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Leopolda 2015: lo scomodo Scanagatta non può intervenire

Matteo di Medio

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Ubaldo Scanagatta, giornalista, scrittore e commentatore sportivo, nonchè ex tennista e juniores insieme a Panatta e Bertolucci, attraverso le pagine del sito UbiTennis.com di cui è Direttore, ha espresso la sua perplessità sulla decisione dell’Organizzazione della Leopolda 2015 di non accettare il suo intervento in merito ad una riforma dello sport e degli incarichi all’interno delle Federazioni sportive.

E’ giunta al termine la Leopolda 2015, presso l’ex stazione di Firenze tra l’11 e il 13 dicembre. Tralasciando gli argomenti politico economici trattati nel grande appuntamento annuale del Partito Democratico, concentriamoci sulla questione sollevata dal giornalista Ubaldo Scanagatta all’interno del portale dedicato al Tennis “Ubitennis”, nel quale viene pubblicato un suo articolo contenente l’intervento che avrebbe voluto esporre durante la manifestazione ma che, per motivi ancora non chiari, non è stato approvato. A tal proposito, il Direttore specifica come la bozza del testo doveva essere inoltrata preventivamente per essere soggetta al controllo sui contenuti.

Scanagatta analizza il dato dei 400 milioni annui che il Governo ha destinato al Coni che, a sua volta, ha il compito di distribuire in parte alle Federazioni sportive. Al riguardo, il giornalista pone l’attenzione sulla destinazione che questi soldi dovrebbero avere, sottolineando, ad esempio, come neanche in minima parte questa somma venga girata ai corpi militari all’interno dei quali, spesso e volentieri, vengono coltivati i talenti dei nostri atleti protagonisti nelle competizioni internazionali come le Olimpiadi, i Mondiali o gli Europei.

Continua evidenziando come, allo stesso modo dell’ambiente politico, anche nello sport esiste una “casta di semi-inamovibili” dal potere smisurato ed incontrollato che permette loro di sedere ai posti di comando per un periodo che può durare addirittura 20 anni. In merito alla questione, c’è una proposta di legge che vorrebbe limitare il periodo di permanenza al ruolo di Presidente Federale ad 8 anni. A contrastare questa iniziativa, ci sarebbe una lobby interna che vorrebbe far partire la decorrenza del mandato a partire dal 2016, consentendo, nei fatti, a chi è al potere, ad esempio, dal 2000, di rimanere nel ruolo per 24 anni.

Per di più, questi Presidenti, pur dovendo accontentarsi di un massimo di 32 mila euro annui, hanno piena discrezionalità per quanto riguarda rimborsi, viaggi e spese anche verso terzi.

Scanagatta, da ex giocatore e grande esperto di Tennis, punta il dito verso un’approvazione del 2009 da parte della FederTennis, avallata dall’allora Presidente del Coni Petrucci, secondo la quale un dirigente per poter fare opposizione al presidente in carica, doveva dimostrare il supporto di almeno 300 società sportive, attraverso la firma, dislocate in più di 5 regioni. A questo deve essere, poi, aggiunto anche l’appoggio di vari tecnici ed atleti. Con questa decisione, in pratica, chiunque volesse contrastare il potere già esistente, dovrebbe essere in grado di avere una rete di contatti “importanti”, nonché la fiducia da parte di realtà sportive che, qualora il Presidente in carica dovesse essere riconfermato, si troverebbero nella scomoda posizione di rappresentare un nemico per il Governo dello Sport con il rischio di subire delle ritorsioni.

Proprio per tutto questo, Scanagatta voleva esporre un proposta anti casta, attraverso la riformulazione del sistema sotto il profilo temporale e di permanenza in carica.

In poche parole, il Presidente Federale può ricoprire il ruolo per 4 anni, alla stregua del Presidente Federale negli Usa, e può avvalersi di 2 Vicepresidenti e 6 Consiglieri.

Allo scadere del quarto anno, uno dei due vice sostituirà il Presidente in carica, fatta salva la possibilità di una cordata alternativa. Il Presidente uscente potrà diventare, a sua volta, vicepresidente o consigliere.

Trascorso l’ottavo anno, l’ex Presidente, divenuto vice o consigliere, deve lasciare la Federazione e non potrà mai più ripresentarsi per nessun ruolo disponibile.

Questo il contenuto del discorso di Scanagatta, “purgato” dall’agenda della Leopolda 2015. L’obiettivo del giornalista toscano era quello di porre l’attenzione su problematiche che costantemente si ripetono negli anni all’interno dello sport, partendo dall’evasione fiscale ai livelli più bassi fino alla mancanza di trasparenza contabile negli alti vertici delle federazioni.

Sempre al riguardo della situazione del Tennis in Italia, conclude con una riflessione, che non avrebbe fatto parte dell’intervento alla Leopolda, riguardante il Bilancio 2014 della FIT che, al 12 dicembre, non è ancora stato pubblicato aggiungendo che,  nel 2013, il Tennis italiano “vantava” circa 10 milioni di euro di debiti ma che invece, non erano noti i crediti.

A conclusione di quanto esposto da Ubaldo Scanagatta, anche noi, confidiamo che un giorno lo sport, che non è più un “gioco” visto il volume di denaro che ne orbita intorno, venga trattato dalla politica italiana come un argomento di Serie A.

FOTO: www.ubitennis.it

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1 Commento

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  1. mario

    dicembre 16, 2015 at 4:38 pm

    Alla Leopolda Censurato l’intervento di un giornalista perche siamo in democrazia,quella di Renzi e del PD.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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