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Le Olimpiadi della Guerra Fredda: Mike Eruzione e il Miracolo sul Ghiaccio

Francesco Gallo

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«Do you believe in miracles?». Voi ci credete nei miracoli? Se la vostra risposta è sì, sarete sicuramente lieti di leggere questa storia. Se invece la vostra risposta è no, continuate comunque a scorrere questo articolo perché molto probabilmente alla fine cambierete idea.

La Guerra Fredda incombe sui Giochi

Mentre si stanno disputando le Olimpiadi invernali a Pyeongchang e le gare, molto spesso, passano quasi in secondo piano rispetto alle tensioni di politica internazionale che si respirano dentro e fuori le piste, la mente non può non tornare a quell’incredibile edizione dei Giochi del 1980, a Lake Placid.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.


       Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

Usa VS Urss

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Mike Eruzione

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Lake Placid, 1980

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il Miracolo sul Ghiaccio

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia e con il quale abbiamo aperto l’articolo che state leggendo: «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

E ora, ditemi, ci credete nei miracoli?

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In campo e dalla Legge: la vita in fuga di O. J. Simpson

Emanuele Sabatino

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Il 12 Giugno 1994, Nicole Brown e Ronald Goldman vengono trovati morti nella casa di lei a Los Angeles. Venne acusato l’ex marito, la stella NFL O.J. Simpson. Riviviamo la vicenda e la storia di quello che fu definito il “Processo del Secolo”.

Da stella NFL alla condanna a trentatrè anni di carcere, nel mezzo un processo torbido con l’accusa di duplice omicidio. L’incredibile storia di O.J. Simpson.

Orenthal James Simpson nasce a San Francisco, California, nel 1947. La sua carriera universitaria lo vide protagonista con la maglia di “University of Southern California” (USC) dove riuscì anche a vincere l’Heisman Trophy (miglior giocatore della lega universitaria) nel 1968. Scelto dai Buffalo Bills come prima scelta assoluta al draft del 1969 nel ruolo di Runningback, detiene il record di essere stato il primo giocatore NFL ad aver corso più di 2000 yards in una stagione e ancora oggi è l’unico ad averlo fatto in sole 14 partite. Venne introdotto nella Pro Football Hall of Fame nel 1985. Dopo l’addio al football, si cimentò nella carriera cinematografica dove ottenne molteplici ruoli aumentando la sua già grande popolarità.

L’OMICIDIO DI NICOLE BROWN E RONALD GOLDMAN:

Il 12 giugno 1994 Nicole Brown, ex moglie di Simpson, e Ronald Goldman, compagno di Nicole, vennero ritrovati accoltellati a morte nel condominio della donna sito a Brentwood, Los Angeles. Simpson venne considerato il sospettato numero uno ed il suo arresto, dopo un lungo inseguimento a bordo di un SUV Ford Bronco, venne mostrato in diretta nazionale tanto da interrompere la trasmissione delle finali NBA. Considerato il “processo del secolo” per via della sua portata transnazionale, il 3 ottobre 1995 si concluse con il verdetto della giuria “Non colpevole”.

IL RUOLO DI MARK FUHRMAN:

Mark Fuhrman, poliziotto di Los Angeles,  fu il primo ad andare a casa di Simpson la notte del delitto per interrogarlo. Fu lui a trovare il guanto insanguinato con il DNA della Brown, di Goldman e di Simpson. Poteva essere la prova decisiva e quindi la difesa, il famoso “dream team” composto da Cochran, Shapiro, Dershowitz e Bailey, si impegnò per distruggerla. La strategia adottata si basava sull’accusa che Fuhrman era un razzista, e quindi aveva manomesso le prove per far condannare il nero Simpson.

