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Storie dell'altro mondo

Lettera ad un giovane Greg

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Sono passati diversi anni da quando Greg Oden, talentuoso quanto sfortunato giocatore nativo di Buffalo, calcò i parquet della NBA. Sprazzi di classe cristallina, intervallati in continuazione da fastidiosi e numerosi infortuni. Cosa sarebbe potuto diventare? Quali strade avrebbe potuto percorrere?

Attraverso un’immaginaria lettera indirizzata ad un suo “io” di soli dieci anni, Oden racconta se stesso e la sua travagliata carriera tra sogni, desideri e paure.

Columbus, Ohio – 08/07/2061

“Caro Greg, sono io. Tu.

E’ il 1998. Hai dieci anni, ed un mondo tutto da scoprire. Non c’è nulla che tu possa temere. Il tempo ti regalerà un paio di spalle enormi in grado di sostenere ogni paura. Ti sei trasferito da poco nell’Indiana. Come avrai già capito lì si respira aria e pallacanestro. Seriamente, guardati intorno, non vedrai casa senza un cesto appeso al muro. E’ la terra di Larry Bird ed è bene che la tua passione per l’arancia cresca sempre più. Sei lontano da Buffalo e dagli amici con i quali sei cresciuto. Te lo scrivo ancora, non temere ragazzo. Mamma e papà ti hanno dato dei valori importanti, ed il tuo sorriso è contagioso. Non passerà molto tempo prima che qualche ragazzino ti chieda di fare due tiri con lui. Tu piaci alle persone Greg, ti farai molti amici.

Stai crescendo parecchio dì la verità! Me la ricordo mamma quando segnava la tua altezza sul muro di fianco al frigorifero con quella vecchia matita tutta mordicchiata. Tra i sette e i nove anni la crescita fu spaventosa! Jamal e Calvin chiuderanno finalmente la loro boccaccia. Due compagni di classe con la lingua tagliente ma dal cuore dolcissimo. Ti mancheranno molto, ma il tempo aggiusta sempre tutte le cose. Li ritroverai presto. Non temere, non smetterò mai di scrivertelo.

Terre Haute non è poi così male. Non è Buffalo intendiamoci, ma ti toglierai un sacco di soddisfazioni. La tua vicina di casa, Theresa, è sempre così gentile con te. Finiscila con quella storia che non vuoi conoscere le ragazze. Jamal e Calvin sono lontani ormai, invitala ad uscire. Nessuno ti prenderà in giro se la porterai a prendere un gelato o a fare quattro passi. Con gli anni capirai che le risate di scherno non sono altro che pura e vile invidia. Invitala, tienile la mano. A testa alta, sempre.

Come si chiama quel vecchio allenatore che gestisce la palestra giù a Glory Road? Big Zed, giusto? Ascoltalo. Ascolta ogni sua minima parola. I ragazzi della tua squadra tendono ad evitarlo, probabilmente per via del suo aspetto poco rassicurante. Sarà prezioso. Un ottimo maestro. Non giriamoci troppo intorno Greg, sei il più forte. Zed lo sa, i talenti li vede. Sarà proprio grazie a lui che finirai a giocare per la Sarah Scott Junior.

Continua a cercare quel vecchio ferro appeso di fianco al garage di casa. Attaccalo, sempre. E quando la palla ci andrà a sbattere contro non permettere che passi più di un secondo prima che possa ritornare tra le tue mani. Impara questa cosa anche quando sfiderai gli amici del quartiere, i compagni di scuola o gli avversari alla Sarah Scott. Tu devi sempre essere il primo a riprendere tra le mani il pallone. Provaci, riprovaci, insisti. Devi saper creare una tua personale no fly zone. Nessuno che stacchi i piedi da terra all’interno del pitturato dovrà arrivare prima di te. Sarà la tua forza. Sfrutta quelle mani da pianista che il Signore ha voluto regalarti. I tuoi polpastrelli hanno un ottimo rapporto con l’arancia. Quando la toccano ci fanno l’amore. Sei giovane, ma un giorno capirai cosa sto cercando di dirti. Hai talento, cavalca l’onda.

Da Terre Haute ti trasferirai ad Indianapolis. Li sotto la guida di Mr. Reefer trascinerai la tua high school, la Lawrence North, alla vittoria di tre titoli statali. Un record di 45 vittorie consecutive. Chi ti potrà fermare più? Avrai gli occhi di tutti i college addosso. Non farti ingolosire dalle richieste di North Carolina, Duke o Ucla. Diventa protagonista ad Ohio State. Conoscerai un sacco di persone con un buon cuore. Sarà sempre la tua casa, anche quando un giorno sarai vecchio e stanco come me. Adorerai Columbus.

