«Do you believe in miracles?». Voi ci credete nei miracoli? Se la vostra risposta è sì, sarete sicuramente lieti di leggere questa storia. Se invece la vostra risposta è no, continuate comunque a scorrere questo articolo perché molto probabilmente alla fine cambierete idea.

La Guerra Fredda incombe sui Giochi

Mentre si stanno disputando le Olimpiadi invernali a Pyeongchang e le gare, molto spesso, passano quasi in secondo piano rispetto alle tensioni di politica internazionale che si respirano dentro e fuori le piste, la mente non può non tornare a quell’incredibile edizione dei Giochi del 1980, a Lake Placid.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.


       Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

Usa VS Urss

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Mike Eruzione

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Lake Placid, 1980

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il Miracolo sul Ghiaccio

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia e con il quale abbiamo aperto l’articolo che state leggendo: «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

E ora, ditemi, ci credete nei miracoli?

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