“La gente del Boca sa che muoio per questi colori”. Carlos Tevez ha appena disputato quello che sarà quasi certamente il suo ultimo Superclásico. Carlos Tevez ha appena disputato il suo miglior Superclásico ammutolendo – otra vez – il Monumental con una doppietta più un assist per il 4-2 finale degli Xeneizes. Come tutti i campioni argentini Carlitos è tornato a casa dopo aver costruito le fortune in Europa, come molti suoi colleghi deciderà di abbandonarsi in un tramonto dorato in Cina dove non esistono partite come Boca-River, ma anche dove ci saranno 40 milioni a coccolarlo e a garantire una vita piuttosto agiata per un bel po’ di generazioni a venire. Dopo la prossima gara contro Il Colon, Carlitos si sposerà e mediterà sul futuro – che sarà lontano dalla Boca – mettendo forse fine a quella sequenza ormai cristallizzata sotto la Doce: i gol, i successi, i baci alla maglia.

FUERTE APACHE. Non importa se i milioni cinesi sono quanto di più lontano possibile dall’ideale di calcio romantico, perché la memoria di Tevez non verrà intaccata in alcun modo: Tevez è e resterà per tutti il giocatore del popolo. La storia di Carlitos è la sublimazione dell’infanzia difficile, lui è l’archetipo del sogno divenuto realtà del bambino cresciuto dove gli avversari da dribblare sono delinquenza e povertà. La madre biologica di Tevez, Fabiana Martinez, lo abbandona tre mesi dopo averlo partorito. A dieci mesi Carlitos rimane ustionato in viso, collo e petto dall’acqua bollente e a qualcuno viene la brillante idea di portarlo in ospedale avvolgendolo con una coperta di nylon: la coperta si fonde aggravando non poco l’ustione (tra primo e secondo grado) e costringendo il piccolo Tevez a due mesi di terapia intensiva e a una vita intera col volto sfregiato. Uscito dall’ospedale Carlos viene affidato agli zii materni – Segundo Tevez e Adriana Martinez – e risiede al primo piano della Torre 1 nel Barrio Ejército de los Andes, un quartiere cruento al punto di ‘guadagnarsi’ il soprannome di Fuerte Apache. Il cognome Tevez deriva, appunto, dallo zio anche perché il padre biologico – oltre a non aver mai conosciuto Carlos – viene spento nel 1989 da ventitré colpi d’arma da fuoco. Il soprannome che lo accompagnerà, invece, non c’è bisogno di spiegarlo. Il Barrio di Ciudadela ha forgiato la sua infanzia e condizionato la sua esistenza: da campione del popolo Tevez è diventato campione per il popolo.

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VINCERE, SEMPRE. La carriera di Carlitos Tevez è un tracimare di successi: da quando ha 13 anni veste la camiseta azul y oro, a 18 anni esordisce in prima squadra, a 19 è uno degli eroi del secondo (e per ora ultimo) treble della storia del Boca vincendo Apertura, Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale, a 20 anni è medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene assieme alla Nazionale argentina con tanto di titolo di capocannoniere del torneo. Dopo aver incamerato il terzo Balon de Oro sudamericano ed essere riuscito nell’impresa tutt’altro che trascurabile di farsi amare – da argentino – dai tifosi del Corinthians con un’annata da 25 gol, lascia il Sudamerica per l’Europa. Sbarca in Inghilterra, sponda West Ham, assieme a Mascherano. Probabilmente quello con gli Hammers è l’unico capitolo opaco della carriera dell’Apache: un po’ per qualche infortunio di troppo, un po’ perché Pardew lo relega discutibilmente sulla fascia sinistra, Tevez segna il primo gol a marzo e chiude la stagione appena con sette centri. La vetrina di Upton Park vale comunque all’Apache la chiamata dello United di Sir Alex Ferguson. A Manchester Carlitos riprende lo spartito naturale della sua carriera e continua a vincere: nel primo anno timbra 18 gol, vince la Champions League in finale contro il Chelsea e la Premier, mentre l’anno seguente deve ‘accontentarsi’ del campionato e della finale persa Roma contro il Barcellona. Passato per 29 milioni alla sponda meno nobile di Manchester diventa una bandiera del City riportando assieme a Mancini i Citizens sul trono d’Inghilterra dopo quarantatré anni. Torino è l’ultima tappa prima di tornare a casa dopo un viaggio lungo 15 anni. Con la Juventus Tevez dà il meglio di sé dal punto di vista realizzativo tenendo una media da 0.6 gol a partita portandosi via due scudetti e una Coppa Italia. Un curriculum forse noioso da riportare con dovizia di particolari, ma necessario per comprendere la grandezza del Tevez giocatore.

SUPERCLÁSICO. Il Superclasico è una rivalità feroce, tra le più serrate del pianeta. Il confronto fra le squadre più blasonate d’Argentina in principio fu un derby di quartiere visto che sia Boca sia River sono nate nel quartiere de La Boca, poi nel tempo i confini si sono allargati e la sfida è sfociata in uno scontro sociale col trasferimento della banda roja a Núñez, quartiere decisamente più benestante rispetto a La Boca. Quelli del River Plate sono diventati i Millonarios, i ricchi, anche se per i tifosi del Boca restano Gallinas, le galline. Nel 2004 La rivista inglese The Observer ha stilato la lista delle “50 cose sportive da fare prima di morire”, beh assistere al Superclásico era al primo posto. Nello stesso anno Boca e River si affrontano nella semifinale della Copa Libertadores: il Boca ha vinto alla Bombonera 1-0 e sta perdendo 1-0 al Monumental quando al minuto 89 un ventenne Tevez sigla il pareggio, si toglie la maglia e scorrazza per il campo mimando con le braccia le movenze della gallina. Quel gol diventerà il gallinazo, il Monumental diventa per qualche minuto Mudomental tanto era assordante il silenzio delle 70.000 anime di fede River.

Il gallinazo del 2004

A distanza di oltre 12 anni con in mezzo una vita da vincente, Carlitos Tevez è tornato a decidere un Boca-River, la stracittadina numero 262 della storia, quasi certamente l’ultima di Tevez e sicuramente l’ultima del Cabezón D’Alessandro. Lo ha fatto nuovamente al Monumental offrendo prima l’assist per il momentaneo 1-0 degli Xeneizes e firmando poi il gol del 2-2 in avvio di ripresa e il meraviglioso 2-3 a 10’ dalla fine con un destro dolce di prima intenzione destinato all’incrocio dei pali. Una partita, anzi La partita, che ha la valenza di un lascito, un’eredità che l’Apache lascia alla sua gente. E francamente poco importa se saremo costretti a (non) vederlo intristirsi con l’anonima maglia dello Shanghai Shenua in un campionato con molti dollari e poca passione, perché l’ultima goccia di memoria che il mondo avrà di Carlitos Tevez sarà quel destro al volo contro i rivali di sempre e il bacio alla maglia di sempre, quella del Boca. Hasta luego, Apache!

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