A cura di Paolo Seghezzi, ex-calciatore, allenatore, consulente sportivo di Calcio Profiler

Marko Dabro? Chi è costui? Ebbene, tre anni fa (recentemente quindi) il nome di questo ragazzo croato, classe ’97 , era sulla bocca di ogni addetto ai lavori. Si trattava infatti di uno dei prospetti più interessanti del calcio europeo. Il centravanti e capitano della nazionale croata era straordinariamente completo fin dall’età adolescenziale. Non vi era bisogno di essere talent scout per notare il fisico possente, il piede sinistro raffinato, la capacità di trovare la porta con facilità e soprattutto gli straordinari tempi di gioco che gli permettevano, non solo di essere prolifico, ma di partecipare attivamente al gioco manovrato.

Fin dai primi mesi del 2013 si scatenò un’asta tra parecchie big d’Europa: Inter, Chelsea, Manchester City, Juventus e molte altre; nell’agosto dello stesso anno fu la Fiorentina a spuntarla per una cifra davvero importante (intorno agli 800mila euro) e non ci fu nessuno che mise in dubbio che si trattava di un vero e proprio colpo di mercato.

Mi sono imbattuto nella storia di questo ragazzo nei miei recenti studi (n.d.r.: mai smettere di studiare!) e non potevo non essere incuriosito dal fatto che il buon Marko, ormai diciannovenne, non figurasse tra i convocati di Paulo Sousa. Ho letto qualche scheda di scouting, e ho visionato molte sue immagini e l’incredulità aumentava; oltre alle già citate capacità tecniche e fisiche, dimostrava una certa personalità, tirava i calci di rigore, cercava il dialogo con i compagni, era il capitano e apparentemente il leader. Già…apparentemente.

La sua avventura in Italia si chiuse ben presto, e se ne tornò in Croazia, nel suo Cibalia dove tuttora milita. Squadra non di primissima fascia che naviga nella bassa classifica del campionato croato. La Fiorentina ne detiene ancora il cartellino, infatti negli ultimi due anni ha rinnovato il prestito. In fondo il ragazzo è ancora giovanissimo e chissà che qualcosa “scatti”.

Ma perché è andata così? Semplicemente Marko non si è ambientato e ciò ha finito ovviamente per condizionare le sue prove anche sul campo di gioco. Il carattere che dimostrava quando indossava gli scarpini non era quello che riusciva a tirar fuori quando, appena sedicenne, fu catapultato a centinaia di chilometri da casa, con difficoltà di lingua, di aggregazione, di cultura e chissà di quanti altri aspetti che sono rimasti sigillati dentro di lui.

Il punto è che di “Marko Dabro” ce ne sono a dozzine (e con molto meno talento, magari), non si tratta di un caso sporadico o di incredibile sfortuna. Si tratta del fatto che a volte ci si dimentica di avere a che fare con dei ragazzi prima che con dei calciatori. Con le loro debolezze, con i loro affanni, con il diritto di avere la loro giovinezza seppur con i grandi sacrifici che sono necessari per fare, di una grande passione, un lavoro che cambia la vita.

Il fenomeno su cui ci aiuta a riflettere Marko Dabro merita anche di essere compreso in un più ampio raggio. Spesso mi imbatto in famiglie che mi chiedono una consulenza per valutare meglio un’offerta, che pare irrinunciabile, di una squadra “pro”, e magari il bambino è un 2006 che dovrebbe andare a 100km da casa. Un bambino. Questa è la parola che bisogna ricordare per prima… Non calciatore, ma “bambino”.

E allora, forse, vale la pena spendere tempo e anche risorse per andare aldilà dell’aspetto fisico o tecnico, perché in questo modo si preserva un talento, un ragazzo, ma anche un investimento importante. E questo non vale solo per i giovani calciatori, ma anche per gli uomini, perché tutti abbiamo aspetti di fragilità su cui si può intervenire, e perfino i più grandi professionisti sono caduti in momenti delicati che ne hanno condizionato la carriera. Ma questa è un’altra storia da raccontare…

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