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Le Origini del Giro: 101 anni di Passione in Rosa

Francesco Beltrami

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Venerdì 4 maggio ha preso il via da Gerusalemme la centunesima edizione del Giro d’Italia. La prima era partita da Milano, il 13 maggio 1909, alle 2.53 del mattino da un luogo noto alle cronache per motivi ben più tragici: Piazzale Loreto, la tappa d’apertura si era poi conclusa all’ippodromo di Bologna, 14 ore, 6 minuti e 15 secondi più tardi dopo 397 chilometri di corsa sulle polverose strade dell’epoca. Dario Beni, romano, classe 1889 il primo vincitore con la maglia della mitica Bianchi. Erano tempi eroici, in cui si stava in strada dall’alba al tramonto, le tappe partivano ogni tre giorni ed affrontavano chilometraggi oggi improponibili. L’idea del Giro venne a Tullo Morgagni, forlivese, appassionato di sport a tutto tondo, organizzatore di eventi per vocazione, giornalista della Gazzetta dello Sport, che, appoggiato dal suo giornale bruciò sul tempo l’altro grande quotidiano di Milano, il Corriere della Sera, che voleva lanciare una manifestazione simile in concomitanza col Giro d’Italia automobilistico che già gestiva. La Gazzetta arrivò per prima.

Il 24 agosto del 1908, ad annunciare la manifestazione, mettendo in palio la somma di 25.000 lire  per il vincitore. Il Corriere fece buon viso a cattivo gioco e contribuì al montepremi. In quella prima edizione le tappe furono otto, 2447 chilometri da Milano a Milano e la classifica determinata dalla somma dei piazzamenti, 1 punto negativo al primo, due al secondo e così via ogni tappa. A vincere la prima classifica generale fu Luigi Ganna, classe 1883, da Induno Olona, paese in provincia di Varese molto vicino al confine con la Svizzera. Vinse due tappe e si piazzò sempre bene terminando la sua fatica il 30 maggio con 25 punti negativi. Narra la leggenda del ciclismo che, sceso di bicicletta e avvicinato da un cronista che voleva conoscere la sua impressione più viva dopo la vittoria abbia risposto: “ L’impressione più viva l’è che me brusa tant ‘l cu”

Ganna1

In 127 erano partiti da Milano in 49 vi ritornarono. Uno, Camillo Carcano, fu squalificato perché durante la quinta tappa, da Roma a Firenze, prese un treno alla stazione di Civita Castellana, scese a Pontassieve e attese il passaggio del gruppo per rientrarvi e concludere la corsa.

Il Giro conquista subito le folle che riempiono le strade per assistere al passaggio dei corridori e viene riproposto anche per il 1910, 10 tappe, sempre da Milano a Milano, col chilometraggio aumentato a 2987. Vinse Carlo Galletti, milanese dell’Atala, altra formazione leggendaria del ciclismo italiano, precedendo due compagni di squadra, tra cui, terzo, Ganna che aveva lasciato la Bianchi. Galletti replicò nel 1911, stavolta in maglia Bianchi, e nel 1912, tornato all’Atala, vinse nuovamente, stavolta insieme ai suoi compagni di colori, in una edizione particolare, l’unica della storia che ebbe come classifica principale quella a squadre. Non ufficialmente fu anche il vincitore della classifica individuale a tempo. Nel 1913 si tornò alla formula individuale a punti, con la vittoria di Carlo Oriani, anche lui milanese di Balsamo, nato nel 1888 scomparve nemmeno trentenne nel 1917 dopo essersi ammalato di polmonite durante la ritirata di Caporetto. Fu il primo a vincere il Giro senza aggiudicarsi nemmeno una tappa. Nel 1914 si passò alla classifica per somma di tempi, quella in uso ancor oggi, che premiò Alfonso Calzolari in grado di precedere il secondo classificato di quasi due ore, distacco oggi impensabile. Bolognese di Vergato al contrario di Oriani ebbe poi vita lunghissima, morì a Ceriale nel 1983, poche settimane prima di compiere 96 anni.

