Una squadra che da più di un anno deve porre rimedio all’addio al calcio di uno dei giocatori più importanti della sua storia; una superpotenza mondiale che da qualche tempo si sta aprendo al mondo dopo decenni di freddo, gelido isolamento; un calciatore che ai Mondiali, agli Europei e nella sua squadra di club ha dimostrato il suo valore: sono questi i protagonisti della trattativa che nell’estate del 1988 porta Oleksandr ‘Sasha’ Zavarov dalla Dinamo Kiev alla Juventus, rendendolo il primo giocatore dell’Unione Sovietica a militare in Serie A. E con il non facile compito di far dimenticare ai tifosi bianconeri un certo Michel Platini.

Si è appena concluso Euro ’88, e nella finale di Monaco di Baviera, nell’allora Germania Ovest, Gullit e van Basten hanno spezzato il sogno dell’URSS, che in semifinale aveva eliminato l’Italia. Il Ct sovietico è ‘Il Colonnello’ Valerij Lobanovs’kyj, che si divide tra la Nazionale e il suo club, la Dinamo Kiev: uno dei giocatori-chiave di entrambe le sue squadre è Zavarov, che si sta mettendo in luce ormai da anni con la vittoria della Coppa delle Coppe del 1986 come picco più alto della sua carriera. Proprio al fantasista sovietico, nato a Kiev nel 1961, pensa la Juventus, che dopo aver constatato l’inadeguatezza di Magrin cerca un giocatore in grado di sostenere il peso della maglia numero 10 fino a poco tempo prima magnificamente indossata da Platini. Grazie anche all’apertura verso l’esterno in atto da quando al Cremlino c’è Gorbachov la trattativa con il Governo sovietico va buon fine e Zavarov si trasferisce a Torino. Il giocatore più talentuoso dell’Unione Sovietica firma un contratto che gli garantisce uno stipendio di circa due milioni di lire al mese (il resto dell’ingaggio va a Mosca), una Fiat da guidare per le strade di Torino (nello specifico la mitica Duna) e le spese scolastiche del figlio. Per assicurarsi colui che in brevissimo tempo, per la gioia dei vertici del PCUS, in Italia viene ribattezzato lo ‘Zar’, la Juve paga cinque milioni di dollari, due dei quali vanno alla Dinamo Kiev, altri due al Ministero dello Sport e uno allo Stato. In un’intervista che rilascia a ‘La Repubblica’ Sasha racconta il suo amore per la lettura, e quando gli viene chiesto quale sia il suo sogno nel cassetto non parla di scudetti o Coppe dei Campioni, ma di “Mir”, pace.

Ma la pace Zavarov non la trova sul terreno di gioco: l’ambientamento non è dei più facili in un contesto storico come quello, e anche per la Juve non è un periodo bellissimo. Archiviato il primo anno come un fallimento, all’ex Dinamo Kiev viene data un’altra chance dall’allenatore Zoff, e gli viene affiancato il connazionale Alejnikov: sebbene il rendimento sia decisamente migliore e ‘Sasha’ abbia un ruolo importante nelle vittorie della Coppa Uefa e della Coppa Italia, l’ambiente e la critica lo bollano forse troppo frettolosamente come ‘bidone’.

Mentre la sua parte di mondo si sgretola con la caduta del Muro di Berlino e le rivoluzioni nei Paesi satellite dell’URSS, per Zavarov è ancora tempo di cambiare: nell’estate del 1990, dopo un mondiale conclusosi con una bruciante eliminazione al primo turno, Sasha continua il suo personalissimo tour sulle strade di Platini approdando al Nancy, dove il francese era stato protagonista prima di trasferirsi in Italia. Conclusa la carriera Zavarov entra a far parte della federazione calcistica ucraina: l’URSS non c’è più e lui si stabilisce nella ‘sua’ Kiev per vivere lontano dei riflettori. Che si riaccendono all’improvviso su di lui nel 2015, quando rifiuta la chiamata alle armi per combattere la Russia nell’ambito della guerra del Donbass: “Voglio dire solo una cosa: non combatterò mai il Paese dove vivono la mia famiglia e i miei figli e dove sono seppelliti i miei avi. Voglio solo la pace”. La stessa “Mir” che sognava nella Torino di fine anni 80, quando girava in Duna e da lui ci si aspettava che non facesse rimpiangere Platini.

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