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Lettera aperta a Ranieri: ” Grazie Claudio, ora sappiamo che favola raccontare ai nostri figli”

Matteo Calautti

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Buongiorno Claudio,

quello del suo Leicester è un successo che parte da lontano. Che parte da un episodio che probabilmente ha acceso un qualcosa dentro ad alcuni dei suoi ragazzi, già allora Foxes. Ritorniamo quindi al 2012, quando alcuni di loro si giocavano la semifinale di ritorno dei Playoff di Championship a Vicarage Road contro il Watford. Durante i minuti di recupero l’arbitro comanda un calcio di rigore in favore delle Foxes, la cui realizzazione regalerebbe la finale di Wembley. Non solo l’attaccante francese Anthony Knockaert si fa respingere il penalty dal portiere spagnolo Manuel Almunia, bensì su ribaltamento di fronte gli Hornets realizzano Troy Deeney la rete che li spedisce in finale. Chi c’era in panchina durante quella sfida? Due pezzi da novanta del suo Leicester di oggi, ovvero Jamie Vardy e Danny Drinkwater.

Claudio, dal suo arrivo in estate è riuscito a dare un’anima a giocatori che non aspettavano altro che un condottiero. Un comandante gentile, ironico e molto british, ma pur sempre un condottiero. Così abbiamo avuto un ex operaio come Jamie Vardy capace di segnare in undici giornate consecutive, superando il record di Ruud Van Nistelrooy proprio nella sfida contro il Manchester United. Ma anche una gemma preziosa come l’algerino Riyad Mahrez, acquistato dal Le Havre per 500.000 €, capace di segnare 17 goal e di servire 10 assist fino alla vittoria della Premier. Ma anche un giapponese volante come Shinji Okazaki, in grado di regalare i tre punti alle Foxes con una splendida rovesciata contro il Newcastle. Oppure ancora il bomber argentino Leonardo Ulloa, le cui marcature hanno avuto sempre un peso specifico enorme: per esempio quella in extremis contro il Norwich e quella su calcio di rigore a tempo scaduto contro il West Ham. Centrocampo impreziosito dall’enorme quantità del francese N’Golo Kanté e dal fosforo di un Danny Drinkwater, ai margini della rosa nella passata stagione. Ma lei, Claudio, ha potuto anche affidarsi ad una coppia di veri e propri guardiani davanti alla porta, difesa da un autentico leader come il figlio d’arte Kasper Schmeichel. Si sta parlando del capitano Wes Morgan e di Robert Huth, 63 anni in due ma con la fame di due teenager.

Ci sono state imprese memorabili, come quando lei ha guidato i suoi durante la “campagna” all’Etihad Stadium contro il Manchester City di Manuel Pellegrini. Ma anche settimane che hanno espresso al meglio la grandiosità di questa stagione. La pausa per le nazionali di fine marzo, per esempio, durante la quale suoi terribili ragazzi hanno esportato in tutto il mondo la loro fame. Dalle prime due reti di Vardy in nazionale, la prima delle quali segnata di tacco contro la Germania, al debutto di Drinkwater a Wembley contro l’Olanda. Dai quattro assist di Mahrez contro l’Etiopia, alla rete di Okazaki contro l’Afghanistan. Infine, anche il debutto di Kanté contro l’Olanda e la sua prima rete nella successiva sfida contro la Russia.

Sono state poche negli ultimi decenni le imprese sportive in grado di creare mitologia, ma quella del suo Leicester è sicuramente una di esse. Nelle ultime settimane si sono avvicendate presunte citazioni, dichiarazioni e quant’altro su di lei e sui suoi atleti. La maggior parte di esse era di pura immaginazione, ma la straordinarietà di quest’impresa ha fatto sì che non stonassero, bensì che riuscissero nell’intento di amplificare il mito. Il tutto ha così creato una sorta di aura magica intorno alle sue “Volpi”. Un’aura che non ha fatto altro che caratterizzare più finemente i protagonisti di questa storia, rendendoli così a tutto tondo. Così abbiamo avuto il suo campanello con il proverbiale suono «dilly-ding dilly-dong», coadiuvati dal suo simpatico «don’t write I’m a bell». Ma anche le nottate di Vardy passate a giocare a Call of Duty e la preparazione di Schmeichel guardando gli incontri di Roger Federer. Infine, anche i 4 km di corsa mattutina di Kanté prima di ogni allenamento.

Poche ore prima della sfida all’Old Trafford le hanno mostrato in diretta televisiva un video che le hanno dedicato gli abitanti di questa ridente cittadina di meno di 300.000 abitanti. Un video strappalacrime che le ha regalato attimi di commozione, facendole forse assaporare forse definitivamente la grandezza di ciò che stava per concretizzare. Che le ha dato forse la spinta decisiva per andare a strappare un pareggio in casa dei Red Devils, lasciando tutto in mano al Tottenham, impegnato la sera dopo. E poi l’epilogo. Tutta la rosa compatta a casa di Vardy a guardare gli Spurs pareggiare contro il Chelsea a Stamford Bridge. Con i Blues motivati dalla rivalità cittadina («Your dreams die at Stamford Bridge: 55 years… 55 more») e spinti dai tifosi a fare un piacere al loro ex condottiero, al grido di «Let’s do it for Ranieri». La festa in casa, proseguita nelle strade della città. Il tutto mentre lei era a casa sua, a Roma, a trovare la sua amata madre.

Non so come andrà a finire questa favola. La dirigenza sta dichiarando apertamente di non voler vendere nessuno, ma troppo spesso in passato le favole come la sua non hanno purtroppo avuto un seguito positivo. Vuoi la disabitudine ai grandi palcoscenici da parte della rosa, vuoi la voglia di confermarsi in contesti ahinoi più prestigiosi. La mia speranza è che lei possa vivere la prossima avventura in Champions League come si merita, con un gruppo famelico ed affamato di successi in campo internazionale. Magari con innesti di livello, ma con la stessa voglia di stupire. Ma, se così non fosse, questa stagione rimarrà scolpita nella storia dello sport, sfociando metaforicamente nella vita di tutti i giorni. Sentenziando che i mezzi sono importanti, ma che il sacrificio può far gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Ora ne sono certo. Quando avrò una famiglia e mio figlio, seduto sulle mie gambe, mi chiederà di raccontargli una favola non avrò esitazione. «Oggi ti racconterò la storia di un gruppo di ragazzi affamati e un po’ matti», gli dirò. «Oggi ti racconterò la storia del Leicester di Claudio Ranieri».

FOTO: www.dailymail.co.uk

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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