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Calcio

L’ultimo SuperClásico di Carlitos Tevez

Federico Mariani

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Dopo solo un anno in Cina, Carlitos Tevez non resiste al suo amore di una vita, il Boca Juniors,  pronto nei prossimi giorni a riabbracciare l’Apache. Vi riproponiamo il suo ultimo SuperClasico dello scorso dicembre in cui, neanche a dirlo, fu protagonista.

“La gente del Boca sa che muoio per questi colori”. Carlos Tevez ha appena disputato quello che sarà quasi certamente il suo ultimo Superclásico. Carlos Tevez ha appena disputato il suo miglior Superclásico ammutolendo – otra vez – il Monumental con una doppietta più un assist per il 4-2 finale degli Xeneizes. E’ l’11 Dicembre 2016. Come tutti i campioni argentini Carlitos è tornato a casa dopo aver costruito le fortune in Europa, come molti suoi colleghi deciderà di abbandonarsi in un tramonto dorato in Cina dove non esistono partite come Boca-River, ma anche dove ci saranno 40 milioni a coccolarlo e a garantire una vita piuttosto agiata per un bel po’ di generazioni a venire. Dopo la gara contro Il Colon di fine dicembre, Carlitos si sposerà e mediterà sul futuro – che sarà lontano dalla Boca – mettendo forse fine a quella sequenza ormai cristallizzata sotto la Doce: i gol, i successi, i baci alla maglia.



FUERTE APACHE. Non importa se i milioni cinesi sono quanto di più lontano possibile dall’ideale di calcio romantico, perché la memoria di Tevez non verrà intaccata in alcun modo: Tevez è e resta per tutti il giocatore del popolo. La storia di Carlitos è la sublimazione dell’infanzia difficile, lui è l’archetipo del sogno divenuto realtà del bambino cresciuto dove gli avversari da dribblare sono delinquenza e povertà. La madre biologica di Tevez, Fabiana Martinez, lo abbandona tre mesi dopo averlo partorito. A dieci mesi Carlitos rimane ustionato in viso, collo e petto dall’acqua bollente e a qualcuno viene la brillante idea di portarlo in ospedale avvolgendolo con una coperta di nylon: la coperta si fonde aggravando non poco l’ustione (tra primo e secondo grado) e costringendo il piccolo Tevez a due mesi di terapia intensiva e a una vita intera col volto sfregiato. Uscito dall’ospedale Carlos viene affidato agli zii materni – Segundo Tevez e Adriana Martinez – e risiede al primo piano della Torre 1 nel Barrio Ejército de los Andes, un quartiere cruento al punto di ‘guadagnarsi’ il soprannome di Fuerte Apache. Il cognome Tevez deriva, appunto, dallo zio anche perché il padre biologico – oltre a non aver mai conosciuto Carlos – viene spento nel 1989 da ventitré colpi d’arma da fuoco. Il soprannome che lo accompagnerà, invece, non c’è bisogno di spiegarlo. Il Barrio di Ciudadela ha forgiato la sua infanzia e condizionato la sua esistenza: da campione del popolo Tevez è diventato campione per il popolo.

VINCERE, SEMPRE. La carriera di Carlitos Tevez è un tracimare di successi: da quando ha 13 anni veste la camiseta azul y oro, a 18 anni esordisce in prima squadra, a 19 è uno degli eroi del secondo (e per ora ultimo) treble della storia del Boca vincendo Apertura, Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale, a 20 anni è medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene assieme alla Nazionale argentina con tanto di titolo di capocannoniere del torneo. Dopo aver incamerato il terzo Balon de Oro sudamericano ed essere riuscito nell’impresa tutt’altro che trascurabile di farsi amare – da argentino – dai tifosi del Corinthians con un’annata da 25 gol, lascia il Sudamerica per l’Europa. Sbarca in Inghilterra, sponda West Ham, assieme a Mascherano. Probabilmente quello con gli Hammers è l’unico capitolo opaco della carriera dell’Apache: un po’ per qualche infortunio di troppo, un po’ perché Pardew lo relega discutibilmente sulla fascia sinistra, Tevez segna il primo gol a marzo e chiude la stagione appena con sette centri. La vetrina di Upton Park vale comunque all’Apache la chiamata dello United di Sir Alex Ferguson. A Manchester Carlitos riprende lo spartito naturale della sua carriera e continua a vincere: nel primo anno timbra 18 gol, vince la Champions League in finale contro il Chelsea e la Premier, mentre l’anno seguente deve ‘accontentarsi’ del campionato e della finale persa Roma contro il Barcellona. Passato per 29 milioni alla sponda meno nobile di Manchester diventa una bandiera del City riportando assieme a Mancini i Citizens sul trono d’Inghilterra dopo quarantatré anni. Torino è l’ultima tappa prima di tornare a casa dopo un viaggio lungo 15 anni. Con la Juventus Tevez dà il meglio di sé dal punto di vista realizzativo tenendo una media da 0.6 gol a partita portandosi via due scudetti e una Coppa Italia. Un curriculum forse noioso da riportare con dovizia di particolari, ma necessario per comprendere la grandezza del Tevez giocatore.

SUPERCLÁSICO. Il Superclasico è una rivalità feroce, tra le più serrate del pianeta. Il confronto fra le squadre più blasonate d’Argentina in principio fu un derby di quartiere visto che sia Boca sia River sono nate nel quartiere de La Boca, poi nel tempo i confini si sono allargati e la sfida è sfociata in uno scontro sociale col trasferimento della banda roja a Núñez, quartiere decisamente più benestante rispetto a La Boca. Quelli del River Plate sono diventati i Millonarios, i ricchi, anche se per i tifosi del Boca restano Gallinas, le galline. Nel 2004 La rivista inglese The Observer ha stilato la lista delle “50 cose sportive da fare prima di morire”, beh assistere al Superclásico era al primo posto. Nello stesso anno Boca e River si affrontano nella semifinale della Copa Libertadores: il Boca ha vinto alla Bombonera 1-0 e sta perdendo 1-0 al Monumental quando al minuto 89 un ventenne Tevez sigla il pareggio, si toglie la maglia e scorrazza per il campo mimando con le braccia le movenze della gallina. Quel gol diventerà il gallinazo, il Monumental diventa per qualche minuto Mudomental tanto era assordante il silenzio delle 70.000 anime di fede River.

Il gallinazo del 2004

A distanza di oltre 12 anni con in mezzo una vita da vincente, Carlitos Tevez lo scorso anno è tornato a decidere un Boca-River, la stracittadina numero 262 della storia, quasi certamente l’ultima (secondo la cronaca dell’epoca) di Tevez e sicuramente l’ultima del Cabezón D’Alessandro. Lo ha fatto nuovamente al Monumental offrendo prima l’assist per il momentaneo 1-0 degli Xeneizes e firmando poi il gol del 2-2 in avvio di ripresa e il meraviglioso 2-3 a 10’ dalla fine con un destro dolce di prima intenzione destinato all’incrocio dei pali. Una partita, anzi La partita, che ha la valenza di un lascito, un’eredità che l’Apache lascia alla sua gente. E quando eravamo ormai costretti ad immaginarlo con un’anonima maglia del campionato cinese, immaginando che l’ultima goccia di memoria che il mondo avrebbe avuto di Carlitos Tevez fosse quel destro al volo contro i rivali di sempre e il bacio alla maglia di sempre, ecco che il ragazzo del Barrio sta per fare ritorno a casa. Hasta luego, Apache! Anzi, Hasta Pronto!

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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