Ti basterà una sola stagione per diventare il simbolo di quell’ateneo. Le stats che consegnerai ai referti saranno semplicemente il giusto contorno alla determinazione che ti permetterà di renderti sin da subito eleggibile al draft NBA del 2007-2008. 19 anni da poco compiuti e già li. Alle porte dell’Olimpo. Sei sempre stato un sognatore, ma non ti eri mai azzardato a farlo cosi in grande. Sei il più forte Greg. Portland ti chiamerà subito. Prima scelta assoluta!! Fai le valigie, vai in Oregon. Fai vedere a tutti quanto vali!

La sfortuna però sa bussare con prepotenza alle nostre porte, sino a sfondarle. Un problema alla cartilagine del ginocchio ti costringerà a saltare l’intera stagione. Quella del tuo debutto. Abbi cura di te Greg. Fallo sempre, non sottovalutare mai nulla. Forgia il tuo carattere ed il tuo spirito. Il buon Dio sceglierà di metterti continuamente alla prova. Gli avversari questa volta non vestiranno delle canotte. I palazzetti saranno degli ospedali. Tu sei il più forte, lo sei sempre stato e lo sarai sempre. Non abbatterti. Rialzati. Cadrai ancora ma la tua forza sarà nella testa più che nelle mani o nel fisico. Il mondo vedrà chi sei. Basteranno poche partite per fare innamorare i tuoi tifosi. Ringraziali sempre.

Cosi bello e cosi fragile. La malasorte, odiosa ed impertinente, non si rassegnerà mai con te.  Tornerà più volte. Ti rialzerai ancora. LeBron James, un ragazzino di poco più grande di te che sarà in grado di scrivere la storia, un giorno ti chiamerà a giocare con lui. Dio quanta voglia avrai in corpo Greg. Nemmeno lo puoi immaginare. Più di quelle volte a Terre Haute in cui stavi in cortile fino alle 10 di sera, in una continua battaglia contro te stesso.

Un giorno racconterai di essere stata una delle più grandi delusioni dell’intera NBA. Ancor oggi non so spiegarmi il perché di quella frase. Quando giocherai lo farai sempre al meglio. Perché un bust? In futuro impara a tenere a freno la tua lingua. Calvin e Jamal insegnano. Entrerai nel mondo della Association da numero uno e ne uscirai mestamente, lontano da giornalisti, pubblico e televisioni. Firmerai un contratto per la lega cinese, al minimo salariale o poco più. Sei un ragazzo determinato. Non accetterai mai l’idea di rassegnarti o di mollare. Ripartirai da lì. Forgia il tuo carattere, ricordatelo.

Forse tutto questo è stato semplicemente un brutto sogno dal quale non riesco a risvegliarmi. Magari tutto questo non succederà mai. Quanto vorrei sbagliarmi.

E allora sai cosa ti dico Greg? Tu entrerai nella NBA da numero uno. Con i Blazers giocherai la miglior stagione mai giocata da un rookie nella storia di questo sport. Sei un centro dominante. Qualcuno già dopo pochi mesi ti metterà sullo stesso livello di Olajuwon e Shaq. Roba da non crederci! Conquisterai l’accesso alle Finali di Conference già al primo anno. Quanta gloria. Sarai un All-Star ed al secondo anno tra i pro arriverà anche l’anello. Il tutto grazie anche al prezioso aiuto di un ragazzino di nome Brandon Roy. Il mondo vi dichiarerà all’unanimità il miglior duo di sempre. Scriverai la storia Greg. Eccome se la scriverai. Tre titoli di MVP consecutivi. Cinque anelli. Nel mondo ci sarà più gente con la tua canotta indosso che con le scarpe ai piedi.

Non smettere di sognare Greg, continua a tirare a canestro. Continua a volare più in alto degli altri per far ricadere la Spalding tra le tue morbide mani. Sorridi al mondo, sii forte e gentile. Aiuta i tuoi compagni. Migliorali. Sii sempre un grande capitano. Stai per scrivere la storia ricordatelo. Devi farti trovare pronto se mai la sfortuna verrà a bussare alla tua porta.

Respingila sorridendo, ma senza sbattere.

Hai grandi progetti Greg. Sei ambizioso, non smettere mai di esserlo per nessuna ragione al mondo.