Nel 1915 il Giro si fermò: incombeva anche sull’Italia la Prima Guerra Mondiale che già devastava dal ’14 l’Europa. La guerra a oggi è l’unico avvenimento ad essere stato in grado di fermare il Giro: dal 1914 al 1918 e successivamente dal 1941 al 1945, ma sempre  e solo per il tempo strettamente necessario: nel 1919 la corsa riprese il 21 maggio, 6 mesi e 17 giorni dopo la fine dei combattimenti, nel 1946 si gareggiò invece a partire dal 15  giugno, 13 mesi e 20 giorni dopo l’ultimo colpo di cannone.

GIRARDENGO1

Torniamo però al 1919, è l’anno della prima vittoria di Costante Girardengo, uno dei grandi del ciclismo italiano, due Giri,  sei Milano-Sanremo, due Lombardia, un secondo posto ai Mondiali nel 1927 in Germania al Nurburgring e decine e decine di vittorie su strada oltre a due Sei Giorni in pista. Nato a Novi Ligure nel 1893 visse fino a 85 anni dopo essere diventato costruttore di biciclette, direttore sportivo della sua stessa squadra e per alcuni anni Commissario Tecnico della nazionale, fu lui a guidare Gino Bartali alla conquista del Tour 1938. In quel 1919 Girardengo dominò la corsa, vincendo sette tappe su dieci e rimanendo sempre in maglia rosa. Quell’anno il Giro, per scelta della Gazzetta dello Sport, attraversò i territori irredenti, la prima tappa si concluse infatti a Trento, la seconda a Trieste. Il grande rivale di Girardengo, Gaetano Belloni, vinse nel 1920, nel 1921 e nel ’22 la spuntò Giovanni Brunero, piemontese di San Maurizio Canavese, bersagliere ciclista nella Prima Guerra Mondiale. Dopo il ritiro dalle corse nel 1928, fu colpito da un male incurabile e morì nel 1934 prima di compiere 39 anni. Nel 1923 tornò a trionfare Girardengo, su un percorso di oltre 3200 chilometri divisi in dieci tappe: lo fece alla sua maniera, aggiudicandosene ben otto di cui sei consecutive. Ciò nonostante il suo vantaggio in classifica sul secondo, ancora l’indomabile Brunero, fu di soli 37 secondi!

Strada1

Nel 1924 le tappe furono 12 e i chilometri 3613, ma fu un Giro molto particolare, non vi presero parte le squadre ufficiali per via di un contenzioso con gli organizzatori e la Gazzetta lo aprì ai corridori indipendenti, cui dovette, essendo privi di una organizzazione, fornire tutta la logistica, compreso il mantenimento, da Milano coi corridori partirono anche quintali di derrate alimentari di ogni genere a bordo di camion. Vinse Giuseppe Enrici, pochi altri risultati in carriera, che approfittò al meglio dell’occasione. Per l’unica volta nella storia gareggiò anche una donna, Alfonsina Morini Strada, nata a Castelfranco Emilia nel 1891, riuscì a concludere la corsa sia pure fuori classifica perché terminata fuori tempo massimo durante la quarta tappa, figurando tra i trenta corridori che ritornarono a Milano dei novanta partiti. Cercò nuovamente di iscriversi alla corsa negli anni seguenti ma non le fu più consentito.

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Salbutamolo, quando l’asma offre l’assist per Doparsi

Emanuele Sabatino

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Il calvario durato nove mesi tra perizie scientifiche e legali è terminato due settimane fa. Secondo la WADA, organizzazione mondiale anti-doping, Chris Froome non è sanzionabile per l’uso oltre i limiti del Salbutamolo e non solo si è visto convalidare la vittoria al Giro d’Italia ma sta regolarmente partecipando anche al Tour de France dove per diretta espressione del direttore della corsa Christian Prudhomme non era gradito.