La difesa gli chiese se avesse mai pronunciato la parola «negro» negli ultimi dieci anni, e il giudice Lance Ito non si oppose. Mark rispose di no, ma poco dopo gli avvocati di O.J. presentarono nastri registrati nel 1986 dove Fuhrman diceva la parola negro ben 41 volte ma soprattutto confessava violazioni contro i neri sul lavoro. Spergiuro. Alla domanda se avesse fabbricato la prova del guanto per incastrare Simpson lui rispose: “I take the fifth”“Prendo il quinto” con riferimento al quinto emendamento della costituzione americana che permette all’interrogato di non rispondere per evitare di autoincriminarsi. Più in là dichiarerà di aver patteggiato tre anni con la condizionale perché non aveva i soldi per difendersi, ma lui quelle prove non le aveva manomesse. Erano vere.

LA PROVA DEL GUANTO:

Simpson, davanti alla giuria di dodici membri, di cui sette afroamericani, indossò il guanto che era evidentemente troppo corto e stretto. La frase simbolo dell’intero processo pronunciata dall’avvocato Cochran: If it doesn’t fit, you must acquit” “Se non calza, dovete assolverlo” preannunciò il verdetto della giuria che fu “Non colpevole”. Come se con un guanto più piccolo non si potesse comunque accoltellare qualcuno. Stranezze americane. Nel post-processo la difesa dirà che non furono loro a vincere ma l’accusa a perdere per via dei tanti, troppi, errori grossolani.

IL PROCESSO CIVILE:

Beffa delle beffe fu il processo civile chiesto dalle famiglie delle vittime. In sede civile, infatti, Simpson venne giudicato colpevole del duplice omicidio e dovette pagare un risarcimento multimilionario ai parenti delle vittime.

LA CONDANNA A 33 ANNI DI CARCERE

Nel settembre 2007, a Las Vegas, Simpson venne arrestato con l’accusa di furto e sequestro armato di persona. Questa volta non riuscì a farla franca e venne condannato a 33 anni di carcere di cui almeno nove senza libertà vigilata. Una sentenza esemplare, sproporzionata, chiaramente compensatrice di quella mancata del 1995. Dopo nove anni di carcere, il giudice si è espresso in merito alla richiesta di scarcerazione, accettandola e l’ex giocatore di Football Americano è tornato ad essere definitivamente libero. Per il momento.

IL COLTELLO RITROVATO:

Più di un anno fa, la polizia di Los Angeles ha confermato l’esistenza di un coltello ritrovato al momento della demolizione della vecchia casa di Simpson a Los Angeles. Questo coltello venne dato ad un agente di polizia in pensione che lo avrebbe custodito per anni. Dalle prime analisi l’arma non sarebbe compatibile con quella che ferì a morte Nicole Brown e Ronald Goldman 22 anni fa. Anche se fosse compatibile, Simpson non potrebbe essere comunque processato per via di una legge, la “Double Jeopardy Laws”, che non permette di essere processati due volte per lo stesso crimine.

FOTO: www.nydailynews.com

 

 

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Le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Alessandro Mastroluca

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Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

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Stoccolma 1956: quelle Olimpiadi Australiane che si disputarono in Svezia

Francesco Beltrami

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Domenica 10 giugno 1956 allo Stockholm Stadium nell’omonima città di Stoccolma si svolse una cerimonia di apertura molto particolare: quella delle Olimpiadi dell’Equitazione. Quell’anno i Giochi Olimpici erano in programma a novembre, nell’emisfero sud, a Melbourne, ma disputarvi anche le prove equestri non fu possibile, visti i tempi biblici previsti dalle leggi australiane per la quarantena dei cavalli partecipanti. Sei mesi infatti gli animali avrebbero dovuto restare bloccati dopo essere entrati nel paese. Richieste di cambiamento della normativa furono respinte dalle autorità durante un incontro col CIO nel 1953 che dunque decise di far organizzare le prove equestri ad un’altra nazione. Nel 1954 il comitato scelse la Svezia che ottenne la possibilità di organizzare una Olimpiade autonoma anche finanziariamente da quella di Melbourne e si mise all’opera, organizzando una lotteria nazionale per raccogliere i fondi necessari.