E chi mi dice che non accadrà? Chi può dirmi che le mie fantasie non si avvereranno, almeno questa volta?

Ti voglio bene, abbi cura di te.

A testa alta, sempre. Tuo Greg.

Emiliano Varenna, il Santo – Born in The Post

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Calcio

La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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Calcio

Julian Nagelsmann, il ragazzo che è già uomo

Ettore zanca

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Quando diranno a vostro figlio che è ancora giovane, che se ha una passione prima o poi passerà, che crescendo si guasterà o si livellerà, cercate di non farvi prendere dalla paura del futuro. I talenti possono essere smussati, ma, come dice un mio amico che canta, dobbiamo cercare di non stroncare il Fabrizio De Andrè del 2026. Gli alibi dell’inesperienza, sono le vigliaccate che gli anziani, i senatori che hanno qualsiasi scranno, a volte cacciano fuori per paura. Paura che qualcuno che si affaccia al loro mondo possa sottrargli platea. Ecco che allora si tirano fuori alibi di titoli, ruoli, esperienze, mentre magari siamo di fronte ad un diamante grezzo e ci fottiamo di paura che brilli ovunque. Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann, a ventuno anni giocava a calcio e voleva esordire tra i professionisti. Ma purtroppo una serie di problemi alla cartilagine delle ginocchia lo costringe al ritiro.

A quel punto il ragazzo forse si sarà sentito dire in famiglia “prenditi almeno un pezzo di carta, che non si sa mai”, si iscrive ad economia, ma dopo un po’ ha l’illuminazione, iscrivendosi a scienze motorie. Comincia ad accarezzare la carriera da allenatore, trovandosi nella situazione assurda di allenare a volte gente più vecchia di lui se non coetanea. La svolta nel 2016. Lui è allenatore delle giovanili nell’Hoffenheim, squadra che naviga pericolosamente al penultimo posto in classifica. Huub Stevens, che ne è l’allenatore, si ritira per problemi di salute. Perso per perso e per risparmiare qualcosa, decidono di dare un’opportunità al ragazzino, che di anni allora ne ha ventotto. Esatto. Ventotto. Il ragazzino però dopo le risatine iniziali di anziani della squadra, si fa capire e seguire. Risultato? Dal penultimo posto si sale alla salvezza. Potrebbe bastare così.

Ma il “ragazzino”, continua, con metodi di allenamento rivoluzionari, se la gioca anche nel campionato successivo. Ora, se guardate la rosa della squadra non è che trovate divinità della sfera scese in terra, ma semplici pedatori, ma l’orologio funziona talmente bene, che, udite, la squadra si qualifica ai preliminari di champions. Una bella favola, ma a volte si prova anche a macchiarla. I giornali si lanciarono a pesce nella polemica fomentata, quando Julian dichiarò che avrebbe voluto tanto allenare il Bayern, allora di Ancelotti. Fu lui stesso a smorzare tutto alla grande dicendo “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. E a proposito di mutande, diciamo che Julian non se l’è fatta per nulla sotto. E adesso se lo chiamano ragazzino, può rispondere molto chiaramente “ragazzino a chi?”. E gli anziani, con le loro belle targhe appese e il loro ruolo, se non sono disposti a farsi da parte, sentono brividi molto terreni, percorrere le loro schiene.

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Calcio

Italia – Germania: una storia di calcio senza tempo

Luigi Pellicone

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Il 17 Giugno 1970 si giocava la Partita del Secolo tra Italia e Germania. Una sfida che nella storia ha segnato epoche diverse ma sempre con lo stesso ardore e rivalità.

Italia – Germania, la madre di tutte le partite. Da una parte, loro: freddi, determinati, metodici, disciplinati, organizzati, granitici, regolari, noiosi. Insomma, tedeschi. Non producono capolavori, ma solide certezze, sebbene si vestano in modo discutibile.

Dall’altra, noi: passionali, istrionici, creativi, fantasiosi, folli, istintivi, estrosi, eleganti. Italiani. Scintille di genio che si accendono  e producono cortocircuiti. Risultato: il sistema operativo teutonico in tilt. Si, perché loro spesso, sono  più forti. Noi, però, siamo sempre più bravi. Lo dice la storia. Ripercorriamola in quattro capitoli.