COS’E’ IL SALBUTAMOLO?

Venduto in Italia con vari nomi ma il più diffuso il “Ventolin” è una sostanza ben nota a chi soffre di asma essendo un broncodilatatore. Simile ad un farmaco che avevamo già analizzato in passato, il Clenbuterolo, entrambi infatti migliorano la disponibilità di ossigeno nelle prestazioni sportive e permettono, ad altissimi dosagi, anche di perdere peso e grasso mantenendo la massa muscolare. Gli effetti indesiderati del Salbutamolo, proprio come il Clenbuterolo, sono quelli di ansia, cefalea, cardiopalmo, secchezza delle fauci e crampi muscolari. In alcuni pazienti il Salbutamolo può determinare la comparsa di tremori a carico della muscolatura scheletrica e tachicardia. Questi effetti avversi, comune a tutti gli stimolanti beta-adrenergici, sono in stretta relazione con la dose. Va da sè che, in presenza di un medico connivente, esiste la concreta possibilità che possa essere diagnosticata in modo truffaldino un’asma che in realtà non esiste, consentendo in questo modo di poter utilizzare la sostanza senza incappare nelle restrizioni antidoping. Rischiando anche la propria salute.

SALBUTAMOLO & DOPING

Nello sport è consentito a patto che non si superi una determinata soglia di concentrazione nelle urine fissata dalla WADA in 1000 nanogrammi per millilitro. Secondo le prime notizie diffuse la concentrazione di Salbutamolo nelle urine del corridore del Team Sky sarebbe stata di 2000 nanogrammi quindi il doppio rispetto al consentito. Dopo varie analisi e dopo che il corpo del ciclista è stato fatto reidratare la concentrazione è scesa a 1190 nanogrammi per millimetro, quindi solo il 19% in più del consentito. Troppo poco per la WADA per sanzionarlo escludendolo dal Tour. Anche perché in caso di squalifica la causa di risarcimento sarebbe stata milionaria, qualora vinta dal ciclista, ed avrebbe messo in ginocchio l’agenzia anti-doping mondiale.

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L’indipendenza basca e il ciclismo: Iban Mayo e la macchia arancione

Lorenzo Siggillino

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Compie oggi 41 anni Iban Mayo, il ciclista basco che durante il Tour de France 2003 con la vittoria sull’Alpe D’Huez divenne simbolo identitario di un popolo che ha sempre lottato per l’indipendenza.

L’indipendenza basca è un capitolo della geopolitica che ha legami con l’origine sconosciuta di una lingua misteriosa. Si lega alla cultura della sinistra estrema, al genere musicale del Rock Radical Vasco, al terrorismo dell’Euskadi Ta Askatasuna, al secolo ETA. È una storia scritta anche nello sport, basta ricordare l’Athletic Club Bilbao. L’indipendenza basca ha toccato anche il ciclismo, grazie alla favola Euskaltel Euskadi (la squadra arancione formata solo da baschi, finanziata dal governo regionale, schierata a favore dell’indipendenza da Madrid). Proprio l’Euskaltel trasformò un meraviglioso scalatore in un leader popolare, un capotribù, il simbolo di un orgoglio: era un ragazzo di Igorre, Iban Mayo Diez.

