Da queste parti pensavano di averne viste di tutti i colori. Pensavano.

Bari è una piazza che ti abbraccia senza chiederti il documento di identità e il codice fiscale. Bari ti travolge e ti dà tutto di se stessa, senza titubanza, senza la giusta, sacrosanta dose di sospetto. Da queste parti giuravano di aver imparato, dopo la storiaccia di Tim Barton, il sedicente magnate dai capelli rossi, arrivato su un volo low cost e abbracciato da una trionfale accoglienza, qualche anno fa, prima di rivelarsi un bluff. Erano i tempi di Matarrese (curiosamente venuto a mancare proprio una settimana fa, perché il destino sa essere uno sceneggiatore subdolo). A Bari giuravano di non cascarci più.

Il conto del dietrofront del malese Datò Noordin, per il Bari e non soltanto, è salatissimo. E se possibile fa più male di quello di Barton, doverosamente metabolizzato, e adesso, da queste parti, sfumato in aneddoto divertente, in vecchia barzelletta che fa sempre ridere. Per Noordin, c’è da giurare, non riderà nessuno.

Sembrava tutto fatto con Paparesta, con il preliminare di acquisto della maggioranza del club pugliese, sottoscritto ad aprile e da validare entro il 31 maggio. Il 31 maggio è passato, è arrivato il 21 giugno, la data fissata per la ricapitalizzazione del club, il malese si è eclissato (con l’advisor dell’operazione, Grazia Iannarelli, che fino a ieri giurava a La Repubblica che le trattative stessero “andando avanti, ma hanno assunto un atteggiamento di maggiore prudenza a causa di fattori ambientali. Sin dal primo giorno in cui siamo venuti a Bari sono cominciate azioni di disturbo. La lotta intestina tra gli azionisti”).

La beffa-Noordin fa male soprattutto a Gianluca Paparesta, l’uomo che aveva preso il Bari nell’aula di tribunale che ospitava l’asta fallimentare del club pugliese, nel maggio del 2014. In quell’aula, dicono i ben informati, tra le fila dei gruppi concorrenti, c’era anche Giancaspro, ben prima di diventare, lo scorso dicembre, azionista di minoranza al 5% delle società che, evidentemente, aveva nei pensieri da tempo. L’imprenditore molfettese, mentre naufragava il progetto malese di Paparesta, garantiva la sopravvivenza alla società pugliese con l’impegno per la ricapitalizzazione, formalizzato ieri nell’assemblea dei soci. Franava, il sogno del Bari di Paparesta, mentre come in un film hollywoodiano Giancaspro compiva la sua scalata alle azioni del club, diventandone di fatto proprietario, alla scadenza della deadline di ieri: c’era da ricapitalizzare. Paparesta non l’ha fatto. L’ha fatto Giancaspro. Punto. Punto?

Molto, se proprio si muore dall’ingrata voglia di sentenziare, si può imputare a Paparesta. Il non aver mai palesato, per esempio, l’origine delle risorse necessarie a salvare il Bari, quel giorno di tarda primavera, in quell’aula di tribunale, e che permisero di far sua la squadra biancorossa per 4,8 milioni, più la copertura dei debiti. O l’aver chiamato, due anni dopo, e con le medesime difficoltà, l’all-in su Noordin (con buona pace di altre cordate, presunte o meno). O l’aver sottovalutato l’ambizione e il pragmatismo di Giancaspro che, mentre il presidente cercava di dare respiro a sogni di Serie A e di un grande Bari, più sommessamente pensava a mettere la propria firma sulle piccole spese, sugli stipendi, sull’iscrizione: che voleva dire, a questo punto, sottilmente quando ineluttabilmente, rendersi indispensabile per i biancorossi. L’aver sottovalutato il fatto che, chi entra in società, sia pure al 5%, non lo fa per pagare le bollette, ricevere una pacca sulle spalle di ringraziamento, senza puntare al bersaglio grosso.

Molto si può imputare a Paparesta. Ma non un difetto di entusiasmo: anzi, probabilmente l’eccesso opposto, nonostante la legge di Murphy, sul suo progetto, si sia accanita in maniera francamente impietosa. Tutto quello che potrà andar storto, andrà storto, recita la massima: Paparesta, dopo aver salvato il Bari dal fallimento, aveva bisogno di investitori. I russi, parve all’inizio: non andò per il verso giusto. Paparesta avrebbe avuto anche soltanto bisogno della promozione in A, con gli introiti dei soli diritti televisivi che avrebbero tappato tante falle: non andò per il verso giusto. Non andò per il verso giusto già in quel finale di stagione, con i playoff persi in semifinale contro il Latina. Non è andata per il verso giusto quest’anno, con una squadra costruita, almeno nelle ambizioni presidenziali, per salire di categoria. Aveva soprattutto, a questo punto, bisogno di Noordin, Paparesta: sembrava andata finalmente in porto, con quel preliminare. Non è andata per il verso giusto. La sensazione è che se solo una di queste cose mai andate per il verso giusto, in questi due anni, l’avesse fatto, il finale sarebbe stato diverso. Regalando, se non altro, un extratime all’ex arbitro, da giocarsi in maniera diversa. Ma proprio le piccole, grandi scadenze burocratiche sono state il grimaldello per Giancaspro per tentare e riuscire nel golpe biancorosso, letteralmente in contropiede mentre Paparesta si giocava il suo attacco decisivo con Noordin. Fino al legal thriller delle ultime ore per la poltrona di presidente: pensavano di averne viste di tutti i colori, a Bari. Pensavano.

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