Capitolo I: La partita del secolo

Città del Messico, 17 giugno 1970. Semifinale di Coppa del Mondo. Stadio Azteca. Lì, c’è una targa. C’è scritto “qui si è giocata la partita del secolo”: lì Italia – Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari. Segna Boninsegna, pareggia Schnellinger al 92′.  Supplementari: Muller porta in vantaggio i tedeschi. Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′. Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra, perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler. Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte. In finale, esausta, l’Italia perderà 4-1 contro un Brasile che avrebbe preso a pallonate anche i marziani.

Capitolo II: la notte di Madrid

Madrid, 11 luglio del 1982. Italia-Germania vale il titolo mondiale. L’Italia, sull’orlo di una guerra civile, si riscopre unita e Campione del Mondo. Primo tempo 0-0,  Cabrini sbaglia un rigore. Nella ripresa cross di Gentile ci arriva primo, come sempre, Paolo Rossi: 1-0. Il raddoppio è negli occhi e nella memoria di tutti gli italiani. Calcio, arte e pathos si fondono nell’esultanza di Marco Tardelli. L’Urlo. Roba da sindrome di Stendhal. Segna Altobelli: 3-0. Anche Breitner, ma chi se ne frega: 3-1. Una notte irripetibile: la voce di Nando Martellini vibra e penetra nel cuore di milioni di italiani “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini dimentica il protocollo, esulta come un tifoso qualsiasi. Abbracciare e bacia tutti, gli resta solo la Regina di Spagna. Ci avrà pensato, poi ripensato e infine capito che non era il caso.

Intermezzo

Passano 24 anni. Siamo cresciuti fra i racconti, senza mai assaporare il gusto della vittoria. I nostri papà ci raccontano la notte di Madrid. I nonni, Italia Germania 4-3. Noi siamo la generazione mai una gioia in azzurro. Affolliamo l’angolo dei disillusi. Calci di rigore, golden gol, arbitri corrotti e biscotti scandinavi: Italia ’90, Usa ’94, Francia 1998,  Europei del 2000, Corea&Giappone 2002, Europei del 2004. Serve la Germania…

Capitolo III: Pizze a domicilio

Dortmund, 4 luglio 2006. Semifinale di Coppa del Mondo. Germania padrona di casa arrogante. Condisce la vigilia con gli stereotipi: italiani, mafia, pizze, spaghetti, mandolino e camerieri.  Il Westfalenstadion non è uno stadio. É una fortezza. Qui i tedeschi non hanno mai perso. Fino al 119′ di quella partita. Fino a che un perfetto sconosciuto, di nome Fabio e cognome Grosso, riceve un pallone da Pirlo. Da dentro l’area di rigore, calcia e chiude gli occhi: un sinistro e una preghiera. Il pallone bacia l’angolo opposto. Nessuno ha la forza di crederci. L’esultanza di Grosso è un remake dell’urlo di Tardelli. I tedeschi provano a rialzarsi, ma in contropiede, e come sennò, subiscono il colpo del KO firmato Alex Del Piero. In finale a Berlino, Cannavaro  che abbandona l’idea di presentarsi con due pizze in conferenza stampa, alzerà al cielo la quarta coppa del Mondo.

Capitolo 4: La caduta di Varsavia

L’ultimo atto si consuma all’Europeo: giovedì 28 giugno del 2012. Ancora una semifinale, questa volta dei campionati Europei. Ancora una volta Germania stra favorita. E ancora una volta accade l’impossibile. Balotelli indovina l’unica prestazione degna del suo talento negli ultimi otto anni e trascina gli azzurri in finale con una doppietta. Due gol in 30 minuti. Prima di testa, poi di destro. Ozil accorcia su rigore ma non c’è tempo. In Finale, una Italia stanca e provata, perderà 4-0 in finale con la Spagna. Una partita mai giocata.

Quinto Capitolo: I rigori ci fanno piangere

Allo Stade Matmut-Atlantique in occasione degli Europei di Francia 2016 l’Italia di Antonio Conte incontra la Germania del solito Loew ai quarti di finale. Sulla carta non c’è storia: gli azzurri sono un’Italietta, i tedeschi la solita corazzata. Reggiamo l’urto e fermiamo i tempi regolamentari e supplementari sull’ 1 a 1. Si va ai rigori: indimenticabile la minaccia di cucchiaio non fatto da Pellè e la rincorsa infinita di Zaza. Perdiamo 7 a 6 alla fine. Godono loro, questa volta.

Cinque capitoli, stessa trama: Germania e Italia non è una partita. É un poema grondante sudore, passione, poesia, forza, coraggio, sofferenza e lacrime. E spesso piangono i tedeschi.

 

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