Nello scorso weekend è andato in scena il Superclasico del campionato uruguagio, che mette uno di fronte all’altro i due club più importanti della capitale Montevideo: il Nacional e il Peñarol, due squadre estremamente diverse l’una dall’altra, in tutto: nella storia, nel prestigio, nell’estrazione sociale dei due club, da sempre i più competitivi nel contendersi lo scudetto. L’anno scorso lo vinse il Nacional, proprio ai danni dei concittadini, mentre l’ultimo derby di domenica scorsa è finito con un equilibrato 2-2. Ma in uno di questi due club, che racchiudono buona parte della storia del calcio in Uruguay, c’è una radicatissima origine italiana. Il Peñarol, nonostante la flessione degli ultimi anni, è la squadra più titolata del Paese, e nel suo dna proletario c’è tanta italianità che non possiamo non raccontarvi, riprendendo il bellissimo articolo del giornalista Daniele Arghittu, che si è recato di persona a Montevideo in un viaggio formativo e avventuriero, entrando in contatto con la realtà (italico)uruguaiana e scrivendola su Pagina 99.

Come hanno fatto un po’ ovunque, gli inglesi tentarono l’esportazione del loro football sino all’Uruguay. Quando s’imbatterono nel Peñarol, l’intenzione fu subito quella di cambiargli il nome, che significava cambiare un’intera esistenza e cancellare le origini. Peñarol, dal piemontese Pinareul, ovvero Pinerolo, la cittadina da cui emigrò Giovan Battista Crosa, latifondista e soldato che nella periferia di quella che al tempo era una piccola Montevideo, fondò una pulperia, che fungeva da centro di aggregazione per i cittadini. L’eredità di Crosa però non perdurò, di piemontesi ne rimasero pochi, e gli inglesi avevano tutto lo spazio per la loro colonizzazione, ma non fecero i conti con tutta la popolazione locale: liguri, andalusi, siciliani, calabresi, baschi, galiziani, persone che negli anni successivi sarebbero diventati uruguagi.

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Questa generazione di migranti fondò nel tardo XIX secolo la squadra dalla camiseta aurinegra, gialla come l’oro e nera come il carbone. A fine Ottocento il Paese era in completa rifondazione, fortemente centrata sulle radici di una popolazione eterogenea, che includeva molti italiani, soprannominati i tanos (mentre il gallego era il galiziano, il vasco, invece, il basco). I migranti diedero il via alla completa affermazione della popolazione uruguagia: la seconda generazione – figlia di chi era arrivato dall’Europa – era già patriottica, già celeste. Questo comportò uno scontro generazionale, rimembrato da Giuseppe Scarone, migrante savonese che giunse in Uruguay con pochi mezzi, proletario, come tutti i suoi compagni di viaggio. Era un tifoso sfegatato del Peñarol, e andò al settimo cielo quando suo figlio vinse il campionato 1911 in maglietta aurinegra, ma quel che seguì fu la peggiore delle disgrazie per un padre: Carlos – il figlio – preferiva giocare nel ben più ricco Nacional de Montevideo, che poteva garantire uno stipendio, e non solo un impiego in ferrovia come nel proletario Peñarol.

Così fu: Carlos non rimase al Peñarol a mangiar merda – come lui stesso apostrofò i suoi ex tifosi, coniando un nuovo soprannome (dispregiativo), i manyas (mangiamerda) – ma andò al Nacional, diventando il primo nemico dei carboneros gialloneri. Ma il Peñarol fu più forte di qualsiasi condizione minoritaria. Oggi Mario Romano, di origini calabresi, ricorda ancora l’importanza che ha ricoperto e tutt’ora ricopre l’Estadio Centenario, inaugurato velocemente e ancora incompleto per Uruguay-Perù nel 18 luglio 1930, anno del centenario della promulgazione della Costutituzione della Repubblica d’Uruguay. Oggi il Peñarol gioca al Campeon de Siglo, inaugurato il 28 marzo 2016 nella sfida contro il Danubio, e ubicato nel quartiere Bañados de Carrasco, alle porte della città.

Nella galleria a tinte giallonere, ci sono tutti gli immigrati europei che hanno fatto la storia del Peñarol: non c’è Scarone, il cui ricordo è forse troppo lontano, ma c’è Roque Gastòn Maspoli, che fra portiere ed allenatore fece il pieno di trofei in maglia aurinegra, c’è Juan Alberto “Pepe” Schiaffino, fuoriclasse che trascinò la celeste al titolo mondiale nel 1950. C’è anche Josè Piendibene, bandiera in giallonero per tutta la carriera, che tra gli anni Dieci e Venti segnò 17 reti solo nel clasico tra Argentina e Uruguay, e passò alla storia per il suo pase de muleta.

Il Peñarol è costretto a vivere di ricordi perché il presente è turbolento. Il Presidente Juan Pedro Damiani è comparso nei Panama Papers un mese e mezzo fa, e il 6 aprile si è dimesso dal Comitato etico della Fifa. Juan Ignacio Ruglio, membro del consiglio direttivo sconfitto da Damiani alle ultime elezioni per la Presidenza, sembra abbia più a cuore il popolo proletario dei carboneros. E’ stato anche a Pinerolo – confessa a Daniele Arghittu – compiendo «un viaggio alle radici della nostra storia». Nella cittadina piemontese sogna di realizzare il museo del Peñarol. Perché Pinerolo ha una radice ben piantata con l’Uruguay: ha dato il natale anche all’attuale ambasciatore italiano, Gianni Piccato. Lui forse – per motivi diplomatici – non è tifoso del Peñarol, ma il lettore che gioca pulito oggi è autorizzato a sporcarsi di oro e carbone e sentirsi un po’ aurinegro, perché se il Peñarol esiste ed è una delle squadre più importanti dell’Uruguay, è grazie agli emigranti italiani di fine Ottocento, di cui oggi i tifosi gialloneri hanno ancora memoria.

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