 abitanti, Sacrofano.

E’ l’estate del 1973 e mentre Edson Arantes Do Nascimiento meglio noto come Pelè inizia a ricevere il corteggiamento ed offerte miliardarie dagli Stati Uniti, nella tranquilla cittadina di Sacrofano, 7.000 abitanti, in provincia di Roma fa la sua comparsa un uomo di 43 anni con 4 figli al seguito. E’ affetto da un leggero strabismo, la sua gamba destra è più corta di sei centimetri rispetto alla sinistra, il bacino è sbilanciato, la spina dorsale è curva e un ginocchio, il sinistro, è affetto da valgismo mentre il destro da varismo e fa della sua gamba un arco perfetto.

Nessuno si sognerebbe di dire che quel bizzarro personaggio pochi anni prima alzò assieme a Pelè due Coppe del mondo ed è considerato l’ala destra più forte di tutti i tempi. Già, perché se in Brasile quasi all’unanimità viene considerato O’Rey come il più forte giocatore della storia, a sud di Rio de Janeiro nel Bairro di Botafogo gli abitanti di uno dei quartieri più popolosi della capitale non avrebbero dubbi a chi dare la corona del migliore di sempre: Manoel Francisco Dos Santos anche detto Garrincha, l’alegria do Povo (la gioia del popolo, questo il soprannome).

Ma come ci è finito Garrincha al Sacrofano? Bisogna fare un passo indietro per arrivare alle radici di questa affascinante storia. E’ il 6 luglio del 1955 e la Roma, appena eliminata dal Vojvodina in Coppa delle Coppe, cerca fuoriclasse per rinforzare l’organico. Viene così organizzata una amichevole in Brasile contro il Botafogo che vede nelle sue file Vinicius, Garrincha e Dino Da Costa. La gara finisce 3-2 per i brasiliani e Garrincha lascia il suo nome sul tabellino dei marcatori come riporta il Corriere dello Sport nel resoconto della gara:

Tessari blocca un tiro di Vinicius ma non può nulla sulla fucilata di rara potenza di Garrincha al minuto 44

La dirigenza giallorossa è folgorata dall’ala destra brasiliana ma, soprattutto per ragioni economiche, la scelta cade sul meno dispendioso Da Costa. Quest’ultimo rispetterà le attese e diventerà presto uno dei beniamini della tifoseria romanista entrando nella storia per essere il più prolifico marcatore nel derby della capitale con 12 reti (record ancora oggi imbattuto) e mettendo a segno in totale 71 reti in 149 gare. Dopo aver vestito anche la maglia della Juventus e una volta appesi gli scarpini al chiodo, Da Costa inizia a dedicarsi alla carriera di allenatore presso le giovanili bianconere fino al 1970, anno in cui la dirigenza del Sacrofano gli offre un lauto ingaggio per dirigere la squadra che al tempo militava in promozione e riuscirà due anni dopo grazie al tecnico brasiliano ad imporsi anche in Coppa Italia dilettanti restando l’unica squadra laziale ancora in corsa nella competizione.

Fu allora che Da Costa, venuto a sapere della situazione degradante in cui versava Garrincha ormai dedito all’alcool, lo convince a venire in Italia per giocare proprio nella sua squadra. “Venne a Sacrofano da solo, con 4 dei 14 figli che aveva sparso nel mondo, non aveva un soldo e l’alcool aveva già iniziato a rovinarlo, il presidente gli offrì 80.000 lire a partita e lui accettò“ racconta Vinicio Bruno, compagno di squadra di Garrincha al Sacrofano e allenatore nel panorama del calcio dilettantistico laziale. Dalla finale di Stoccolma del Mondiale del ’58 dove si impose, grazie al suo formidabile dribbling, come rivelazione del torneo alla polvere dei campi di terra della provincia laziale.

Era la celebrità, l’attrazione del posto, la gente veniva solo per vedere lui e Da Costa che oltre a fare l’allenatore non rinunciava a scendere in campo e una volta ci fece vincere la partita segnando tre reti” continua Vinicio. “Noi restavamo incantati a guardarlo, aveva ormai una certa età e nonostante facesse la stessa finta sfuggiva sempre al suo diretto marcatore, non lo prendevi mai”.

Due volte campione del mondo, secondo marcatore della storia del Botafogo e una fama incredibile in tutto il pianeta che si chiedeva dove fosse finito quel funambolo che aveva fatto impazzire la Svezia di Liedholm ma anche un’umiltà conservata tra i dilettanti italiani. “Aveva un carattere chiuso, stava per conto suo, parlava poco italiano ma riusciva comunque a farsi capire”. Venne a ricrearsi a Sacrofano con Da Costa quel dualismo di personalità che già si era riproposto in Nazionale con Pelè, quest’ultimo disponibile con la stampa e pienamente immerso nella figura della celebrità sportiva mentre Garrincha non riuscì mai ad allontanare l’ombra del ragazzino che tra le strade di Pau Grande conosceva alcool e fumo.

Erano grandi amici ma tra i due Da Costa era il signore, Garrincha era lo zingaro”.

Abbandona Sacrofano prima della fine della stagione, vari testimoni ne annotano la presenza in campi anonimi in diverse parti del globo dalla Colombia passando per l’Uruguay. Il calciatore brasiliano più amato dal popolo chiude definitivamente gli occhi il 21 gennaio del 1983 in un ospedale di Rio de Janeiro dove era stato ricoverato dopo l’ennesima notte passata a bere. Il fantasma dell’alcolismo lo perseguitò fino alla fine, l’unico che non riuscì mai a dribblare.


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3 Commenti

3 Comments

  1. Andrea

    aprile 7, 2017 at 4:27 pm

    Bel pezzo, però la capitale del Brasile è Brasilia, non Rio de Janeiro.

    • Silvia

      ottobre 28, 2017 at 9:44 pm

      Fino al 1960 la capitale era Rio. Poi fu spostata a Brasilia.

  2. Forte Mente

    gennaio 22, 2018 at 3:19 pm

    Silvia, Andrea
    fareste meglio guardare la luna, invece del dito……

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Calcio

Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Calcio

Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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