Serie C o Lega Pro, cambia poco. Puntuale come le tasse, la Co.vi.soc. (Commissione di vigilanza delle società di calcio) abbatte la proria scure su otto candidate alla partecipazione al prossimo campionato. Cadono teste coronate: il Latina, proveniente dalla B, fallito e neanche iscritto. Il Como, della signora Essien, ancora in attesa di un bonifico che non è mai arrivato e chi sa se mai partito. Alla lista si aggiungono il Mantova, che vive una situazione tragicomica, in compagnia di Akragas, Maceratese e Messina. Tutte devono presentare la fidejussione a garanzia degli impegni economici. Rimandate anche Fidelis Andria e Juve Stabia, in attesa di chiarire la loro posizione con l’Erario. Per la cronaca, e alla faccia della sportività, sono già pronte le domande di ripescaggi: Triestina, Savona, Rende, Lumezzane, Vis Pesaro, Rieti, Vibonese e Sicula Leonzio sperano nelle disgrazie altrui. Retrocesse o non promosse sul campo? Non importa. Tanto la classifica, a queste latitudini, è scritta dai tribunali fallimentari. E non contano neanche i soldi. Anche perchè, spesso, non ce ne sono.

Ecco, appunto: che credibilità ha un movimento che nelle ultime sei stagioni ha registrato trenta fallimenti, 71 penalizzazioni e il costante intervento della Co.vi.Soc? Ha ancora senso parlare di un format composto da tre gironi di 20 squadre? I costi, come dimostra ogni estate, non sono sostenibili: 600 mila euro di fidejussione, 90 mila di iscrizione sono troppi per una Lega che registra, fra le partecipanti, un fatturato medio di 3,1 milioni di euro. A queste condizioni è inutile ricorrere ai ripescaggi: toppe sulle falle di una nave che continua a imbarcare acqua da tutte le parti. Non serve una laurea in economia, è sufficiente il buonsenso. Una stagione di Lega Pro “costa” circa 4 milioni di euro. I club ripescati, provenienti dalla LND, categoria “vivono” con 400-600 mila euro. Dunque, i casi sono due: o resistono al salto o sono semplicemente dei nuovi destinati alla bancarotta: i costi della “promozione virtuale” incidono molto più dei benefici legati al salto di categoria, che spesso si traduce in un costo quasi decuplicato. Dunque, insostenibile.

Il presidente Gravina parla di “crisi fisiologica” e insiste, non a torto, sulla riforma della Legge Melandri. Una ridistribuzione dei proventi, aiuterebbe un sistema in difficoltà ma comunque amato dalla gente: la Lega Pro è il “campionato dei Comuni d’Italia” ed ha un seguito importante purché sia incanalato su binari sostenibili.

In questa ottica, si valuta il sistema del “rating”. Importazione tedesca, garanzia di efficienza: il calcio teutonico regge senza scossoni tre gironi da 20 squadre e il meccanismo promozioni/retrocessioni procede senza incepparsi.

Perché? Presto detto.. Il “rating” è un “termometro” dell’affidabilità finanziaria di ciascuna società. Severo, ma giusto. I risultati sportivi, nel percorso di valutazione, contano zero virgola zero.  La classifica si stila in base al livello di virtuosità economica raggiunto negli anni: i parametri sono legati a governace, infrastrutture, settore giovanile e relazione con il territorio. Elementi che, sommati, definiranno l’“affidabilità” delle società a medio e lungo termine. La “soluzione finale” garantisce un campionato regolare e permette una valutazione oggettiva, volta a rendere il sistema sostenibile. Resta da capire come attuarla in Serie C, dove le “piazze” più o meno grandi, e le ricchezze, più o meno esigue, sono legate all’imprenditoria locale. Lecce ha un bacino d’utenza e un potere d’acquisto troppo diverso rispetto ad Agrigento. Il Renate ha una forza economica ben lontana dal Livorno. Nel frattempo, la via crucis prosegue. Prossima tappa, oggi, ultima data utile per presentare ricorsi. Il 20 Luglio la Lega emetterà le “sentenze” e forse avremo le idee chiare sulla nuova serie C. Sperando (invano?) che sia l’ultima estate calda.