Il momento in cui Iban Mayo entra nel cuore della sua gente è chiaro a tutti: 13 luglio 2003. Pensare solo a tutta la fatica che aveva fatto il destino per portare Mayo lì, in quel giorno d’estate del Tour de France: è da non credere. Iban Mayo Diez, o anche Iban Mayo e basta, nasce ad Igorre (15 km da Bilbao) e si avvicina al ciclismo per pura fortuna: i dirigenti sportivi di una scuola ciclistica avevano organizzato un giro della cittadina e avrebbero regalato un panino a tutti i ragazzi che lo avessero terminato. Iban si iscrive, vince la merenda e non lascia più la bicicletta, inizia così la sua avventura costellata di tanti successi già da junior. Nel 1997 il passaggio ai professionisti era vicino, ma durante il servizio militare per la Croce Rossa basca Mayo ha un incidente d’auto nel quale si frattura entrambe le caviglie e un braccio. Sedia a rotelle per tre mesi, con molti medici che esprimevano pessimismo riguardo il suo approdo nel professionismo: “Pensa a tornare a camminare Iban, poi per pedalare c’è tempo…”. Riesce a rientrare nel 1999, imponendosi in 13 gare, con il titolo di miglior giovane spagnolo dell’anno. Arriva nei professionisti nel 2000 con l’Euskaltel, con un soprannome già stabilmente incollato addosso: in Spagna lo chiamano tutti il Gallo. Da lì una crescita continua: nel 2001 vince il Midi Libre, nel 2002 arriva quinto nella generale della Vuelta a Espana. Fino ad arrivare al 13 luglio 2003 alla frazione 8 del Tour de France, con traguardo in cima alla montagna più famosa del ciclismo: l’Alpe d’Huez.

È l’arrivo in salita dei giganti: 14 km al 7,9% di pendenza media con 21 tornanti, ognuno dedicato ad uno o due dei vincitori su questa storica vetta. La prima curva che si incontra salendo è la 21, che celebra Fausto Coppi (successo nel ’52). I tornanti 3 e 2 sono quelli di Marco Pantani (che aveva fatto doppietta – ’95 e ’97), al numero 11 c’è Hinault, al 7 e al 6 si ricorda Gianni Bugno. Qui sopra c’è l’Olimpo del ciclismo. Mayo è al Tour per aiutare il suo capitano Zubeldia a fare classifica, mentre la maglia gialla è affare tra Armstrong e Ullrich. Sull’Alpe d’Huez Iban ha un gamba stratosferica: stacca tutti e vince in solitaria, rifilando 2 minuti ad Armstrong e 3 ad Ullrich. L’Euskaltel era in crescita ma per far scoppiare il movimento c’era bisogno di qualcuno che fosse in grado di lottare con i più forti e quello era Iban Mayo. Il Gallo ottiene il successo più prestigioso della storia della squadra, finisce sesto in classifica generale e il capitano Zubeldia arriva quinto: il tifo nei Paesi Baschi esplode letteralmente. Mayo diventa l’eroe che aveva riscattato l’orgoglio della sua gente.

Il Gallo con quella vittoria, oltre ai cuori, conquista anche un posto sui tornanti, viene messo al numero 20, mentre al 10 c’era l’unico altro spagnolo che fino a quel momento era riuscito ad imporsi sull’Alpe d’Huez: Federico Echave, o Etxabe, sì un altro basco! Inoltre quel successo rappresentava un manifesto del movimento, indicando la via che molti Euskaltel dopo Mayo avrebbero seguito: rispettare la maglia, attaccare senza paura e mettere il cuore dove non arrivano le gambe. Dal 2004 in avanti non c’è più una salita del Tour de France senza la macchia arancione dei sostenitori della squadra, non c’è più una montagna senza le bandiere dei Paesi Baschi. I tifosi baschi sull’Alpe d’Huez si moltiplicarono e quello diventò per loro il luogo giusto dove aspettare un’altra impresa, cogliendo l’occasione per ribadire la propria identità.

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Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che “salvò” l’Italia

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 104 anni Gino Bartali, leggenda del ciclismo italiano e mondiale, recentemente dichiarato cittadino onorario di Gerusalemme. La sua vita e la sua carriera attraversarono la storia di un’Italia prima sotto il Regime Fascista e poi intenta a ricostruirsi un’identità e unità nazionale.

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese.

Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero e dal mito era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

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