Cavalieri di ventinove nazioni si presentarono in gara nelle tre discipline previste, il Concorso Competo, il Dressage e il Salto ad Ostacoli. Cinque di questi paesi non furono invece presenti a Melbourne: l’Egitto, per la crisi di Suez, la Spagna, l’Olanda e la Svizzera per un mini boicottaggio contro l’invasione russa dell’Ungheria, e la Cambogia, senza motivi specifici, probabilmente Saing e Ghanty i due rappresentanti cambogiani nella prova di Salto a Ostacoli dove furono eliminati uno sul sesto e uno sul settimo ostacolo, erano gli unici atleti di quel paese in grado di partecipare ad un Olimpiade!


Fu la prima e al momento unica volta in cui le gare olimpiche si svolsero sul suolo di due nazioni differenti, addirittura in due continenti diversi. Dico sul suolo non a caso, perché nel 1920, in occasione delle Olimpiadi belghe di Anversa nella vela si era reso necessario spostare l’ultima regata della classe Dinghy 12 piedi da Ostenda dove era stata organizzata la disciplina, ad Amsterdam nei Paesi Bassi. La regata era stata annullata per problemi di corrente e marea l’ultimo giorno previsto per le gare, ed essendo i due soli equipaggi in competizione olandesi, furono autorizzati a giocarsi la medaglia d’oro ad Amsterdam in casa loro qualche giorno dopo, lo fecero ovviamente nelle acque del Mare del Nord non precludendo così a Stoccolma 1956 di stabilire il particolare primato in ambito terrestre.

Come sede delle gare gli organizzatori avevano scelto  lo  Stockholm Stadium, costruito per ospitare le Olimpiadi svedesi del 1912, e nelle sue vicinanze furono edificate le scuderie. Lunedì 12 e martedì 13 le gare presero il via con l’effettuazione della prova di Dressage valida per il Concorso Completo, il giorno successivo le scuderie sorvegliate dalla Guardia a Cavallo dell’Esercito svedese, presero fuoco. L’intervento dei soccorsi fu tempestivo e tutti i cavalli furono evacuati rapidamente, e le gare poterono tranquillamente continuare con gli animali ospitati in alloggiamenti di emergenza, con la disputa il giorno stesso della prova di Cross del Completo e quello successivo del conclusivo impegno di questa durissima disciplina, il Salto ad Ostacoli. L’oro andò proprio a uno svedese, Petrus Kastenman, mentre il Regno Unito vinse la prova a squadre. Venerdì 15 e sabato 16 fu il turno del Dressage come disciplina singola, dove trionfò ancora  la Svezia, questa volta sia a livello individuale con Henry Saint Cyr che nella prova a squadre.

Domenica 17 arrivò il momento del gran finale, con quella che è sicuramente la specialità più conosciuta dell’equitazione, il Salto ad Ostacoli. In uno stadio Olimpico gremito in ogni ordine di posti ci fu gloria anche per la Nazionale italiana, grazie a due cavalieri leggendari, i fratelli Piero e Raimondo D’Inzeo. Raimondo, il più giovane, classe 1925, vinse in sella al suo Merano la medaglia d’argento individuale, alle spalle del cavaliere tedesco Hans Gunter Winkler e precedendo proprio il fratello maggiore Piero, classe 1923, che montava Uruguay. Con l’indispensabile apporto del quarantasettenne Salvatore Oppes, era nato nel 1909 a Pozzomaggiore in provincia di Sassari, e del suo Pagoro, i fratelli romani, entrambi militari di carriera, furono anche argento a squadre dietro alla Germania e davanti alla Gran Bretagna.

Un preludio di quel che sarebbe successo a Roma quattro anni dopo, quando Raimondo con Posillipo fu Campione Olimpico e Piero vinse in sella a The Rock la medaglia d’argento. Terzo cavaliere azzurro fu  Antonio Oppes, otto anni più giovane di Salvatore, che con  The Scholar si affiancò ai D’Inzeo nella conquista della medaglia di bronzo a squadre dietro a Germania e Stati Uniti.

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